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Un ombrello fra le ruote

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 20 febbraio 1954

Parapioggia, parapluie e parasol - Il terribile Fanfani tuonò Modi goffi: «ha avuto regalato un anello», «io non mi pronunzio»

La Lingua cammina a marcio dispetto dei puristi; i quali, rimasti un giorno a corto di bastoni, pensarono bene di metterle fra le ruote anche gli ombrelli. Così sul più pacifico degli arnesi accese, parecchi anni innanzi la prima guerra mondiale, una piccola battaglia, che terminata senza vincitori, lasciò il terreno coperto di stecche e le cose come stavano. Avvicinandosi la stagione delle piogge, sarà bene dire qualcosa.

Codesta ombrellomachia prese origine dall´ostracismo dato dai linguaioli alle voci parapioggia e paracqua, bollate come inutili francesismi. Ci sarà entrata anche avversione per le parole composte: certo fu sentenza un tantino lesta, avventata. Perchè senza arrivare agli estremi del Toddi, che nella sua piacevole Grammatica rivoluzionaria, non solo difende, ma esalta il parapioggia come «il limpido vocabolo sostantivo italiano nella forma e nel buon senso», ci pare degna esame osservazione del Panzini (Dizionario moderno): «Parapioggia per ombrello è ritenuto francesismo (parapluie), ma, in francese, è foggiato secondo il modo di parasol, che è un italianismo».

Comunque sia, i satrapi della lingua tennero duro contro il parapioggia; e tutti quanti si strinsero sotto ombrello, voce veramente italiana a designare (dal mare magnum delle definizioni dell´ombrello peschiamo questa, assai elegante e non troppo conosciuta, dell´ottocentista piemontese Giacinto Carena, membro di parecchie Accademie e corrispondente della Crusca) «quell´arnese da potersi allargare in forma di cupoletta, per lo più di seta, rafforzata con stecche, e portatile in mano con una mazza fermata nel centro; ad uso di ripararsi il sole, la pioggia, la neve». E sempre con commovente accordo fu stabilito che ombrello da sole so potesse dire, con una parola sola, ombrellino; restando a quello da acqua la voce semplice ombrello; e che a distinguere ombrellino nel senso sopra indicato da ombrellino diminutivo di ombrello, anche da acqua, bastasse accompagnare quest´ultimo con altre voci che appunto indichino uso a cui serve: ombrellino da acqua o da sole, ombrellino della comunione, eccetera.

Non ebbero contrasti nemmeno nell´ammettere i derivati ombrellaio (che li fa e vende), ombrellata (colpo dato coll´ombrello chiuso; e anche aperto, se per caso colla punta una stecca si urti in un occhio o dovechessia), posaombrelli (arnese su cui si fanno sgocciolare) e ombrelliere (chi per ufficio porta ombrello a grandi personaggi), voce oggi disusata, ma che potrebbe ripigliare per quegli umili lavoratori del braccio, poco e mal tutelati anche linguisticamente, che dinanzi ai ritrovi eleganti parano acqua alla clientela; professionisti dell´ombrello a cui è dedicata questa nota.

Esiliato il parapioggia, definito ombrello e i suoi derivati, che cosa saltò in mente al Fornaciari andarne a cercare etimologia? Ombrello, ombra. E dovremo chiamare ombrello, gridò, proprio quell´arnese che generalmente si usa quando non è sole ombra e piove? argomento era buono; e sentito che fu dal paracqua e dal parapioggia, esultarono e si prepararono a tornare. Ma sbarrò loro la via il terribile Fanfani. Che ombra? tuonò. Ombrello ci viene dalla voce greca ombros, che vale imber, pioggia. Dunque ombrello è propriissimo. Gli fu osservato che se questa etimologia salvava ombrello da acqua, stroncava però quello da sole La questione invelenì e fu specialmente dibattuta a Siena, dove, presente il Fanfani che ne godette, corsero ombrellate fra i sostenitori delle due opposte etimologie. Non rimase che ammetterle tutt´e due, lasciando al senso di chiarire quando con ombrello intendiamo ombra e quando imber; quando para-sole e quando para-acqua. Ma siccome i dualismi fanno sempre male, la lingua ne ha risentito; e cheto cheto il para-pioggia, morto il Fanfani, è rientrato nel nostro circolo linguistico, donde non si vede, per la sua gran comodità chi potrà più scacciarlo, se non sia il nemico comune a tutti gli ombrelli, Impermeabile.

Scrive un lettore, Gott. G.C., Roma: «Vorrei richiamata la attenzione sull´uso (da me notato anche in libri giuridici di eminenti professori e in qualche sentenza di Cassazione) di adoperare il participio passato di alcuni verbi transitivi, preceduto dal passato remoto del verbo avere, in forma, come dire, aggettivale. Esempii: La mamma, nel giorno del suo onomastico ebbe regalato un anello (nel senso che alla mamma fu regalato un anello); il Tal dei Tali ebbe confermata la sentenza di condanna, e simili. Son avviso che sia da biasimare questo uso, derivato, a quanto sembra, dalla bassa latinità».

Così pare anche a noi. E quanto viziosa e goffa questa maniera appare meglio sciogliendo il passato remoto in passato prossimo: ha avuto regalato un anello; ha avuto confermata la sentenza.

Ma anche più abusivi ed improprii sono i seguenti pur usitatissimi modi: rilasciare una ricevuta, un attestato, una patente, per Darli o Concederli; pronunziarsi («io non mi pronunzio») per Manifestare la propria opinione o intenzione. Dichiararsi, Decidere, Sentenziare, Giudicare; prevenire per Avvisare, Dare Avviso, e, peggio, per Informare, Partecipare cosa già accaduta («Ti provengo che è arrivato mio marito»); richiamare all´ordine, per richiamare al Rispetto, all´Osservanza; e per non allungarla troppo, il nauseantissimo abbracciare che molti fanno una causa, in luogo di Sostenerla, Difenderla.

Indole e carattere. Uso spesso e volentieri scambia queste voci; ma la differenza è, e torna a conforto di chi è condannato a vivere in compagnia un «cattivo carattere». Indole concerne animo intimo quale la natura lo fece; carattere è invece impressione, segno; e denota la più rilevata parte dei sentimenti, degli atti e degli abiti di una persona. Indole è natura; carattere è natura modificata dall´istruzione, dall´educazione, dagli abiti. Una moglie, un marito, possono dunque avere un caratteraccio infame e al tempo stesso essere indole buona; anzi il caso è frequentissimo. Ma l´altro coniuge generalmente non ci bada, si ferma al guscio; e di sapere che il suo carnefice fu buono a balia, poco o niente gli cale.

Leo Pestelli


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