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Aggregati come pecore

Language columnIn altre parole
AuthorGiulio Nascimbeni
Date 19 dicembre 1993

di GIULIO NASCIMBENI

I commenti alle recenti elezioni amministrative sembrano concordare almeno su un punto: per avere probabilità di successo con la legge maggioritaria è indispensabile aggregare più forze, tentare l’aggregazione di più forze. Aggregare e aggregazione sono, dunque, le parole di cui ci occupiamo oggi, anche perché le elezioni politiche di primavera non faranno che confermare la popolarità e il massiccio uso di questi due vocaboli. Essi, anzi, rischiano di diventare presto stucchevoli come «gente» e «progetto», assillanti luoghi comuni della partitocrazia.

Non sono, diciamolo subito, parole nuove: aggregazione è già presente nel Convivio di Dante, che fu scritto fra il 1304 e il 1307. Letimologia conduce allomonimo verbo latino aggregare (anche adgregare), che significa accomunare, associare, annoverare, aggiungere, unire. Chi andrà in cerca di un alleato o di un simpatizzante potrà, come suggerisce il «Nuovo Campanini Carboni» (ed. Paravia), ripetere con Cicerone: te in nostrum numerimi aggregare soleo, «sono solito annoverarti fra i nostri».

Fin qui, tutto bene. Ma una piccola incrinatura di dubbio, una specie d'invisibile tarlo, s'insinua nelle nostre considerazioni quando da aggregare risaliamo al sostantivo da cui esso, a sua volta, deriva: grex-gregis che vuole dire «gregge». E si sa che il senso del «gregge», così poetico se riferito allimmagine di uno stuolo di pecore nel verde duna valle con il mite concerto dei belati, assume in altre occasioni un significato duramente spregiativo.

Ogni dizionario rammenta che «gregge» sta anche per «moltitudine di persone prive di iniziativa e di autonomia, pronte a ubbidire o approvare senza discutere»: si pensi a espressioni come «gregge di adulatori», «gregge di schiavi», «gregge di conformisti», «gregge di imitatori». Da «gregge» si arriva anche a «gregario», detto di chi segue passivamente le disposizioni impartite da altri, di chi ha un ruolo totalmente subalterno, come i «portatori d'acqua» delle squadre ciclistiche. E si arriva anche a «pecorone», alla persona che si sottomette senza reagire al volere dei più forti.

Queste manifestazioni intendono essere soltanto linguistici «segnali di pericolo». Le aggregazioni sono senza dubbio necessarie: si tratta di farle funzionare al meglio, di restare fedeli al primo significato di aggregare, come lo riporta il Grande Dizionario Battaglia della Utet: «Unire a un gruppo, associare, ammettere in una cerchia di persone, ma in modo che i singoli elementi mantengano una certa indipendenza». Insomma, si dimentichi il peso un po ingombrante dell'etimologia.

Vorrà dire che se qualche partito o qualche movimento, in nome dellaggregazione, faranno rispuntare tutti i vecchi, deprecabili e condannatissimi vizi che conosciamo, applicheremo una piccola variante. Basterà laggiunta di due lettere, «g» e «i», e da aggregare passeremo ad aggreggiare.

Non è un nostro neologismo, ma un verbo già regolarmente esistente anche se di raro uso: un verbo che ha il significato di «unire o unirsi al gregge, imbrancare o imbrancarsi». E non è un caso che, quando qualche dizionario cita un esempio letterario dellimpiego di aggreggiare, faccia ricorso al grande Carlo Emilio Gadda e a una sferzante frase: «Si aggreggiarono come altrettante pecore»


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