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Un asse linguistico tra Milano e Roma

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 18 febbraio 1990

Chi vive a Milano inquinata, a Roma, Napoli, Palermo e nelle città del Sud devastate da speculazione, camorra e incuria può dubitarne, ma nel complesso è vero che «è in atto una decisa riscoperta della centralità dei temi e delle politiche urbane»: ce lo ricorda l’articolo di apertura del primo numero XXI secolo, la nuova rivista di studi e ricerche della Fondazione Giovanni Agnelli.

Il fascicolo è tutto dedicato alle nuove gerarchie delle città in Europa e in Italia.

Qua e c’è qualche traccia di superficialità che si vorrebbe non vedere, come quando si asserisce che «la tradizionale immagine dell’Italia come paese delle cento città» si fonda, almeno per metà, su «rappresentazioni culturali di matrice localistica».

L’asserto è subito bilanciato dal riconoscimento di radici oggettive dell’immagine. Ma la superficialità dell’asserto resta.

Di Tarascone e Eatanswille è pieno ogni paese, ma se si guarda con occhi più che nazionali all’Europa si vede bene che (come ha visto Fernand Braudel) solo all’Italia e, in minor misura, alla Germania tocca «l’insigne debolezza» d’essere terra delle cento città.

Ma il resto del fascicolo è del più grande interesse. L’analisi dei flussi comunicativi tra le città italiane base alle osservazioni di quegli studiosi dell’Italia linguistica più recente secondo i quali nel persistente coro delle molte capitali italiane emerge un duopolio, un asse Milano-Roma, come luoghi di convergenza, vaglio, rilancio su scala nazionale delle novità negli usi linguistici.

IPSE DIXIT

Gregory Bateson amava cercare e rendere evidente ciò che chiamava «il solitario scheletro della verità». Come altri grandi studiosi della mente e della cultura, egli ha mostrato che spina dorsale di questo scheletro è il ruolo centrale, ineliminabile della parola, della capacità di simbolo e metafora nel costruire i nostri rapporti con il mondo.

Bateson affida a Pablo Picasso un’arguta dimostrazione sintetica di questa sua tesi. Egli scrive: «Si racconta che Picasso, in treno, fu interpellato da uno sconosciuto che gli chiese con aria di sfida: Perché non dipinge le cose così come sono?. Picasso rispose mitemente che non capiva bene il senso di quella domanda. Allora lo sconosciuto estrasse dal portafogli una foto della moglie. Voglio dire questo, rispose. Ecco, mia moglie è così. E Picasso, con un colpetto di tosse imbarazzato: È piccolina, no? E anche un po’ piatta».

Nel suo libro postumo, edito da Adelphi (Dove gli angeli esitano. Verso un’epistemologia del sacro). Bateson così commenta l’aneddoto e la tesi: «Il nome non è mai la cosa designata, la mappa non è mai il territorio, la struttura non è mai vera La mappa non è il territorio, ma talvolta è utile discutere in che modo essa differisce dall’ipotetico territorio. Più di così non possiamo avvicinarci all’indicibile, all’inafferrabile».

VOCABOLARIO

Mentazione. Ancora un vocabolo nato come latinismo in inglese e prontamente registrato dai vocabolari di quella lingua: mentation, da prima degli anni Settanta, era usato per indicare l’attività della mente. Nell’uso degli psicologi sembra più specificamente indicare lo sviluppo delle capacità d’uso della mente. Dall’inglese la parola è passata nella prosa tecnica degli psicologi e psichiatri italiani. Salvo errore, i vocabolari italiani omettono ancora questo vocabolo.

USI E ABUSI

Grand Attractor. Abbiamo qui a due riprese segnalato l’espressione inglese Great Attractor e il suo claco italiano Grande Attratore per denotare il punto di convergenza di movimenti a scala cosmica dei moti di una parte delle galassie a noi note. Dalla stampa di alta divulgazione le espressioni sono ora passate in quella quotidiana, condite di varie imprecisioni e dell’enfasi con cui il nostro giornalismo accompagna spesso le notizie astronomiche. Qualche giornale (Il Messaggero, 13 gennaio) anche la forma Grand Attractor: uso o abuso?

Lingua nostra compie cinquant’anni

Lingua nostra ha compiuto cinquant’anni. Fondata e diretta da Bruno Migliorini e Giacomo Devoto, a partire dal 1939 la rivista volle essere, come ricorda un sobrio editoriale dell’ultimo numero apparso, fedele a una vocazione: «Portare il discorso sulla nostra lingua fuori della divagazione giornalistica, ma anche fuori delle torri d’avorio della scienza, per farne un argomento di riflessione proposto all’intera comunità nazionale».

Il tempo è passato. Devoto e Migliorini non sono più. Cambiata è la situazione linguistica: «L’italiano è diventato la lingua materna di quasi tutti i nostri concittadini; il mondo si è trasformato in una specie di grande paese percorso da messaggi che espongono incessantemente uomini e popoli a ogni tipo di interferenza; i vecchi modelli non hanno più il prestigio di un tempo».

Ma Lingua nostra (ora edita da Le Lettere di Firenze), guidata adesso da Gianfranco Folena e Ghino Ghinassi, continua validamente la sua opera, e ci addita magistralmente «un’idea di lingua come patrimonio di tutti, luogo di incontro e di mediazione di diversità secolari e, insieme, riflesso vivo di una volontà di concordia tuttora, e perennemente, in cerca del suo centro di equilibrio migliore.»


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