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Esperienze a confronto da promuovere e tutelare

Language columnPlurilingua
AuthorAlessio Petralli
Date 02 aprile 2012

Che cosa accomuna la Croazia, la Slovenia e la Svizzera? La risposta ce la fornisce con chiarezza il primo capoverso dell'introduzione al bel libro Lo statuto giuridico della lingua italiana in Europa. I casi di Croazia, Slovenia e Svizzera a confronto: «In Europa, al di fuori del territorio della Repubblica italiana, e trascurando la repubblica di San Marino e la Città del Vaticano, soltanto la Croazia, la Slovenia e la Svizzera, pur con modalità, contenuti ed efficacia territoriale differenti, accordano all'italiano lo status di lingua co-ufficiale». Gli autori dell'opera, uscita nel 2011 da Giuffrè a Milano, sono Lino Panzeri (per Croazia e Slovenia) e Maria Paola Viviani Schlein (per la Svizzera) della Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi dell'Insubria a Como.

Come sempre accade quando si scava nei problemi, la questione terminologica è fondamentale. Basterà citare l'incertezza che regna attorno a un termine solo apparentemente univoco quale «minoranza». Questo, poiché al di del mero aspetto quantitativo, possono entrare in gioco altri fattori, tant'è vero che nei vari trattati internazionali si parla ad esempio talora di «minoranza linguistica», altre volte di «minoranza nazionale». È a questo proposito significativo che «la Costituzione croata assimila quella italiana alle diverse minoranze nazionali" del Paese», mentre «quella slovena definisce le comunità italiana e ungherese in termini di comunità nazionali autoctone"», interpretando come discriminatorio il concetto di minoranza. Va perciò ricordato che la Costituzione svizzera definisce l'italiano come lingua nazionale e ufficiale della Confederazione ma non parla di «minoranza». Quindi a rigore sarebbe improprio per la Svizzera italiana (qualsiasi significato, più o meno allargato, si voglia dare a questo concetto) parlare, come invece facciamo spesso, di «minoranza», anche perché già di per se può scattare una sorta di autocommiserazione. Un po' come può accadere per certi stilemi, entrati nell'uso e ormai sclerotizzati, quali «terza Svizzera» oppure, allargando gli orizzonti, «vecchia Europa».

Insomma, le parole non sono quasi mai innocenti e forse il definirci continuamente minoranza andrebbe in qualche modo rivisto, tanto più che non siamo sicuramente neppure una «minoranza nazionale», visto che la nostra Madrepatria è la nazione Svizzera con tutti i suoi valori collaudati nel tempo, fra i quali spicca il plurilinguismo. Al di di questi distinguo vi è però una «realtà effettuale» che ci ricorda come l’essere in pochi sia spesso perlopiù svantaggioso e che sono quindi opportune misure di tutela (di promozione) di fronte all'inevitabile tendenza assimilatrice delle lingue della maggioranza.

Da rilevare che per tutte e tre le nazioni considerate emerge con chiarezza l'importanza delle autonomie locali, che nella Confederazione passano attraverso la custodia della sovranità cantonale che ha assicurato la sopravvivenza della componente italofona «rispetto alle pressioni assimilatrici delle lingue della maggioranza (il tedesco ed il francese)». Che poi i francofoni romandi si definiscano a loro volta in qualche caso «minoranza» non fa che evidenziare la delicatezza di una pur invidiabile convivenza elvetica, che non è però data una volta per tutte.

In tempi di globalizzazione va inoltre aggiunto che la garanzia per le minoranze non viene più come nel secolo scorso dal diritto interno, ma e un tema prettamente internazionale. Il che non toglie che la Svizzera sia stata in grado di darsi una nuova legge sulle lingue, soprattutto in seguito a stimoli provenienti dall'interno (in particolare dalla componente romancia con la mozione Bundi del 1985!), «nella consapevole interiorizzazione della tutela del plurilinguismo quale fondamento stesso della Nazione». La lettura di questo utile libro può renderci ancor più consapevoli.


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