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Commiato

Language columnParole al Sole
AuthorRosario Coluccia
Date 30 agosto 2015

Armonioso e musicale l’italiano, che bellezza

Oltre dubbi ed errori, uniti dall’idioma. La lingua è viva, evviva la lingua

Scuola e università hanno il compito di orientare i ragazzi. L’obiettivo è saper parlare e scrivere in modo adeguato nei vari contesti

La rubrica settimanale «Parole al sole» volge al termine. Non sta a me giudicare, non so dire se abbia funzionato o meno. Di sicuro ha incuriosito. Ricevo lettere e telefonate, con domande varie: si conosce l’etimologia di supplì? perché lo stesso cibo in alcune zone del Salento si chiama turcinieddu (con varianti) e in altre gnummarieddu (con varianti)? si può usare il terribile attimino con riferimento non al tempo ma ad altre dimensioni («un attimino più corto», «un attimino meno bollente»)? come comportarci di fronte ai neologismi della lingua radiotelevisiva e giornalistica? si deve usare la -s per il plurale di parole inglesi entrate nell’italiano o sono corrette le forme «i bar», «i film», «gli sport», «i computer»?

In molti casi i dubbi sono più sottili, riguardano la coesistenza di pronunzie (e grafie) oscillanti: sogniamo ~ sognamo, familiare ~ famigliare, spegnere ~ spengere; o le coppie succube ~ succubo, apersi ~ aprii, devo ~ debbo, insieme a ~ insieme con, malgrado l’avesse avvisato ~ malgrado che l’avesse avvisato, tre e mezzo ~ tre e mezza (riferito all’ora), senza te ~ senza di te. Si dice è piovuto o ha piovuto (uso oscillante degli ausiliari essere e avere in alcuni intransitivi), i baci che ti ho dato o che ti ho dati (doppia reggenza del participio passato)?

Le discussioni sulla stampa, le trasmissioni radiofoniche e televisive dedicate alla lingua italiana, da un lato costituiscono sintomo di interesse reale verso certi temi anche da parte del pubblico dei non specialisti; nello stesso tempo tradiscono incertezza, da parte dei parlanti, sulle scelte linguistiche da adottare e sul giudizio riservato alle tendenze in atto. Non dobbiamo disperarci di fronte ai dubbi, l’abbiamo detto fin dalla prima puntata. Per la prima volta nella storia siamo diventati un paese linguisticamente unito, gran parte degli italiani parla italiano, pur in forme a volte un po’ vacillanti. Nonostante i problemi che la nuova situazione comporta la lingua italiana, collante della nostra storia, è finalmente patrimonio collettivo e diffuso, nella variabilità delle sue manifestazioni. Nell’uso parlato e scritto di media formalità domina un tipo di lingua che si differenzia dallo standard ufficiale e accoglie tratti che possono colpire. Il che polivalente, con varie funzioni: con funzione temporale, «maledetto il giorno che t’ho incontrato» s’intitola un film di Verdone (molto meno efficace suonerebbe «maledetto il giorno nel quale ti ho incontrato»); con funzione finale, consecutiva o causale: «vieni che ti pettino» (chi mai direbbe o scriverebbe: «vieni affinché / in modo che io ti pettini»?); «aspetta che te lo spiego» (chi mai direbbe o scriverebbe: «aspetta affinché / in modo che io te lo spieghi»?); «voglio una vita spericolata, voglio una vita che non è mai tardi», proclama Vasco Rossi (chi mai direbbe o scriverebbe: «voglio una vita tale che / fatta in modo che non sia mai tardi»?). Il ci attualizzante: «ci ho fame, ci ho sonno, ci hai ragione». Le concordanze a senso: «una ventina di automobili restarono bloccate nella neve»; «un milione di persone hanno sfilato per le vie di Roma». Le frasi segmentate: «a me, non me la fai»; «quello che sai tu, lo sanno tutti». Il doppio dativo: «a me mi piace il mare» cantavano con ironia Cochi e Renato, testo di Iannacci. Lui, lei e loro pronomi soggetto: non servono esempi, oggi sono la norma, nell’ottocento erano sentiti spesso come errori.

Che fare di fronte all’italiano che cambia? Associazioni scientifiche (ASLI), accademie e società importanti (Crusca, Lincei, Dante Alighieri) consigliano e indirizzano. Attraverso il proprio sito (www.accademiadellacrusca.it) l’Accademia della Crusca mette a disposizione un servizio di consulenza rivolto a coloro che cercano informazioni e chiarimenti grammaticali e lessicali, spiegazioni di fenomeni linguistici, origine e storia delle parole. Una redazione sceglie i quesiti ai quali rispondere, in base alla ricorrenza e all’interesse, e pubblica le risposte sulle pagine del sito. Il sito è gratuito, chiunque può accedervi e porre quesiti, la Crusca risponde.

La scuola e l’università hanno un compito decisivo, guidare i ragazzi a orientarsi tra norma e uso, tra oscillazioni e incertezze, dare una bussola. Non esistono ricette miracolose, vale l’azione continua in classe e l’impegno intelligente e informato dei professori, come sempre. Con una precisazione. Bisogna intervenire e guidare, non va bene il lassismo indiscriminato o il lasciar far senza regole: anche in linguistica, come in altri campi, il liberismo sfrenato produce danni. Si tratta di comprendere indicando i punti di crisi, offrendo soluzioni ragionevoli, agendo da osservatori attenti al presente e rispettosi della storia, non da terapeuti scriteriati o infingardi. Abbiamo più volte indicato l’obiettivo: saper parlare e scrivere in modo adeguato nei differenti contesti, la lingua cambia al variare delle forme della comunicazione.

Secondo il «Laboratoire européen d’anticipation politique - Europe 2020», le maggiori tendenze linguistiche dei prossimi anni saranno: rinascita del francese, fine dell’anglo-americano come lingua egemonica della modernità, uso crescente del russo nell’Europa centro-orientale, crescita a livello internazionale dello spagnolo. Non so se queste previsioni siano fondate e perché non si considerino le lingue parlate da miliardi di individui in Cina, in India, in Brasile. Con una punta di rammarico segnalo l’assenza dell’italiano, dotato di una storia gloriosa ma oggi forse più considerato all’estero che in patria.

Una fortunata antologia di Umberto Eco del 2004 alquanto ambiziosamente aspirava a ricostruire la Storia della bellezza attraverso le immagini di centinaia di capolavori pittorici di tutti i tempi e una vasta antologia di testi, da Pitagora ai giorni nostri. Nelle intenzioni, il libro serviva a illustrare le modalità attraverso le quali nel tempo e stata variamente concepita la bellezza della natura, dei fiori, degli animali, dei corpi umani, degli astri, dei rapporti matematici, della luce, delle pietre preziose, degli abiti, di Dio e del Diavolo. Non si può certo dire che l’aspirazione a definire la bellezza sia tramontata. Lo fa a modo suo Paolo Sorrentino nel film di grande successo del 2013. C’è un precedente, direttamente riferito alla lingua. Nelle Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull il direttore d’albergo Stürtzli, che parla «un tedesco colorato di svizzero», interroga Krull, il quale aspira a un posto di fattorino: il colloquio ha lo scopo di verificare la conoscenza che il candidato ha delle lingue, dote necessaria per svolgere adeguatamente l’incarico. Il romanzo di Mann naturalmente è in tedesco, ma nella circostanza i protagonisti colloquiano direttamente in varie lingue. Alla richiesta del direttore di indicare se conosce il francese, l’aspirante fattorino risponde con prontezza: «Cette langue de l’elegance, de la civilisation, de l’esprit, elle est la langue de la conversation, la conversa- tion elle-même». La domanda sulla conoscenza dell’inglese ottiene la seguente risposta: «I certainly do, Sir. Of course, Sir, quite naturally I do. (...) In my opinion, English is the language of the future, Sir». Ed ecco la replica alla domanda sulla conoscenza dell’italiano: «Ma signore, che cosa mi domanda? Sono innamorato di questa bellissima lingua, la più bella del mondo. Ho bisogno soltanto d’aprire la mia bocca e involontariamente diventa il fonte di tutta l’armonia di quest’idioma celeste. Si, caro signore, per me non c’è dubbio che gli angeli del cielo parlano italiano. Impossibile d’immaginare che queste beate creature si servano d’una lingua meno musicale».

L’aggettivo conclusivo, «musicale», senza saperlo anticipa la formula notissima, coniata decenni dopo, che etichetta l’italiano come vera e propria «lingua per la musica» (ne abbiamo parlato nella terza puntata). Il superlativo precedente, «bellissima lingua, la più bella del mondo», insiste in maniera per noi gratificante sulla qualità della bellezza. Lo stereotipo garantisce, senza bisogno di spiegazioni, il marchio della bellezza alla nostra lingua: una simile opinione era nel Settecento una certezza di massa, i viaggiatori colti stranieri venivano a visitare il nostro paese e ne imparavano la lingua; ma assicuro che personalmente mi è capitato di ascoltare parole simili anche ai nostri giorni. Il collegamento tra l’Italia, la sua lingua e il bello (nelle diverse manifestazioni) richiama alla mente il successo che il modo di vivere «all’italiana» ha spesso nel mondo, anche al di dei nostri meriti: il fatto induce a un certo ottimismo, pur in momenti oggettivamente difficili, per la lingua e per tutto. La nostra lingua sarà quello che sapranno essere gli italiani (ammoniva Gino Capponi un secolo e mezzo fa). Con questa dichiarazione di fiducia in noi stessi, temeraria ma elegante, mi piace chiudere la rubrica.

Ma forse i fili non si interromperanno, chissà.

Occorre avere fiducia in noi stessi. Come ammoniva Gino Capponi la nostra lingua sarà quelo che sapranno essere gli italiani.


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