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Quanto costa parlar chiaro?

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 05 novembre 1989

Chi frequenta autostrade avrà notati da qualche tempo cartelli di tipo nuovo lungo i tratti con lavori in corso. A dizioni generiche, scritte ingenuamente accattivanti (tipo «Stiamo lavorando per voi»), si sono sostituti cartelli in cui si specifica sobriamente la natura del lavoro: «costruzione di una terza corsia dal chilometro tale al talaltro», «installazione di guardrail da X a Y». E fin qui niente di straordinario.

È straordinario quel che segue. Sono poche parole: «I lavori finiranno» e segue una data precisa, approssimata al mese.

La chiarezza ha i suoi costi. Ci sono costi soggettivi, personali.

Arrivare a formulazioni chiare costa fatica a chi ci si prova. I discorsi confusi e oscuri sono comunque meno faticosi, almeno per chi li produce.

Ci sono costi oggettivi, interpersonali. Nella minuscola esperienza che stiamo facendo redigendo ogni mese Due parole, un mensile di facile lettura destinato a ragazzi e adulti ritardati mentali, abbiamo imparato dagli amici psichiatri e, poi, da singoli concreti casi che la nitidezza e trasparenza dell’informazione possono accrescere pericolosamente l’intensità delle reazioni emotive nei destinatari.

Può esserci di più. Può esserci il costo di una riorganizzazione profonda dei modi d’essere d’un’impresa collettiva, d’un’azienda, d’uno Stato.

Nel caso della società Autostrade le poche parole e la data hanno portato con una rivoluzione dell’intera programmazione aziendale.

IPSE DIXIT

Tutto è stato detto? , rispondono i postmoderni, e non resta che citare. Roberta Delbono ha tradotto e Bollati Boringhieri ha edito con cura Espèces d’espaces (Specie di spazi, 1989) di Georges Perec. Da Perec viene, come da Piersig, un’indicazione diversa: «Sappiamo vedere quello che è notevole? C’è qualcosa che ci colpisce? Niente ci colpisce. Non sappiamo vedere. Bisogna procedere più lentamente, quasi stupidamente. Sforzarsi di scrivere cose prive d’interesse, quelle più ovvie, più comuni, più scialbe Costringersi a vedere più piattamente Decifrare un pezzo di città, dedurne le evidenze: l’ossessione della proprietà, per esempio. Descrivere il numero di operazioni cui attende il conducente di un’automobile quando posteggia al solo scopo di andare a comprare cento grammi di gelatine di frutta Continuare finché il luogo diventi improbabile, fino a provare, per un breve istante, l’impressione di essere in una città straniera, o meglio ancora, fino a non capire più che cosa succeda e che cosa non succeda, finché il luogo intero divenga estraneo, e non si sappia neanche più che tutto questo si chiama città, strada, palazzi, marciapiedi».

Ma l’arte, quest’arte, è difficile: «Nostro malgrado, notiamo solo l’insolito, lo speciale, il miseramente eccezionale: è proprio il contrario che si dovrebbe fare».

VOCABOLARIO

Trasversalità. Avevamo qui segnalato (8 ottobre 1989) che il primo sicuro esempio di trasversalità in senso politico è, per quel che fino ad oggi è dato sapere, in un articolo di Rossana Rossanda del maggio 1986. Claudio Quarantotto, autore dell’utile Dizionario del nuovo italiano, scrive per segnalare la parola in un articolo di Giulio Ferroni in Belfagor del 1984. Ma qui la parola pare alludere a un atteggiamento psicologico e non sembra avere accezione politica.

USI E ABUSI

Sinchisico. In un pungente corsivo di Italiano e oltre Raffaele Simone torna ad accusare Ciriaco De Mita di eccellere nella sinchisi. Con questo termine i retori greci e latini indicavano una figura retorica, la mixtura verborum, che poteva degenerare nel vizio della confusione. La parola è presente con accezione negativa nei vocabolari italiani. Simone ne trae l’aggettivo sinchisico, confuso, una novità (credo) assoluta (in greco l’aggettivo derivato da sýnchysis era synchytikòs con t, non con s).

Non dimentichiamo le minoranze di casa nostra

IL 24 ottobre il Partito comunista ha annunziato la ripresa di iniziative parlamentari per ottenere la definizione e approvazione di una legge di tutela delle minoranze linguistiche italiane e di una legge specialmente dedicata agli sloveni.

Tutti quelli il cui cuore palpita per le minoranze etniche oppresse dal malvagio governo sovietico e per le persecuzioni cui sono sottoposte dalla perfida speculazione capitalistica le popolazioni indigene dell’Amazzonia, saranno certamente in prima linea a sostenere e seguire l’iniziativa dei comunisti.

La carità ben ordinata comincia da se medesimi e dalla propria casa.

Vent’anni fa un deputato udinese, Mario Lizzerio, cui si associò subito un napoletano, Francesco Compagna, sollevò in Parlamento il tema della legge di attuazione dell’articolo 6 della nostra Costituzione, che ottimisticamente prevedeva che la Repubblica democratica dovesse tutelare i diritti delle minoranze linguistiche.

Sei o sette volte le Camere sono giunte alla soglia dell’approvazione della legge. Ma poi, sempre, il testo si è perduto nei meandri dei rinvii e nei pantani degli scioglimenti. Sarà ora la volta buona?


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