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Cambia l'italiano ma anche il nostro modo di vivere

Language columnPlurilingua
AuthorMaurizio Dardano
Date 15 dicembre 2014

Quando si parla della lingua che cambia, di solito, si ricordano per prima cosa i neologismi, veri o presunti. Per esempio: «industrianato», «dis-rappresentativo», «panflazione» (l'inflazione delle cose), i frutti ibridi (e temibili), come la «cilegugna» (ciliegia + prugna) e la «prugnocca» (prugna + albicocca); non si dimenticano le collisioni, per lo più effimere, come «popolinfesta» e «pizzobisteccheria»; magari si cita la pubblicità: «Godosamente Smart / Goditi il tuo smartphone con Vodafone».

Qualcuno ricorda espressioni, non nuove, ma attivamente circolanti: «mettere paletti», «metterci la faccia», le quali si aggiungono al sindacalese «mettere al centro» e al rassicurante

«mettere in sicurezza» Ma alla larga dalle scempiaggini! Siano acronimi repellenti, come «la nuova lady Pesc» (la titolare del ministero della «politica estera e sicurezza comune» dell'Unione europea), siano supponenti burocratismi: «non abbiamo evidenze di progettualità terroristiche specifiche» (annuncio ministeriale).

Quanto alla sintassi, imperversano nella stampa forme di iperparlato: «Quelli che l'euro no» (copertina dell'Espresso del 30-3-2014). La cosiddetta interrogativa «con due fuochi» sarebbe per alcuni linguisti un fenomeno del tutto marginale; eppure a ogni piè sospinto la stampa ci offre frasi come: «Qui da un lato c'è da stabilire chi fa che cosa per distruggere l'ISIS», «bisogna fare i nomi, dicendo chi ha sponsorizzato chi», «bisogna vedere chi ha salvato chi».

Non dimentichiamo i significati che cambiano: cioè la semantica, settore in continuo movimento. Stefano Bartezzaghi (L'Espresso del 28-8-2014, p. 127) ha registrato la frase seguente rivolta da un padre al figlio, che stava scivolando sulle scale: «Ma insomma, te lo dico sempre: leggi un po' le situazioni». Già, «leggere»: «te lo leggo negli occhi», «ti leggo la mano», il «lettore di Cd-Rom», l'allenatore, capace di «leggere la partita». Quante cose «si leggono», per traslato. Ma non basta. Sfogliando i giornali m'imbatto in traslati più o meno appropriati, più o meno simpatici: «il linguaggio della moda e coniugato in abiti», «Luca Cordero di Montezemolo scende dalla Ferrari ma rimane a bordo di Italo», «Le assunzioni si tingono di verde» (si tratta di esperti di green economy), «La sete di ingegneri parla tedesco» (la Bosch assume personale).

Non va trascurato un fenomeno generale, non propriamente linguistico, ma tale da condizionare in un prossimo futuro gli usi della lingua. «Soli, sempre connessi / ma liberi di scegliere» e il titolo di un'intervista rilasciata qualche mese fa da Carlo Freccero. Vi si descrive la situazione degli utenti della lingua (un tempo si diceva «parlanti»), soprattutto giovani e giovanissimi, i quali oggi digitano e twittano e comunicano con la lingua assai meno rispetto al passato.

Da qualche tempo a questa parte la televisione ha un pubblico che sta invecchiando con lei: i giovani la scoprono perché e arrivata sull'iPad: rappresenta un nuovo contenuto fruibile insieme alla musica e ai filmati. I PC e i telefoni mobili sono consultabili ovunque, anche nei momenti morti. L'orologio e scomparso: tanto l'ora la si vede sul cellulare; «la Tv generalista e stata un grande orologio sociale di un'epoca in cui le giornate erano organizzate per fasce orarie»; ma ora gli orari di lavoro risultano «destrutturati»; non esiste più un «palinsesto», non esistono più «tipi di testo» definiti. Siamo sempre più isolati e, proprio per questo, siamo eternamente connessi ai media che ci permettono (in qualche modo) di socializzare. I linguisti che studiano l'italiano di oggi dovrebbero riflettere di più su questi fatti.


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