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Per favore non studiate la grammatica

Language columnBada come parli
AuthorSalvatore Claudio Sgroi
Date 28 marzo 1988

Soggetto è «l'essere o la cosa che fa l'azione espressa da un verbo passivo» si legge nel volume per la scuola media dell'obbligo di G. Pittano, Lingua, Espressione, Comunicazione, Bruno Mondadori (a p. 316).

Se abbiamo scelto come exemplum Pittano è perché, come si è potuto leggere sul «Corriere della Sera» del 6 marzo, questo testo occupa il primo posto nella graduatoria dei libri di grammatica (e/o di educazione linguistica) della scuola media inferiore adottati in Italia e noi possiamo aggiungere anche a Catania (presente in 40 sezioni) e provincia (in 98 sezioni) col coinvolgimento di circa 8.000 studenti e 300 insegnanti.

Gli altri sette testi, in ordine decrescente di successo, sono i seguenti (li identifichiamo coi nomi dell'autore e dell'editore): Moretti Consonni: SEI, Savino-Toschi: Murisa, Tantucci: Poseidonia, Fontanesi-Ugolotti: Minerva Italica, Bottiroli-Corno: Paravia, Oli-De Bemardis-Sorci: Le Monnier, Iadarola-Marchisio: Lartes.

Ma la definizione di «soggetto» del Pittano è realmente adeguata a descrivere la struttura delle frasi italiane? E ad identificare per esempio il soggetto in una frase banale come: «Mario si è preso (oppure: ha ricevuto) un solenne ceffone dalla mamma»? «La mamma» certamente «fa l'azione» di schiaffeggiare Mario, ma è proprio lei il «soggetto» della frase? E «Mario», che a sua volta «subisce» lo schiaffo della madre, è forse il «soggetto del verbo passivo»?

Nello stesso testo è possibile ancora leggere che «Nome e verbo sono (...) le parti fondamentali, cioè i pilastri del discorso» (p. 215) e che «Soggetto e predicato sono gli elementi fondamentali di una proposizione; essi sono indispensabili perché la proposizione abbia senso» (p. 313). E più oltre si apprende che le frasi nominali sono «frasi fatte di soli nomi, senza verbo» (p. 463). E ancora che il verbo impersonale è «un verbo usato (...) senza soggetto determinato» (p. 271)». E come è possibile conciliare tutte queste definizioni tra di loro contraddittorie? Le frasi nominali (cioè senza verbo) e i verbi impersonali (cioè senza soggetto) sono forse frasi «senza senso» ovvero «non-frasi»?

Incongruenze del genere non sono, come forse si potrebbe pensare, «incidenti occasionali di percorso», ma caratterizzano piuttosto tutto l'impianto del testo (e degli altri della «rosa»). Questo tipo di grammatica rivela cioè due difetti di fondo: a) la sua profonda incoerenza e contraddittorietà teorica e b) la sua inadeguatezza a dar conto degli usi reali della lingua. Come dire che questo è uno strumento scalcinato e del nino inadeguato all'uso cui sarebbe destinato.

Vogliamo dire quindi «da critici» e «da specialisti», se ci è consentito, a differenza di chi come Giulio Nascimbeni sul «Corriere della Sera» rivendicava un'ottica di «utente» puro ma piatto, acritico e pseudo-oggettivo, che i nostri testi sono ad essere ottimisti mediocrissimi.

La giustificazione per queste scelte degli insegnanti dovuta a una presunta mancanza sul mercato di testi adeguati oggi non è più valida. Esistono infatti vari testi, spesso delle stesse case edifici di cui sopra, che con soluzioni originali cercano realmente di tradurre in termini operativi le indicazioni teoriche e metodologiche contenute nei Nuovi Programmi, per esempio: Sabatini: Loescher, Simone: Zanichelli, Simone-Musto: la Nuova Italia, Sobrero et alii: SEI, Corti ed alii: Le Monnier.

Di «Lingua, espressione e comunicazione» il Pittano, malgrado il titolo, ha ben poco, essendo piuttosto una grammatica tradizionalista (prime 400 pagine), e in una versione non proprio delle migliori con abbagli banali (digrammi ci sarebbero in figlio e ciglia a pag. 49) e confusioni (per es. tra lettere, suoni e fonemi a p. 50).

Questo testo complessivamente (con gli altri della «rosa») è la prova lampante che i Nuovi Programmi della scuola media inferiore (in realtà vecchi ormai di 10 anni) sono trascorsi per buona parte della classe insegnante quasi invano. Il Pittano privilegia senza pudore per 600 e più pagine lo sviluppo della competenza metalinguistica (cioè la riflessione sulla lingua ovvero la grammatica) rispetto allo sviluppo della competenza linguistica (lo sviluppo cioè delle quattro abilità dell'ascoltare - parlare - leggere - scrivere nelle diverse funzioni e varietà della lingua), ribaltando così del tutto il rapporto chiaramente indicato nei Nuovi Programmi.

La riflessione tradizionale non è peraltro priva di mescolanze ibride con nozioni elementari mal digerite di linguistica moderna nelle sezioni dedicate alle «Note linguistiche» (per es.: gli alberi trasformazionali a p. 324, i monemi-morfemi a p. 102 o il segno-significante-significato a p. 53).

E anche se le 200 pagine della terza parte dedicate alla riflessione su aspetti non tradizionali della lingua previsti dai Nuovi Programmi (variabilità storica, spaziale, sociale, situazionale) sono un tantino migliori della precedente sezione di 400 pagine, rimane la incongruenza di una mancata saldatura e coerenza teorica tra le due sezioni, come si è esemplificato sopra a proposito della frasi nominali.

Tutta la terza parte tende peraltro facilmente al banale e allo sciatto, quando non è francamente errata. Così nel capitolo sulle funzioni, Alt! è dato come esempio di «funzione di informare» (p. 487) mentre, all'interno della teoria jakobsoniana cui il testo chiaramente si richiama, si tratta piuttosto di esempio imperativo con funzione «conativa» dominante. si capisce perché solo Vietato parcheggiare (p. 501) ha funzione «conativa» ma non Divieto di sosta (p. 487), che avrebbe invece «funzione referenziale».

La graduatoria dei testi del «Corriere della Sera» si rivela così come una preziosa cartina di tornasole sia per la nostra classe docente che per la politica scolastica perseguita dallo Stato. Da un lato infatti traspare la impreparazione e la incapacità del corpo insegnante di analizzare criticamente un testo da adottare con la preferenza per testi compassati e inadeguati se non proprio perniciosi. Dall'altra emerge la incapacità di uno Stato che rinnova (con decenni di ritardo) i programmi scolastici, ma non sa (o non vuole) trovare le risorse necessarie per un reale riciclaggio professionale del corpo docente, finora lasciato al puro spontaneismo.

Salvatore Claudio Sgroi


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