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Questo volume è un dizionario erotico

Language columnBada come parli
AuthorSalvatore Claudio Sgroi
Date 30 luglio 1989

Un libro di storie tristi e a un tempo di straordinarie storie d'amore, quello di Aurelio Grimaldi, dedicato a Le buttane (Bollati Boringhieri). Ma il volume non riguarda soltanto esse. Le buttane occupano solo la metà del libro: 24 capitoli, ognuno metonimicamente intitolato per lo più con l'incipit del capitolo stesso. A Gli altri figure tutte di emarginati è infatti dedicata la seconda sezione del testo (altri 27 capitoli).

Grimaldi non presenta le vicende dei suoi personaggi prostitute, gay, sbandati e ladruncoli del Palermitano attraverso il filtro del racconto in terza persona. Preferisce piuttosto dare la parola agli stessi protagonisti, che narrano cosi in prima persona le proprie vicende. «Io sono Sonia, batto a San Domenico e sono l'amica di Meri» (p. 95), è il modulo narrativo tipico di queste storie. Oppure raccontano le vicissitudini dei compagni: «Una storia di Grazia te la raccontiamo noi», si legge all'inizio di pag. 59. Questa tecnica consente a Grimaldi di presentare le sue storie dal punto di vista degli stessi attori, senza sovrapporre la sua ottica alla loro. Risulta così una storia raccontata «dal basso». L'autore non rimane però fuori del mondo qui presentato. Non di rado egli viene tirato in campo come interlocutore della storia stessa, identificato con un tu anaforico.

Egli appare così ora come confidente: «Io sono stata rovinata da mio padre. Non lo sa nessuno, te lo sto dicendo solo a te» (p. 12). Ora come soggetto anche lui di confessioni: «Tu almeno lo dici che ti sarebbe piaciuto andare con una di noi, e non ci sei andato solo per la vergogna» (p. 21). O ancora è chiamato in causa per una richiesta assai precisa: «Io vorrei che tu scrivessi che non sono diversa dagli altri (...)» (p. 55). A volte il rapporto con l'autore è più formale, come sottolinea l'allocutivo lei: «e anche lei mi disse le solite storie (...)» (p. 76), e il dialettale voi «E della mia storia non vi dico più niente» (p.17). Solo in qualche caso l'io narrante non è più il protagonista della storia, ma rinvia piuttosto all'autore del volume. Così nel capitolo, tutto in terza persona, che chiude il volume: «L'hanno trovato morto alla discarica di Bellolampo (...) Loro dicevano che era scimunito e cretino; ma a Malaspina aveva imparato a scrivere (...) e sapeva leggere sillabando» (p. 136). Così pure in altro capitolo, in prima persona, la voce narrante sembra identificarsi con Grimaldi stesso: «Era Toni, era lui, e quando me lo dissero ci rimasi di merda. Poi piangendo mi disse che doveva fare solo quello scippo, solo solo quello! (...) Poi non avrebbe fatto più niente!» (p. 127).

Ma l'autore nel dare la parola ai protagonisti di queste storie non li fa parlare in dialetto, come molto probabilmente accade nella realtà palermitana. O per lo meno, il dialetto nettamente contrapposto alla lingua non c'è, se non per qualche raro enunciato («Chistu è latru!». p. 82), a volte anche assai crudo («A mmia mi pari ca manco ci attisa», p. 82). Il registro linguistico costante in tutto il testo e infatti quello dell'italiano di tipo «medio», parlato, informale. Esso presenta anche molti inserti dialettali, soprattutto lessicali, fin nel titolo dove appare la variante siciliana con b anziché p. Ed è inoltre fortemente orientato verso il popolare, a livello sia sintattico che di scelte lessicali.

Per quanto riguarda il polo dell'italiano «medio», informale, orale, la sintassi è ricca di costruzioni con il complemento dislocato a sinistra e ripresa pronominale: «Una volta a Rosa le regalarono dei fiori» (p. 9); «A me mi hanno regalato i fiori» (p. 9); «pure a noi ci sarebbe piaciuto» (p. 9), e di casi opposti di dislocazione a destra: «Però noi non l'abbiamo visto il signore che gliel'aveva dati» (p. 9). Tipici ancora i costrutti relativi come: «quelli che gli [= a cui] sono morti i figli» (p. 51); «Un bambino che gli [=a cui] hanno messo il nome di mio marito» (p. 102). mancano esempi anacolutici, con «tema sospeso»: «Io, l'altra volta, si è messo a piovere foltissimo, e mi sono messa (...) a ballare» (p. 18), o con un certo margine di ambiguità: «Molte di loro, però, i mariti ci fanno le corna» (p. 54). Un bell'esempio di «paraipotassi» (la principale appare coordinata alla secondaria) è: «Se poi mi sveglio ed era stato un sogno (...)» (p.86). Di più difficile analisi l’apertura di un capitolo con: «Perché [sic!] io mi innamorai davvero di Michele anche se all'inizio non ci volevo stare e gli dissi di no» (p.69).

Particolarmente denso è poi lo strato di regionalismi lessicali, non sempre trasparenti, per es. s'attassò "s'impietri" (p. 112), occhi sparti (p. 103), farci la raggia (p. 9). arrangiarsi (p. 117), sconsafamiglie (p. 101).

Lo strato popolare è invece costituito da usi con il clitico ci per «eli»: «Quello ci era già uscito di fuori» (p. 14); «mi disse che ci faceva male la gamba» (p. 13). Connotata in tal senso è anche la scelta di avere anziché «essere» con i verbi pronominali: «il giornale me l’ho sarbato» (p. 43). Ma soprattutto il livello lessicale e assai ricco di popolarismi, spesso di origine dialettale, legati al tema della merce-sesso, centrale nell'ambiente qui rappresentato. Così tra gli organi sessuali appaiono per l'uomo: cazzo tiso (p. 35), cazzacci (p. 51), minchia attuata (p. 64); per la donna: ficazza (p. 30), sticchio (p. 42). Il fare l'amore (p. 65) è indicato anche come ficcare (frequentissimo, ma ancora assente in dizionari speciali), infilare (p. 30), spingere (p. 60), fottere (p. 34), scopare (una sola volta, p. 36); come sostantivo c'è la fottuta (p. 78). Numerosi i sinonimi di buttana: zoccola (p. 37), troia (p. 56), il sicilianismo arrusa (p. 31), anche nel sintagma figli i arrusa (p. 12) (arruso p. 17 è invece sinonimo di frocio p. 76), e il non meno dialettale pulla, frequentissimo nel testo, che ricalca il francese poule. Ma anche per vari altri lessemi. Le buttane sono certamente una fonte da non trascurare per un futuro «Dizionario erotico

Salvatore Claudio Sgroi


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