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IL PAROLIERE di Tullio De Mauro

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 09 aprile 1989

Il dialetto è ancora una lingua viva

In queste settimane parecchi, e tra l’altro autorevoli giornalisti, mostrano di credere che i dialetti, in Italia, siano in liquidazione, roba vecchia, imbastardita, da nascondere negli stanzini di sgombero nelle vecchie case.

Questa percezione della realtà linguistica italiana, probabilmente comune dentro le redazioni dei giornali e di per un dato interessante. Essa aiuta a misurare, in concreto, un certo distacco che c’è tra noi che facciamo parte di quello che don Milani chiamava il Pil, Partito italiano laureati, e la realtà della gente. La realtà è tuttaltra da quella che noi del Pil immaginiamo (se non siamo, beninteso, linguisti, preti, viaggiatori di commercio o giornalisti un po’ mitici, di quelli che andavano in giro per i paesi e le città di cui parlavano).

La realtà ce la fanno intravedere le benemerite indagini demoscopiche della Doxa, che ancora un anno fa ci ha fatto sapere che soltanto un terzo degli italiani parla abitualmente sempre e solo italiano. Per due terzi, l’uso di uno dei dialetti e una realtà ancora ben viva.

E per uno strato di popolazione, sia giovane sia anziana, l’uso dell’italiano e ancora un problema: per loro parlare dialetto rimane, purtroppo, un obbligo, non una scelta.

Si possono stimare, sulla base dei dati Doxa, tra il 10 e il 20 per cento della popolazione. Del resto stanno per essere resi pubblici dati dell’Istat su questa stessa materia fondati su un campione vastissimo.

Sarebbe un errore per la scuola non tenere conto della realtà vera e dell’ambiente linguistico in cui lavora.

IPSEDIXIT

I dizionari, non solo italiani, legano in genere la nozione di ironia a quella di beffa, sarcasmo. Il legame dubbio, è già nella retorica ellenistica e romana. Da allora quasi ogni generazione di Studiosi di Stile e lingua ha cercato di stringere in una definizione soddisfacente l’idea di ironia: da ultima (con ironia) ha provato tra noi anche Bice Garavelli Mortara nel suo utile Manuale di retorica (Bompiani, 1989).

Dopo il molto discutere, in termini pragmatologici, logici, semantici, forse il meglio e pur sempre risalire alle origini. Le parole che designano l’ironico e il fare ironia appaiono come d’un colpo, senza che ne sia chiara e sicura l’etimologia, nell’Atene di Aristofane e Platone. Aristotele si è posto in più luoghi la questione di una definizione esplicita, formale. L’ironia è vista da lui come un atteggiamento cognitivco e pratico di distacco: rispetto al parlare pro veritate e all’essere sinceri, l’essere ironici gli appare una deviazione. Ma l’esempio di Socrate (e dei dialoghi di Platone) stava a dirgli della nobiltà dell’ironia. Rispetto ai simulatori «gli ironici, dicendo meno del vero, appaiono più simpatici: non sembrano parlare per guadagno, ma per sfuggire ogni sfoggio e le onorificenze: come Socrate». Perciò solo gli spiriti più elevati sono capaci di ironia, per- che capaci del distacco e della solitudine che a essa paiono accompagnarsi.

VOCABOLARIO

Suffragismo. Le individue dell’Istituto Gramsci (Paroliere, 2 aprile), oltre a mettere in circolo questo nuovo sostantivo femminile, hanno dedicato una interessante riflessione al movimento dei suffragisti e delle suffragiste: Anna Rossi Doria ha parlato sul tema Stando da sole imparammo il nostro potere: le idee del suffragismo. Questo sostantivo, suffragismo, e assente anche nelle ristampe più aggiornate dei nostri vocabolari. Ed è usato invece correntemente.

USI E ABUSI

Disguidato. Dallo spagnolo descuido negligenza, in napoletano deriva, fin dal Seicento, desguilo, desguido. La burocrazia dorigine meridionale ha generalizzato la parola già a fine Ottocento nella forma disguido, ormai comune nel senso di mancato recapito. Ora un lettore di Ravenna, che si firma Giovanni il Grammatico, mi manda una lettera dellUfficio locale delle poste (febbraio 1989), in cui si chiede scusa per la trasmissione «dell’unita corrispondenza disguidata». Non borbonica la lettera, bruta ed evitabile la parola buroitaliana.

La parola passa ai cosmologi

Lorenzo Enriques, vicepresidente della Zanichelli, scrive gentilmente a proposito di big crunch (Paroliere 12 marzo). «È esatto che Io Zingarelli registra hing e bang separati, ma dal 1986 registra anche big bang (per ora solo il senso proprio). Perciò la voce non e solo nel Garzanti e nel Duro».

Vero: diversamente dalle prime ristampe dell’undicesima edizione (1983) dello Zingarelli, nell’ultima (dicembre 1987, chiusura in redazione), figura big bang anche unito. Continua Enriques: «Esiteremmo a registrare big crunch, che non credo sia stabilizzato, neanche fra i cosmologi».

Anche io ho esitato a lungo. Maffei, Masani, Giacomelli hanno scritto recenti opere di ottima divulgazione: in esse si usa big bang, ma pur discutendosi lipotesi del crollo finale, non appare big crunch. Ma il successo che sta avendo il libro di Stephen Hawking (Dal Big Bang ai buchi neri, Rizzoli, 1988), fa pensare che l’espressione possa ora avere qualche più larga fortuna. Enriques ha però ragione nel farci capire che la decisione non spetta ai lessicografi. Spetta ai cosmologi.

AGENDA

Il 18 maggio, durante il suo XXIII congresso, la Società di Linguistica Italiana, riunita a Trento, dovrà eleggere le nuove cariche sociali; Gaetano Berruto, presidente da due bienni, lascia questa carica. È stato proposto per la presidenza Alberto Sobrero.

Prospettive nel mondo dedica nel numero di gennaio-febbraio ampio spazio a un servizio di Claudio Quarantotto, Italiese: quell’oggetto misterioso nel grande ingorgo dei gerghi.


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