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“Tre volte al dì”, secondo l’antica ricetta

Language columnParlare e Scrivere
AuthorClaudio Marazzini
Date 22 dicembre 1993

Uno studente di Vicenza vuol sapere se la sua professoressa di lettere fa bene a respingere forme del tipo alla sera, al mattino, una volta alla settimana, e ad imporre la trasformazione in semplice articolo della preposizione articolata. Scriveva Fornaciari, gran purista del secolo scorso: «È da fuggirsi il dire per abitudine alla mattina o al mattino, alla sera, al giovedì». In questi casi la miglior tradizione classica della nostra lingua opta dunque (o almeno optava) per un’indicazione temporale diretta, senza preposizioni: la mattina, la sera, il giovedì. La preposizione a, anche nelle forme articolate, può avere tuttavia valore temporale. In tal caso, però, indica un tempo determinato. Ottimo esempio di questa norma classica è il seguente, trecentesco, di G. Villani: «La mattina al fare del giorno»: al introduce una notazione temporale per precisare quella iniziale, generica. Non a caso a si usava un tempo nelle date: «Alli 16 febbraio»; e si usa oggi per le ore del giorno (alle tre). Detto ciò, osserviamo che nella monolitica compattezza della norma classica si aprono alcuni spiragli. A può avere anche valore temporale-causale: «A quelle parole si irritò»; può equivalere nel: «Alla primavera, la villa era bellissima», «Ai tempi del nonno». La lingua moderna accetta più largamente a temporale con valore generico: «Al mattino quest’uomosogna» (Pavese). Del resto esistono alcune attestazioni antiche di quest’uso. La forma elegante sarà comunque quella consigliata dalla professoressa, attestata anche a livello popolare, come mostra questo proverbio toscano: «Chi la mattina mangia il tutto/la sera canta il cucco». Quanto alla ripetizione nel tempo, la tradizione preferisce l’indicazione diretta: tre volte il », come si leggeva nelle vecchie ricette. Ma nella bella grammatica di Migliorini La lingua nazionale (1941), pag. 343, trovo, sotto il complemento di tempo (relazione di periodicità), il seguente esempio: «Deve prendere la medicina due volte al giorno». Migliorini recepiva in questo caso la tendenza della lingua moderna.

Implementare e implementazione

Implementare, la parola di cui mi chiede notizie il dott. Sergio Zaza, viene dall’inglese to implement, a sua volta dal latino implere (quanti latinismi nell’inglese!). Vuol dire (seguo la definizione dell’aggiornatissimo Zingarelli 1994): «Rendere operante un sistema di elaborazione o un programma, a partire dal progetto, attraverso la formalizzazione dell’algoritmo risolutivo, la codifica in un linguaggio di programmazione, l’esecuzione e la verifica». Si tratta dunque di un tecnicismo dell’informatica, che però ha l’aria di voler uscire dall’ambiente ristretto degli addetti alla programmazione. Quanto più avrà fortuna e andrà per il mondo, tanto più, calandosi nella lingua comune, perderà il suo preciso significato, diventando un termine comune e generico, con il senso di definire, perfezionare (cfr. De Felice-Duro). Capita sempre così, quando i tecnicismi si diffondono al di fuori del loro àmbito originario. Ha avuto la stessa sorte l’input, inserimento dati, che ormai vuol dire genericamente avvio, spinta, persino in senso psicologico, soprattutto nel linguaggio dei giovani («Sono un po’ giù; per favore, dammi un input»).


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