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Anche la scienza si può capire

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 16 aprile 1989

Nell’editoriale dell'ultimo numero di Nature del 1988 John Maddox ha espresso un desiderio e proponimento per l’anno nuovo: «Parlino sia di tumori sia di superconduttività, possano i collaboratori (e aspiranti collabora- tori) di Nature riuscire a scrivere in modo abbastanza chiaro da comunicare quel che hanno da dire almeno a una parte del loro pubblico».

Maddox da alcuni ironici e preziosi consigli: primo, cominciare con una frase a effetto che però sia tale per tutti, anche per gli studenti medi; secondo, finire con una proposizione dichiarativa che appaia almeno due volte: alla fine e, possibilmente, nel corso dell’articolo, come l’asserzione che si vuol cercare di dimostrare vera.

L’articolo di Maddox indica che il problema della comunicazione delle acquisizioni scientifiche sta diventando centrale per lo sviluppo stesso delle scienze.

A Trieste, durante un incontro-scontro tra Studiosi di vari campi, è parso che qualche illustre fisico dicesse: comunicare bene ci serve perché se no ci tagliano i finanziamenti. Maddox non sembra del tutto d’accordo. Per quanto un ricercatore possa tenere alle sue fonti di finanziamento, ci sono forse cose più importanti. In primo luogo vengono l’orientamento e la crescita della gente, che deve potere controllare razionalmente i risultati e, soprattutto, le applicazioni tecnologiche della ricerca, ricche di conseguenze sempre più complesse e notoriamente, in alcuni casi, pericolose. Vengono poi la battaglia contro i cialtroni, che vesto- no di panni pseudoscientifici oroscopi e cure dimagranti e il collegamento trasversale con altre scienze vicine, vitale per il crescere delle conoscenze. O sbaglio?

IPSE DIXIT

Grandi rivendicazioni della libertà di espressione sono fatte richiamando le sacre tradizioni della Rivoluzione francese. Forse meglio sarebbe evocare anteriori tradizioni britanniche. Nell’orizzonte giacobino e napoleonico non era tutt’oro quel che luceva.

La Repubblica Cisalpina ebbe nell’estate del 1797 una prima costituzione. L’art. 356 diceva: «Non vi è (...) limitazione alla libertà di stampa».

Pochi mesi dopo, il 13 Annebbiatore dell’anno VI, ecco cosa contro proclamava Napoleone, nei panni di Generale Capo dell’Armata d'Italia: «Considerando, che ad una nascente Repubblica nulla più abbisogna (...), che la interna tranquillità e la concordia degli animi dei Cittadini; considerando che a questo (...) può giovare, più che altra cosa una saggia disciplina della Stampa, che rettamente usata è il Palladio della civile Libertà, ed abusata, siccome ha pur troppo dimostrato la esperienza, ne scuote i fondamenti col fomentare le dissensioni, e gli odi personali, ed aprir l’adito alle calunnie, e alle private vendette, SI DECRETA Che a tenore dell’Articolo 356. della Costituzione per un anno a venire, (...) debba la Polizia Tipografica essere raccomandata alla vigilanza del Potere Esecutivo, onde impedire tutti i mali effetti, che per colpa d’intemperanti scrittori derivar ne potrebbero in pregiudizio della Repubblica».

VOCABOLARIO

Monogenitore. Con l’aumento dei singles, si diffonde nel Nord del mondo un nuovo tipo di famiglia, in cui i figli hanno un solo genitore. È la one-parent family dei demografi di lingua inglese. Si sa che l’inglese parent genitore e l’italiano parente, corrispondente all’inglese relative o relation, sono tipici faux amis (e ben li segnala Virginia Browne nel suo Odd pairs and False Friends. Dizionario di false analogie, Zanichelli 1987). Di qui la scelta di Antonio Gofini e altri demografi italiani di render l’inglese con l’aggettivo invariabile monogenitore, sul modello di monoelica, monopala.

USIEABUSI

Monoparentale. Circola da tempo tra i demografi come equivalente dell’inglese one-parent. Il punto di partenza è probabilmente in area francese. Mentre l'inglese parent genitore e l’italiano parente sono amici falsissimi, in francese la cosa è più complicata, perché al plurale les parents e usuale per genitori. Quindi l’aggettivo monoparental ha maggiore legittimità dell’italiano monoparentale, assai più fortemente equivoco.

Il fascismo, Faccetta nera e il dialetto

Gianni Borgna continua a esplorare il mondo della canzone italiana. Cominciò con C’era una volta una gatta (Samonà e Savelli) per arrivare a Storia della canzone italiana (Laterza). Ora accompagna alle stampe, per la Newton Compton Libri, la Storia della canzone romana ter- minata da Giuseppe Micheli negli anni Sessanta.

Due lavori recenti, l’accurata edizione delle raccolte di Stornelli romaneschi di Valerio Marucci (Salerno editrice, 1984), e Quando Roma cantava di Sangiuliano (Nuova Editrice Spada, 1986), non tolgono utilità alla ristampa dell’ampio affresco di Micheli. Difettoso nelle parti antiche, bisognose d’un più severo impegno filologico, il lavoro regge e diverte venendo agli anni più vicini, quando la canzone romana, per l’italianizzarsi del dialetto, la radiodiffusione e il successo degli spettacoli, si fa fenomeno di rilievo nazionale.

Non pochi gusteranno come nuova la vera istoria di Faccetta nera, ritenuta tipica canzone fascista, eppure invisa al regime del Fascio per essere stata scritta in dialetto e perché ispirata a pur blande e ammiccanti idee di fraternizzazione. Tanto che, ma senza fortuna, si tentò un rifacimento: Faccetta bianca.

AGENDA

La diffusione delle lingue in rapporto al mutamento sociale è il tema del secondo colloquio internazionale organizzato a Québec dal Cirb (Centro Internazionale di Ricerca sul Bilinguismo), in corso in questi giorni.

Un’ampia storia della lingua albanese, è stata pubblicata da Shaban Demiraj presso l’Università di Tirana.


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