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Donne e amori nel dizionario

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 15 maggio 1954

Quel che ci insegna il romantico Tommaseo - Stiano attenti gli amanti: tra fare all´amore e far amore ci corre - La civetta ha assai perduto della sua carica - Parolette odierne: tardona, racchia e così via

Usciti di puerizia (e qualcuno anche prima), cerchiamo nel dizionari le parole amore: gli studi lessicali ci cominciano a sorridere di li. Perchè vergognarsene se appunto li è dove gli scrittori di lingua fanno le prove migliori? Anche i più barbogi, come entra la donna, si mettono in brio, fanno presa.

Nessuna meraviglia che il Tommaseo, un così grande artista e romantico, abbia largamente introdotto il feminino nelle sue opere linguistiche; che nei Sinonimi sia tanta copia di osservazioni e ritratti donneschi, da disgradarne molti romanzi oggi. un libro da cui gli amanti con la testa sul collo non si dovrebbero mai scompagnare; perchè se è un campo dove lo scambio di parole e modi affini, ma non precisamente uguali, può essere molto pericoloso, quello è appunto il loro. Il giovanotto armato dei Sinonimi, non passa sopra, come i più oggi fanno, alla differenza tra fare all´amore e far amore: ci corre un capello, ma potrebbe correrci anche un bambino. Fare al sa di gioco, rammenta fare alla palla, a nasconderello e simili. Fare il pare cosa più seria, vuole maggior prudenza.

Aiuta il Tommaseo a risolvere il vecchio imbroglio amicizia-affetto-amore; a distinguere tra attaccamento e attacco (questo può ancora durare quando quello non è più), tra innamorarsi invaghirsi imbarcarsi ecc., e a non mandar confuse, sotto unica parola bellezza, quelle cose diverse e così altamente spiegate dal Firenzuola, che sono avvenenza, leggiadria, grazia e venustà. Le donne che non hanno bellezza, invece di gettarsi ai cani, leggano bene nel Tommaseo, ché forse ci scopriranno avere qualche surrogato. Ferma le sfumature che passano tra donnina, donnino, donnetta; tra donnuccia, donnacola, donnaccina: ci soccorre così nella tenerezza come nel disprezzo. Anche dove espressione è caduta dall´uso, la pittura rimane: Viso di montoncino: «quelli che sono tra il raccolto, imbronciato, il mansueto e il capone: care donne, per ordinario, ma un po´ mattucce».

Un altro e più antico sinonimista, tutto scrittoio e Accademia, il torinese Giuseppe Grassi, seppe anche lui, almeno una volta, fissare la donna nel bianco degli occhi. Alle voci Givetta, Frasca e Lusinghiera del suo prelibato «Saggio intorno ai sinonimi», il valentuomo cambia inchiostro e scrive forte.

Civetta ha oggi assai perduto della sua carica. La donna veramente moderna, a sentirsi dare della civetta, risponde con una scrollata: se ne infischia e ci manca poco che se ne tenga. Ma un secolo fa, voleva dir molto. Tutti sanno a che cosa il brutto uccello dagli occhi gialli (e occhi di civetta erano anticamente dette dal popolino le monete oro) deve di essere assomigliato alla donna allettatrice di amanti: per quegli attucci del capo, dentro e fuor di finestra, con che attira gli uccelli alla pania. Civetta stava unicamente per allettatrice di città; quella di campagna era detta frasca, della leggerezza e dal continuo tremolio della medesima. Ma civetta e frasca non erano niente appetto a lusinghiera, una parola che se qualche antiquario della lingua usasse oggi, sarebbe presa per un complimento; ma che al tempo del Grassi era roba da querela.

«Una civetta aspira al vanto essere ammirata, anzichè amata; una lusinghiera vuole essere adorata; e però nel corso delle loro conquiste la civetta è sovente trattenuta e difesa dall´orgoglio, ma la lusinghiera scende ad ogni viltà per arrivare al suo scopo; la civetta comanda sempre; la lusinghiera serve talvolta per comandare più a lungo, quella alletta, questa ti prega; la civetta è contenta un gran numero di plaudenti, la lusinghiera ambisce un corteggio di schiavi. Quando amano, ed amano talvolta una e altra, la civetta ha amori freddi e brevi, trascorrendo con rapidità dall´uno all´altro; la lusinghiera ne ha molti e lunghi e caldi e crudeli ad un tempo».

Potrebbe bastare; ma il Grassi (che parlasse per esperienza?) incalza: «La civetta ha la testa debole, la lusinghiera ha guasto il cuore: i savi ridono di quella e tremano di questa Una donna civetta può essere innocente, una lusinghiera non mai. Galatea che tira di nascosto un pomo all´amante, e fugge, e vuol essere veduta fuggendo, è una civettina, una frasca e nulla più (un´ingenua, diremmo noi oggi); ma Circe, Alcina ed Armida sino dai poeti chiamate streghe malvagie e lusinghiere».

Queste varietà e gradazioni si sono perdute nel linguaggio odierno, molto più curioso dell´esteriore (quanti neologismi da tardona e racchia in poi!) che dell´interiore della donna. Ci rimane, indebolito, civetta, esteso volentieri anche agli uomini nelle forme civettino e civettone (che è anche il corretto accrescitivo della donna civetta); frasca si dice sempre meno, così della donna come dell´uomo (per vanerello, zuccalvento che non sta mal fermo sopra nessun proposito). E niente affatto lusinghiero, per ogni vile assentatore delle passioni altrui.

Ma a proposito di civette storiche, se ne veda una delle più famose, Dalila (che appunto vuol dire «civetta»), nel nuovo e bel Dizionario biblico illustrato, di Leonardo Salvadori, edito dalla Ceschina di Milano. Da noi la Bibbia si legge poco, ed è gran peccato; perché opera senza pari, ricca di tesori sotto moltissimi aspetti. da sperare che questo accurato Dizionario serva non soltanto di consultazione preziosa, ma anche incitamento a una famigliarità col Libro dei Libri.

Leo Pestelli


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