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Suo proprio e la bella calligrafia

Language columnParlare e Scrivere
AuthorClaudio Marazzini
Datemanca la data

Una lunga lettera di Fabiano Filippin di Vajont (Trento) tocca diverse questioni grammaticali, con un entusiasmo che mi fa pensare di aver che fare con un giovane studente serio e preparato (sbaglio?). Non posso soffermarmi su tutti gli argomenti proposti, e mi limiterò dunque a un paio di osservazioni. La distinzione tra suo e proprio, prima di tutto. Fabiano Filippin ha ragione: ci sono casi in cui il possessivo suo luogo a una pericolosa ambiguità. I grammatici sono soliti citare la frase seguente: «Mario vide Carlo con sua moglie». Per sapere quale sarà la reazione di Mario occorre introdurre la distinzione suo / proprio. Proprio è relativo al soggetto, quando s’identifica con il possessore. Mario potrà risentirsi solamente se vedrà Carlo con la propria moglie. Altrimenti si limiterà a salutare togliendosi il cappello e presentando i propri omaggi alla signora. L’italiano prevede anche il rafforzamento del possessivo: suo proprio. Giusta anche un’altra osservazione del lettore Filippin, che ci ricorda come non sia corretto parlare di una bella o brutta calligrafia, perché calligrafia è parola composta di due termini del greco, e significa appunto bella scrittura. Brutta calligrafia equivale dunque a brutta bella scrittura.

Come offrire eleganza

Claudio Tiberi dell’Aquila si chiede se, offrendo un dolce a un amico, sia più elegante dire Vuoi? O Prendi. Il lettore non ha usato il punto interrogativo, non so se per disattenzione o per scelta. Senza il punto interrogativo, prendi è un imperativo di effetto un po’ autoritario, non molto adatto a una gentile offerta. È vero che nelle antiche tradizioni popolari di ospitalità era oltraggio rifiutare il cibo; nei salotti borghesi, però, le cose vanno diversamente. Meglio Vuoi?, dunque, o Ne vuoi? Del resto le due forme possono essere combinate, con esito non meno garbato «Ne vuoi (o vorresti) prendere una fetta?». Oppure: «Ne gradiresti?». O ancora: «Posso offrirtene?». La nostra lingua è ricca di formule di cortesia.

Tre libri interessanti

Tempo fa qualche lettore mi chiese se esistevano profili sistematici delle lingue d’Europa, con cartine illustrative. Una notevole sintesi del genere, racchiusa nella dimensione accettabile di seicento pagine, è offerta ora da un libro edito da La Nuova Italia, intitolato La formazione dell’Europa linguistica. Si parla di lingue romanze, germaniche, slave, baltiche, celtiche, del greco, dell’albanese, del basco, delle lingue uraliche, del turco, del mongolo, del maltese, delle parlate zingaresche. Mi pare davvero un panorama a tutto campo. Altri due libri dello stesso editore parlano di situazioni particolati dell’italiano. Una lingua perduta e ritrovata di H.W. Haller (professore di Lingua e letteratura italiana alla City University di New York) ci insegna molte cose sul linguaggio italoamericani negli Stati Uniti; L’altra Europa linguistica, a cura di E. Banfi, contiene un capitolo in cui vengono analizzati campioni dell’italiano poverissimo parlato e scritto dagli immigrati asiatici e africani.


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