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I baffi del gendarme

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 22 agosto 1953

Un solecismo che vale una dote - abuso del congiuntivo indizio di testa infruscata - Un tempo disgraziato e errore di Padre Besciani - ingenuo e fiero parlare delle madri

Il verbo è azione; e dal verbo, meglio che da ogni altra parte del discorso, si conosce indole di chi parla. Uno degli errori più perdonabili, specie in bocca a donna coniugata; anzi un errore che dota la sposa, è lo scambio del modo congiuntivo col modo indicativo. «Bisogna che mi alzo». «Vuoi che lo faccio?», sono solecismi da fare impallidire in società; ma pronunziati fra le pareti domestiche, effondono pace, attestano uno spirito sereno, innamorato della certezza. Ci sono donne, anche discretamente istruite, che al congiuntivo usciranno, a far molto, un paio di volte il giorno: nature colombine cui le cose si presentano di faccia, contente al quia, che non danno al marito altro pensiero che di procurar loro il becchime. Laddove abuso del congiuntivo denota la pericolosa disposizione a pensarle proprio tutte; e si ricorderà la macchietta di Carlo Imbroglia (nell´Idioma gentile del De Amicis), che per tener dietro a tutte le idee accessorie che gli rampollavano dalla principale, rendeva anche il più semplice discorso, fin la richiesta di un cerino, un affannoso guazzabuglio. Indizio di testa infruscata, è desso il modo proprio delle persone infelici e infelicitanti; delle donne calie, querule, gelose.

Più censurabile, perchè effetto di mera negligenza, è invece la confusione circa i tempi del verbo; segnatamente del passato prossimo e dell´imperfetto col passato remoto, quale oggi si continua a fare dal più, e parlando e scrivendo. Forse non leggiamo, non solo in carte, ma in marmi e bronzi, che Qui dimorava - Qui scriveva - Qui nasceva o moriva il tal personaggio, oggi polvere o ombra? Dove trattandosi di azione o stato interamente passati. Il retto italiano vuole dimorò, scrisse, nacque e morì. imperfetto, secondo la bella definizione un grammatico. «è il presente del passato»: denota cioè un´azione o uno stato cominciato e non finito nel tempo che se ne compiva un´altra o una altro. «Tempo» proprio della descrizione, accennante ad azioni una certa durata e continuità, è oggi malamente adoperato anche nella narrazione, per quegli effetti istantanei, come esclamare, starnutire e simili, che ´ appunto richiedendo un brevissimo tempo di posa, cadono nel dominio del passato remoto.

Anche più frequente, specie nell´alta Italia, è lo scambio di questo disgraziato «tempo», ingiustamente tacciato affettazione, col passato prossimo; sull´esempio dei Francesi che non fanno tra i due punta differenza. Pazienza dire: ieri sono stato, trasgredendo la regola che dopo le ventiquattro ore ha da usare il passato remoto (ieri fui); cadde una volta in quest´errore anche il Padre Besciani, sebbene non gli bastò poi la vita a pentirsene. Ma stampare in un libro per scolari (!) che a Canne Annibale ha vinto i Romani, è veramente troppo. Che cosa ha più che fare coi nostri interessi quella memorabile battaglia?

Il passato prossimo è «il passato del presente», ossia indica un´azione, stato o modo di essere già compiuto, ma considerato in relazione col presente. Quando non ci sia questa relazione, che può aver luogo in più modi e essere anche vecchia di secoli, il passato prossimo ci sta a pigione. Pertanto: Dio ci ha creato a questi e questi fine, è detto bene; non così: altra sera Elvira mi ha detto così e così. Ma un altro esempio chiarerà meglio. Io ho una tresca con questa Elvira, il cui marito, giorni sono, mi salutò. Ora costui informato da una spia, mi apposta, ci azzuffiamo, perdo un occhio. Io guercio non dico che il marito dell´Elvira mi accecò, ma campassi gli anni di Matusalemme continuerò a dire che mi ha accecato, perchè il fatto per così dire rimane e mi accompagna.

Ma anche questa delicatissima materia dei verbi tollera ardimenti, come dimostrano le madri nel loro ingenuo e fiero parlare. Il gergo mammesco, che in questi giorni di villeggiatura, riempie gli orecchi, forza attiva al verbo uscire: il mio Gigi lo esco più che posso; e rinforza certi verbi elementari come mangiare, dormire, ammalarsi, ecc., mediante la particella pronominale mi: mi mangia molto, mi dorme poco, mi ha fatto i gattoni: modi assai belli, dai quali si capisce che madre e creatura sono veramente una cosa sola. (Il mi cosiddetto etico, usa anche qualche moglie parlando del marito: mi fuma, mi beve troppo; ma allora piace meno, lascia vedere i baffi del gendarme).

In quanto ai verbi levati di peso dal francese o usati a sproposito, gli esempi sono a barche. Appartengono alla lingua italogallica oggi in fiore più che mai: stimmatizzare (per gravemente censurare o biasimare); regolarizzare (per mettere in regola, regolare, aggiustare); terrorizzare (per atterrire, spaventare, incuter paura o terrore), e paralizzare, che voce della medicina, riservata agli accidenti, è divenuta essa stessa un accidente che batte dappertutto, e colpisce indifferentemente il concreto e astratto, le gambe e le buone intenzioni. Ma più moderno e goffo è iniziare usato intransitivamente, come neutro assoluto in luogo di cominciare: lo spettacolo inizia alle ventuno. Anche nel suo legittimo significato transitivo (i comici iniziano lo spettacolo) questo verbo non ha buona voce presso i puristi, che lo vorrebbero lasciare al linguaggio dei misteri eleusini e sostituire col più semplice e schietto avviare. Peggio poi trattano il derivato iniziava usato nella maniera prendere iniziativa, per farsi autore, promotore o, far*rmente, muovere il primo passo; diritto iniziativa, per diritto di proposta; a iniziativa del tale o tal altro in luogo di: per proposta ecc., e uomo senza iniziativa per timido, pusillanime, che affoga nei mocci.

Ma il massimo dello spreco, in fatto di spropositi, è foccato dal verbo mancare, ricalcato transitivamente dal francese manquer: onde mancare un animale per non colpirlo; mancare lo scopo per non riuscire al medesimo e simili; da che la girandola delle varie cose mancate, delizia dei titolai cinematografici: delitto mancato per non consumato; speranza mancata in luogo di delusa e via discorrendo. In italiano mancare non ha alcun senso transitivo, e chi, sforzando la natura di questo verbo, licenzia a voce o per iscritto una promessa mancata, manca, egli , alle promesse fatte a suo tempo al maestro di grammatica.

Leo Pestellia hahhaoiishf oeihffffffsf


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