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Un tale morendo lasciò la famiglia sul “pavimento„

Language columnCome stiamo a lingua
AuthorLeo Pestelli
Date 8 maggio 1954

Una stigliata del Rigutini al Municipio di Firenze - Abuso scandaloso: mi omaggi la signora La donna esige il visione - Il marito potrà poi dire ha eseguito? - Non ci creda che questo lo consolerebbe; si dica semplicemente ha voluto (con una punta di sospiro)

«Il vile Rigutini» scappò detto al Carducci in uno dei suoi momentacci; ma vile Giuseppe non era, e certo non fu quando alla voce pavimentare del suo Neologismi buoni e cattivi, libro non più ristampato ma tuttavia passante in tutti i nuovi e novissimi prontuari incertezze lessicali, seppe dare una così forte strigliata al Municipio fiorentino. Che i Municipii siano generalmente pazienti, e come il Collodi diceva dei pubblici teatrali, non mandino i padrini a casa del giornalista e tanto meno del grammatico che li attacchi, scema di poco il coraggio civile onde il filologo di Lucignano diè prova, scrivendo, diffuso e pungente oltre il costume suo:

«Pavimentare e pavimentatura. Uno dei modi, per cui si introducono via via nuovi e inutili vocaboli nella lingua, o si sciupano quelli che già vi sono, eccolo qui. Un ingegnere municipale, che ha studiato su libri francesi arte sua, deve far la perizia dei lavori di lastrico per una strada o per una piazza. Egli, dimenticata la voce italiana, e storcendo per imitazione del francese paver i vocaboli nostri pavimentare e pavimento, li trasporta dalle stanze o dagli edifizi alle vie e alle piazze, e in luogo di lastricare e di lastrico, parla di pavimentare, di pavimento e di pavimentatura».

Questo sarebbe antefatto; ecco ora i drammatici sviluppi.

«Il sindaco o la Giunta approvano la perizia, e le sullodate voci appariscono negli avvisi asta. I concorrenti a quel lavoro le leggono e vi si abituano, e accollatario le consegna poi alle labbra degli scalpellini, i quali naturalmente le consegnano ad altre labbra. Così le nuove parole riusciranno col tempo a dar lo sfratto alle vecchie, finchè saremo costretti da ultimo a cambiare una maniera assai comune ed efficace; e invece di dire che Il tale morendo ha lasciato la famiglia sul lastrico, diremo che ha lasciata sul pavimento. Sarà questa una nuova gloria degli ingegneri del Municipio fiorentino, e un pochetto anche del Municipio stesso, che aire a siffatti vocaboli, quando dovrebbe esser geloso custode di un patrimonio che da quasi sei secoli gli venne consegnato».

Abbiamo riportato questo sfogo rigutiniano perchè buono anche oggi, che a lastricare, selciare, acciottolare essendosi aggiunto il nuovo asfaltare, in tanta dovizia di termini proprii per significare i varii modi di coprire strade e piazze, pur diciamo e scriviamo ancora, qua e , pavimentare, pavimentatura, e peggio che mai, pavimentazione.

Un altro abuso che ha stancato la pazienza die puristi, è quello della parola omaggio, che non solo continua e prospera fra persone beneducate (gradisca i miei omaggi; omaggio dell´autore ecc.), ma per comodo di chi ha fretta ha dato luogo, un po´per celia e un po´per far morire i suddetti puristi, a un omaggiare reggente il quarto caso, che di solito è una donna: mi omaggi la signora.

Omaggio, che è il francese hommage, derivato di homme, è voce della feudalità oltramontana non mai radicata molto profondamente in Italia e ignota al nostro popolo; e indicava all´origine «atto con cui il vassallo, ponendo le proprie mani fra quelle del signore, e stando ginocchioni e a capo scoperto, gli si professava uomo, cioè soggetto». I Francesi ne estesero il senso a significare onore, dono, ossequio, rispetto secondo i casi; e noi dietro, spendendola per le più vili persone e cose. Il Tommaseo, lo stesso Rigutini, il Panzini e altri infiniti che ci spararono contro, dicendola iperbole sgarbata e difforme al genio della nostra lingua, sprecarono la polvere; e dove sarebbe anche troppo porgere i saluti, continuiamo a presentare i nostri omaggi, dove appena cadrebbe donare (un libro, un mazzolino di fiori), facciamo omaggio. Le stesse folgori spuntate investono il tenacissimo modo avverbiale in omaggio a per in conformità, per rispetto conforme in onore, rendendo onore e simili.

Il lettore parmigiano E.B. ha dato del naso nelle questioni del participio passato del verbo esigere; il che accade a tutti gli Italiani, prima o poi, nella vita. Il punto è di vedere come uno reagisce, e il nostro lettore ha reagito così. «In uno scritto apparso su un giornale cittadino ho rilevato si è esigito che loro... Ritengo che in tal senso esigito sia esatto, sebbene consultando diversi dizionarii non ho trovato codesta forma: ho trovato, invece, esatto, derivante dal latino exactum e che sta per lo specifico verbo esigere riscuotere, cioè esatto riscosso. Io credo che dove esigere significhi volere con forza e autorità, sia più elegante porre esigito».

Tutte le opinioni son rispettabili, e come diceva il Lippi: «Ognun può fare della sua pasta gnocchi». Ma ahimè, esigito ci sembra faccia il paio con esigiuto, cioè che sia una birichinata. Esigere appartiene ai verbi irregolari della seconda coniugazione appunto e soltanto per via del participio passato esatto, che però si usa solo nel senso di riscosso, riferito a denaro. Per altra accezione, onde il verbo esigere ha gran fortuna tra le donne, bisogna aver pazienza, ricorrere al participio un verbo affine. Ha voluto, ha preteso il visone. Dove, parlando, basterà aggiunta un sospiro, a far sentire la forza di quel volere, di quel pretendere; scrivendo, un qualche avverbio intensivo o anche soltanto una sottolineatura. Si dicono irregolari quei verbi che appunto costringono a qualche privazione. Esigito sarebbe forse comodo; ma non è leale.

Leo Pestelli


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