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Scappatoia per i mariti

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 27 febbraio 1954

Che pensi di Marilyn Monroe? (la moglie è presente) - Non è malaccio, risponde il marito (ed è la figura rettorica che dicesi litote) - Etimologia del carnevale - Il bocciato, la boccia e la boce

Alla voce nessuno è attaccato un noto sofisma. «Nessun gatto ha due code. Ma ogni gatto ha una coda di più che nessun gatto. Quindi ogni gatto ha tre code». Il sofisma è fondato sul fatto che la prima è premessa (nessun gatto ha due code) sembra affermativa, asserendo assolutamente, ossia senza eccezioni, mentre è negativa: nessun gatto equivalendo a (ciasc) un gatto non In altri termini nessuno, che ci viene dal latino ne ipso unus (non già da nescio unus), è il pronome ciascuno, ognuno, il quale ha attratto e incorporato la negazione che propriamente si riferisce all´azione o allo stato espressi dal verbo.

Con nessuno, e le altre voci negative niente e nulla, molti sono incerti se si debba usare, e quando, avverbio di negazione non. Ai lettori che ce ne scrivono ricordiamo che in italiano non vige rigorosamente la norma per la quale due negazioni affermano. Quando nessuno, nulla e niente sono posposti al verbo principale, è buona regola rafforzarli col non, e, quantunque Dante abbia anima semplicetta che sa nulla, dire: Io non so nulla; Non è nessuno e così via. Peraltro nella maniera aggiuntiva Buono a niente o a nulla, il non si tralascia, ma per farlo rientrare quando detta maniera si cambi in proposizione relativa: Un uomo che non è buono a nulla. Quando invece sono preposti al verbo, nessuno, niente e nulla stanno da senza la negativa: Nessuno è venuto; Niente mi piace.

uso moderno ha un debole per le doppie negazioni in senso affermativo: non posso non farlo; non si può non vedere; non senza meraviglia; e talvolta, ripetendo non accanto a parole di significato negativo, arriva a veri e proprii garbugli come: non si può non ignorare, e simili. Utili e spesso necessarie in diplomazia (e sere fa un corrispondente radiofonico analizzò argutamente espressione «non indebito pessimismo» ponzata dal Foreign Office), sono forme che nel linguaggio comune non hanno altro ufficio che di zeppe.

Con questo non intendiamo togliere niente ai molti meriti della litote, ossia quella figura rettorica di attenuazione, con la quale, per affermare una cosa, si nega la contraria: non è un´aquila, per dire un mezzo cretino; non ti voglio male, per ti voglio bene. Il punto è di usarla nei soli casi convenienti. Dove il sentimento è chiaro, più forte ogni riguardo, la litote non ha che fare: un ben acceso amante non userebbe mai, e molto meno, parlando all´arbitro, la folla una partita di calcio. Ma in quegli altri infiniti casi in cui non ci convenga, per buona educazione o altro, dire pane al pane, viva la litote! E non occorre averla studiata sui libri di rettorica, fiorisce istinto nell´animo rispettivo. Il marito che al cospetto della moglie gelosa è richiesto del suo sentimento circa Marilyn Monroe, trova nella litote («Non è malaccio», «Non mi dispiace») la tavola di salvezza. Ma sarebbe un ipocrita e farebbe un inutile giro di parole, colui che così si esprimesse trovandosi in compagnia di soli amici.

Voci di stagione.

CARNEVALE. Gli etimologisti hanno lungamente leticato intorno a questa parola. Stiamo col Tommaseo: «Non dal dir vale (addio) alla carne entrando in quaresima, dall´avvallarla, mandarla giù, per addio quasi disperato, ma semplicemente da carne, coll´uscita dell´aggiunto, come Manovale da Mano». Ma è da notare che in antico carnevale era propriamente il giorno che precede il primo di quaresima, di poi esteso a tutti quei giorni precedenti al giorno di carnevale, nei quali si festeggia, e finalmente a tutto quel tempo che dal giorno dopo il Natale dura fino al primo di quaresima. E non mancano esagerati, i quali dicono che il carnevale piglia ormai tutto anno.

COTILLON. Noi lo possiamo dire un po´ lunghettamente: danza figurata con doni e sorprese; oppure ballo figurato, ballo e sorpresa. Osserva il Panzini: « un derivato di cotte, sottana, gonnella di contadina (tedesco Kutte, italiano cotta). Il rapporto tra cotillon, gonna, e cotillon, ballo, deve provenire da qualche costumanza di esso ballo».

Di un´altra etimologia ci chiede invece un lettore, padre di famiglia, che pensa al futuro: quella di BOCCIATO.

Si può intendere questa voce scolastica in tre modi. Che ha ricevuto la palla nera, di ripudio. Che è stato colpito sulla boccia, cioè in testa (a quel modo che dicesi accoppato, per colpito sulla coppa). Che bocciato sia una corruzione dell´arcaico bociato, da boce, ossia voce: come dire schernito, cui è fatta urlata. Come si sia, i puristi a bocciato preferiscono il più dignitoso riprovato, che però nessuno usa in questo senso, nemmeno gli studenti più permalosi. I bocciali non so, ma gli studenti che non sanno la lezione hanno per protettore San Giuseppe Copertino, il quale era un somarello che aveva da Dio, in merito della suo bontà, di essere sempre interrogato sull´unico punto di materia che gli era riuscito imparare.

SI e CI. «Che ne dice dello scambio che molti fanno di queste due particelle pronominali affisse a un infinito?», scrive abbonata F.T. di Cremona. Quello che già abbiamo detto parlando di altre particelle; che pur così piccole, sono tra i più formidabili scogli di lingua. Bisogna consolarsi delle sventure è detto bene se intendo dire: Bisogna che gli uomini si consolino ecc.; ma è detto male, per Bisogna consolarci ecc., quando azione ritorna al soggetto Noi, e intendo: Bisogna che noi ci consoliamo ecc. Ed è anche scorretto usare, come molti fanno, si è per siamo: quando si è sani, si è anche lieti; maniera non suffragata dagli idiotismi toscani: non si fa, noi si dice, per noi facciamo e diciamo, e che sa troppo del francese on est. Volendo conservare impersonalità, si dica italianamente: quando uno è sano, à anche lieto.

Leo Pestelli


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