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Tutto il potere alle elementari

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 19 marzo 1989

Ai molti che mostrano interesse per le condizioni linguistiche delle giovani generazioni italiane offre ora molti dati analitici un intero fascicolo di Ricerca educativa, la rivista del Centro europeo dell’educazione di Frascati diretto da Aldo Visalberghi.

Negli anni Ottanta, l’Institute for Educational Achievement ha promosso un’indagine comparativa internazionale sulla produzione scritta da parte degli allievi delle scuole di quattordici paesi (Cile, Finlandia, Galles, Germania Federale, Inghilterra, Indonesia, Italia, Nigeria, Nuova Zelanda, Olanda, Stati Uniti, Svezia, Tailandia, Ungheria). In Italia, decine e decine di insegnanti delle scuole campionate si sono messi al lavoro per anni, con gruppi di specialisti che hanno raccordato criteri e obiettivi della ricerca a quelli degli altri tredici paesi.

Intanto ecco i primi risultati italiani. I livelli di abilità nella produzione scritta sono buoni alla fine delle elementari e insufficienti e decrescenti nelle altre tre popolazioni considerate (fine media, biennio, fine superiori), specialmente tra gli studenti alla fine delle superiori e anche nelle prove tradizionali (il malfamato tema). In tutte le quattro popolazioni le ragazze hanno punteggi migliori dei maschi. Il Sud presenta livelli significativamente più bassi del Centro e del Nord.

Nel Sud sono anche mediocri i risultati dal punto di vista della calligrafia, ciò che ai ricercatori dell’Iea pare far supporre un rapporto con la scrittura complessivamente peggiore che al Centro e nel Nord. Ma su questo e altri dati dovremo tornare più distesamente.

IPSEDIXIT

Quante dediche a mano ha scritto su copie di suoi libri Ignazio Buttitta? Migliaia e migliaia, come sa e immagina chi lo conosce. E come viene fuori, tra tante altre cose e notizie, da questo libro del pittore Carlo Puleo, Un pittore e un poeta nelle piazze del mondo (II Vertice/Libri, Palermo). Migliaia e migliaia: ad amici stretti, scrittori e pittori famosi, a qualche potente, a gente conosciuta una sera dopo un recital su una piazza, a Bagheria o Catania, a New York o Palermo o Mosca.

Continua a scriverne. Perfino a un suo vecchio amico linguista, e gli chiede con la scrittura che i novant’anni non hanno cambiato: «(...) non so cosa ti fa pensa re la prosa del noto pittore Carlo Puleo (...)». Puleo si è fatto dimesso e paziente cronista delle avventure vissute con Ignazio Buttitta. Ritroviamo l’origine di versi che sono nella memoria nostra e di lettori di tutto il mondo («Ch’era beddu lu me gaddu/chi fu patri e fu maritu/ogni pinna avia un culuri/e brillava u vistitu...», versi inediti, frammenti preziosi di cose dette tra amici o in piazze affollate: «Si fussi statu Diu a fari u munnu, u faceva accussì? Un mastru falignami chi fa un tavulu u fa cu tri pedi longhi e unu curtu? I tirrimoti, alluviuni, siccità... chista opira di un Essiri perfettu è? (...) Dicinu ca l’omu fu creatu a immagini di Diu. Chi bella immagini!».

VOCABOLARIO

Areografico. I vocabolari più ricchi di tecnicismi (Lessico Universale Italiano, Duro, Devoto-Oli) registravano da tempo Areografia, tratto dal nome greco di Marte, Ares, e da grafia, e indicante la descrizione cartografica del pianeta a noi vicino. Alcuni vocabolari scolastici hanno lasciato fuori il termine, ma non opportunamente data la sua diffusione nei testi e tra i sempre meno rari astrofili. Lo si trova ora più volte nellottimo Laboratorio di astronomia di Franco Foresta Martin (Dedalo, Bari) che usa spesso anche l’aggettivo areografico.

Uniformizzare. Un lettore di Firenze, presidente di un distretto scolastico, propone che il Videotel fornisca un vocabolario della lingua italiana. L’idea potrebbe non esser cattiva. Ciò, dice il lettore, potrebbe «uniformizzare» la lingua italiana. Diciamo due cose: potrebbe effettivamente diffonderne un uso più consapevole e responsabile; e uniformarci in ciò, in consapevolezza e responsabilità. Ma, speriamo, non nell’uso obbligato di questa o quella parola, e non del verbo uniformizzare, che fuori dei contesti strettamente matematici, e un po’ bruttino.

Sfida all’ultimo dialetto

Nel dicembre scorso Vallata, in Irpinia, fu presentato il volume di Domenico Maria Cicchetti, Un’isola nel mare dei dialetti. Alcuni vallatesi amici dell’autore e una coppia di altri cantori chiamati al podio da Paolo Apolito, professore di antropologia a Salerno, improvvisarono una tenzone poetica a braccio. Per ragioni di tempo questa testimonianza manca tra le altre raccolte nella premessa alle ottave romanesche di Elia Marcelli, I Romani in Russia (Bulzoni, Roma 1989).

Marcelli si rifà alla tradizione dell’ottava improvvisata, da lui sperimentata nella sua giovinezza. Specialisti autorevoli citano il volume Tolfa zona di poesia (1982) come attestazione estrema di sopravvivenza delle cante da poeta. Ma il quadro è più ricco, come si vede nel volume di Marcelli. E in queste settimane due libri dedicati a Benigni e Buttitta (vedi Il paroliere del 5 marzo e l’Ipse dixit di oggi) lo integrano ulteriormente.

AGENDA

I cultori di deformazioni popolari di versi colti, inni, canzoni, passi d’opera trovano nuovi materiali in queste Storie da quattro soldi. Canzonieri popolari trentini (Publiprint editrice, Trento), raccolte Quinto Antonelli.

Mentre continuano languire le norme di legge sulle minoranze, Camera e Senato hanno velocemente approvato una legge che permette, per esempio, a chi è nato a Spalato di dirlo, senza dovere scrivere Split, anzi questo è un obbligo per le amministrazioni pubbliche nel rilasciare certificati. È la legge 54 del 15 febbraio 1989 (Gazzetta Ufficiale del 22) promossa dall’onorevole Pazzaglia.


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