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Ciao & co.

Language columnParole al Sole
AuthorRosario Coluccia
Date 19 luglio 2015

Il fascino irresistibile dell’italiano all’estero

Non solo pizza. Dalla musica in poi, il successo di un idioma

Non è vero che siamo bravi a importare parole le esportiamo pure

Soprattutto in Germania e poi anche in Inghilterra

Nelle scorse settimane, in questa rubrica di «Nuovo Quotidiano», ho presentato due argomenti apparentemente distanti tra loro, ma di fatto collegabili: il primo riguarda l’uso maldestro e trascurato che spesso riserviamo alla nostra bella lingua, il secondo tratta della presenza nell’italiano di parole e espressioni inglesi che quasi sempre usiamo senza reale necessità, per provincialismo o per snobismo, a volte senza neppure conoscerne bene il significato.

Letti quei due articoli, un caro amico mi pone una domanda. Se in patria le cose vanno maluccio, se noi stessi ci mostriamo poco attenti alle sorti della nostra lingua, come essa viene considerata all’estero, che giudizio ne danno gli altri? Gode di una buona considerazione o viene poco stimata e ricercata, come una moneta di scarso prestigio e quasi fuori corso?

La risposta è netta e positiva: l’italiano all’estero è lingua apprezzata. Specie in alcuni settori nei quali siamo bravi e capaci, oggi come in passato, l’italiano è benvoluto; moltissime parole italiane entrano in altre lingue e segnano il primato di idee, oggetti e contenuti della nostra civiltà. Nel 2008 è stato pubblicato un importante Dizionario di italianismi in francese, inglese, tedesco (DIFIT): si contano circa 2.700 italianismi in tedesco, 2.300 in inglese, 2.000 in francese. Non siamo messi male, pur con concorrenti forti.

Ecco qualche esempio concreto. Nei secoli finali del Medioevo i nostri mercanti sono i più dinamici d’Europa, con la loro attività trasmettono ad altre lingue le nostre parole. L’ascesa economica di Firenze genera il fiorino, nome della moneta olandese fino all’avvento dell’euro e tuttora in corso per quella ungherese. La lira (libra) italiana non è più in vigore nel nostro paese, ma il nome viene adottato (e la moneta ancora circola) in altri paesi come la Turchia e l’Egitto. La parola banco (originariamente panca, sedile’) assume in Italia il significato tecnico di banco di prestatore o cambiatore di denaro’ e successivamente di istituto di credito’; da qui si trasmette poi al francese banque, all’inglese bank, al tedesco Bank, al neerlandese bank, allo spagnolo banco, al portoghese banco. L’italiano banchiere genera banquier, banker, Banker, bankier, ecc.

Nel secolo scorso un linguista importante ha definito l’italiano «lingua per la musica». È vero. Grandi musicisti stranieri (Haydn, Mozart, Gluck) conoscono l’italiano (divertentissime lettere di Mozart sono scritte mescolando insieme italiano e tedesco) e lo adottano per le loro composizioni. È di origine italiana la terminologia internazionale per i movimenti musicali (adagio, andante, allegro, accelerando, crescendo, forte, fortissimo, lento, maestoso), per le composizioni (ballabile, concertino, sinfonietta), per i cantanti (baritono, basso). Nel secondo dopoguerra nuove voci e nuovi stili segnano il successo nel mondo di molti cantanti italiani, nomi noti che è inutile elencare. Grazie alle canzoni si diffondono all’estero parole come amore, bacio, bella, volare, addio, arrivederci, buongiorno, ciao (or- mai formula preferita di saluto in molte lingue straniere), ecc.

Lo stile di vita e la capacità produttiva italiani trasmettono all’estero parole riguardanti la cucina e l’alimentazione. La parola italiana più diffusa al mondo è pizza, ma pasta, spaghetti, cannelloni, cappuccino, espresso, mortadella, salame, tiramisù e molte altre si espandono in moltissime lingue dei cinque continenti. Perciò è ottima la scelta di dedicare l’EXPO milanese al cibo, probabilmente ne riparleremo.

Oggi nel Mediterraneo spirano venti di guerra; ma non è sempre stato così. Nei paesi che vi si affacciano la nostra lingua svolge un ruolo importante, circola grazie ai commerci e a rapporti di vario genere, costituisce un importante fattore di promozione del nostro mondo produttivo e soprattutto potrebbe rappresentare, anche oggi, uno strumento di interconnessione e intercomprensione tra i popoli. Aiuta il mezzo televisivo, come ho potuto personalmente constatare, sentendo emissioni della televisione italiana risuonare nelle abitazioni di città nordafricane e maltesi. Così si spiegano le frasi incerte, a volte speranzose, più spesso dolorose, che sentiamo pronunziare in italiano da coloro che con mezzi di fortuna e a rischio della vita da anni sbarcano sulle coste meridionali della penisola per sfuggire a sofferenze e morte.

Torniamo al tema iniziale: qual è attualmente lo stato di salute dell’italiano nel mondo? Ribadisco, la situazione è soddisfacente: cresce la domanda di italiano, la nostra lingua è tra le più insegnate. Una tabella delle lingue più insegnate al mondo (inglese a parte), mette in fila spagnolo, francese, tedesco, italiano, e altre a seguire. È un ottimo piazzamento, se si considera che un censimento del «Summer Institute of Linguistic» (SIL) di Dallas in Texas conta nel mondo 6.912 lingue diverse; è la stupefacente diversità delle lingue, che dobbiamo preservare, come preserviamo quella delle specie animali e vegetali! Le ragioni che spingono gli stranieri all’apprendimento dell’italiano sono molteplici: tempo libero e interessi vari (55,8%), studio (21%), lavoro (12,8%), motivi personali e familiari (10,4%). Naturalmente i numeri mutano al variare dei contesti. È legato alla storia e ai flussi migratori, alla volontà di rinsaldare le proprie radici, il fatto che in America Latina le percentuali delle motivazioni all’apprendimento dell’italiano siano diverse, al primo posto figurano i motivi personali e familiari (esplicitamente indicata la famiglia di origine italiana). Il ribaltamento non è casuale: si tratta delle nazioni dove il legame dei gruppi migranti con la lontana terra d’origine è particolarmente avvertito e l’intensità del fenomeno migratorio è rilevante. Secondo certi calcoli San Paolo in Brasile sarebbe la città italiana più popolosa del mondo, visto che gli italiani emigrati e i loro discendenti ammontano a cinque milioni. Gli emigrati sono gli ambasciatori all’estero della nostra lingua e della nostra cultura, va ammirata l’opera di riappropriazione dell’identità primaria che essi e i loro discendenti tenacemente perseguono, riaccostandosi alla cultura e alla lingua italiana.

Parlanti di altre lingue considerano l’italiano una lingua musicale (torna la formula della «lingua per la musica»), di facile apprendimento e soprattutto, senza troppe spiegazioni, è bellissima, la più bella del mondo. Tale collegamento tra l’Italia, la sua lingua e il bello (nelle diverse manifestazioni) richiama il successo che il modo di vivere «all’italiana» ha oggi nel mondo. La nostra è davvero una lingua senza impero che affida prestigio e capacità di diffusione fuori dai propri confini non al colonialismo e alle armi ma alla cultura, alla letteratura, alla musica, alla capacità produttiva, alla strategica posizione mediterranea, ai milioni di emigranti che generazioni fa lasciarono il nostro paese. Nonostante tutto, forse al di dei nostri meriti, c’è voglia di italiano nel mondo.

E le istituzioni? L’allestimento intelligente e coordinato di attività rivolte a favorire la diffusione della nostra lingua è fondamentale. Quasi un anno fa, il 21 e il 22 ottobre 2014, si sono celebrati a Firenze gli «Stati Generali della Lingua Italiana». L’iniziativa, varata dal Ministero degli Affari Esteri (MAE) in collaborazione con i Ministeri dell'Istruzione e dei Beni culturali, mirava a promuovere riflessioni «di alto livello» sullo stato dell’italiano nel mondo e a definire opzioni strategiche per la sua promozione; in essa risultavano coinvolti gli Istituti Italiani di Cultura, le Ambasciate e i Consolati, insieme ai Lettorati, alle cattedre di Italianistica e agli Enti gestori dei corsi per le comunità italiane all’estero.

Tornano in campo, come sempre, le scelte politiche. Una efficace politica linguistica dovrebbe mirare a un’educazione plurilingue anche in patria, nella scuola e nell’università, curando l’uso adeguato della meravigliosa lingua materna e nello stesso tempo promuovendo l’apprendimento di più lingue straniere (non una sola, come invece oggi tendiamo a fare, appiattendoci su un modello unico). Saremo capaci di comprendere quanto importante sia il plurilinguismo, per l’individuo e per l’intera società?


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