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Centravanti killer

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 27 dicembre 1984

In una recente Lettera al direttore sono stato chiamato cortesemente in causa, sia pure indirettamente. Un lettore chiede al nostro giornale una più ferma azione contro le voci inglesi e da molte altre parti si domanda la stessa cosa. Il lettore sopra citato dice che i miei articoli sono lodevoli (ed io ringrazio) ma che sono pochi quelli che li leggano. Non sono del tutto d’accordo se devo trarre qualche conclusione dalle lettere che ricevo anche se un’opinione definitiva deve essere lasciata alla direzione del giornale che ha i suoi mezzi per giudicare il gradimento dei pezzi pubblicati.

Ma, ammesso che il lettore abbia ragione, che cosa altro può fare un quotidiano per la salvaguarda della lingua se non tenere in piedi una rubrica che si chiama La lingua che parliamo e raccomandare a tutti i collaboratori di scrivere in un italiano corretto? Semmai è il redattore di questa rubrica che deve domandarsi se volge bene il suo compito.

Io so benissimo che molti vorrebbero che tale redattore tuonasse contro i forestieri, contro gli anglismi, in modo particolare ora che sono entrati con tutti gli onori in un vocabolario come lo Zingarelli dove le parole straniere abbondano al punto che Ceronetti si è divertito a scrivere un testo pieno di forestierismi e di voci strambe, tutte contenute, appunto, nello Zingarelli, che salutarmente suscita non tanto ilarità quanto sgomento o, se si vuole usare una parola grossa, repulsione, contribuendo così a mettere alla gogna chi si aggrappa a voci straniere perché l’italiano non lo sa.

È stato rievocato l’ultimo intervento dello scomparso Paolo Monelli, di qualche anno fa, che al direttore di un quotidiano dove era apparsa la parola killer, in tono patetico ma sicuro scriveva: «Non si dice killer ma sicario».

L’osservazione di Monelli va esaminata e qui va detto, con ampia facoltà di prova, che non è detto che il grande giornalista avesse sempre ragioni in questioni di lingua, nonostante la sua innegabile sensibilità. L’invasione di killer da allora si è fatta sempre più insistente. Fossero stati solo i romanzi gialli e le opere cinematografiche a diffonderne l’uso; ma uccisioni mafiose, politiche e della malavita comune hanno ribadito in modo martellante il termine.

Ora, non è che io sia molto tenero verso la voce killer ma vorrei cercare le ragioni della mancata identificazione dei termini killer e sicario e le cause della trascuratezza della quale è stato oggetto sicario. Questa voce suona un po’ fuori moda, è piuttosto letteraria e forse non sufficientemente robusta per opporti a killer. Certo anche oggi diremmo che Cicerone fu ucciso dai sicari di Antonio e non dai killer di Antonio.

La gente un po’ istruita sente ancora in sicario la derivazione dal latino sica «pugnale» e ora si ammazza per commissione per lo più con rivoltelle di grosso calibro e con mira perfezionati.

Killer viene dal verbo inglese (to) kill che significa semplicemente «ammazzare», tanto è vero che se uno Dio ne guardi ammazza per errore la moglie potrebbe essere considerato, pensando al valore originario del termine inglese, suo killer (se lo fa apposta è meglio chiamarlo murderer), anche se il termine in italiano ed anche in inglese si è sempre più volto a significare chi uccide per mandato altrui.

Se qualcuno non fosse persuaso dall’esempio che abbiamo immaginato, si rivolga al bel libro Le parole d’oggi che Emidio De Felice ha recentemente pubblicato, dove troverà che il termine killer è usato anche nel linguaggio sportivo per indicare, nel gioco del calcio, chi segna la rete della vittoria (Il killer è stato il centravanti). Chi lo chiamerebbe sicario? E chi chiamerebbe sicario chi ammazza la moglie se si ammette l’esempio da noi supposto?

Sono questi i problemi che si pongono a un linguista, più portato a osservare, a ragionare e a far ragionare, a porre delle questioni che non a formulare condanne che troppo spesso lasciano il tempo che trovano. È opera della scuola e della cultura ridurre ed eliminare quando è possibile i forestierismi ma la condanna deve venire dalla gente e dall’uso che essa fa delle parole. Se nessuno oggi usa più volare per «rubare» come accadeva nel Settecento, se puzzle in senso enigmistico è detto ora «parole incrociate», bene; ma se consideriamo ouverture per cui Monelli bisticciò lungamente con Giulio Bertoni, sostenendo il primo apertura, il secondo overtura, si vede che non ha avuto ragione l’uno l’altro: si continua a dire ouverture. Come facciamo?

Tristano Bolelli


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