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SU UN ANTICO EUFENISMO

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 27 giugno 1986

Non rompete gli stivali

Ho letto che il presidente del Consiglio dei ministri ha chiamato pubblicamente «intellettuale dei miei stivali» un suo avversario politico. La storia di quegli stivali è piuttosto strana. Un giornalista ha pensato che si alludesse al fascismo (morto da più di quarant’anni ma risorgente nella mente di alcuni in ogni circostanza) per poi concludere che il fascismo non c’entrava affatto.

L’origine della locuzione è eufemistica perché già un autore che visse fra il 1560 e il 1629, Alessandro Allegri, usa stivale col significato di «minchione» e così fece Michelangelo Bonarroti il giovane, l’autore della Fiera e ed della Troncia, suo quasi contemporaneo, che scrisse: «Si fatte ciance e menzogne cotali Son da dare ad intender a’ merlotti. A donne e a ragazzi. A goffi, a pazzi, a uomini stivali» (e in questo caso il valore è palesemente oggettivale).

Alessandro Allegri attinse, e così fece Bonarroti il giovane, al linguaggio popolare toscano dando toni giocosi a molte sue pagine. Dunque se stivale fu usato per designare un minchione, è lecito vedere nella parola l’originario significato che oggi si riferisce a scatole o a corbelli quando di dice di rompere le scatole o rompere i corbelli; e infatti c’è anche la locuzione rompere gli stivali ad uno. Sempre nell’ambito di stivale, definito dal Petrocchi «Scarpa che copre tutto o gran parte dello stinco», c’è dottore o professore (o altro titolo) dei miei stivali, nel quale si inquadra l’intellettuale dei miei stivali, in cui il valore eufemistico di cui parlavamo appare nel suo indubbio valore.

Dire a uno che è persona dei miei stivali fa sorgere il problema se si tratti di offesa ma le offese di questo tipo fanno venire in mente quel comune senso del pudore che, a quanto pare anche a me che non sono giurista, non è facilmente definibile perché non si sa quali limiti porgli. Più facile è, semmai, parlare di buono o di cattivo gusto.

Certamente, e non ha torto, il Tommaseo dice che la locuzione (da lui definita familiare) rompere gli stivali ad uno per «noiarlo, importunarlo», equivale a rompere gli stinchi, il capo, ma aggiunge «questo è più eletto» (con una scelta impagabile dell’aggettivo). Io andrei un po’ più in nella valutazione e direi che a nessuno piace sentirsi chiamare «degli stivali di un altro», tanto più che c’è perfino, nel vocabolario, stivaleria, definita, «minchioneria».

Quanto allo stile parlamentare, non sempre si resta in quella compostezza linguistica che una volta lo caratterizzava; ma, come si sa, il linguaggio comune, assai poco pudico e spesso scatologico, non favorisce il mantenimento di uno stile di qualche elevatezza, anche se si potrebbe dire che proprio da certe tribune dovrebbe venire il buon esempio.

Restano nell’ambito parlamentare, devo dire che, avendo da giovane imparato il latino, sono rimasto stupefatto nel sentire un deputato (non ne faccio il nome per ragioni umanitarie) dire alla televisione «Nec tecum nec sine tecum vivere possum», che vorrebbe dire: «Non posso vivere teco senza teco!». È inutile dire che il bistrattato Catullo ha scritto nec tecum nec sine te vivere possum «non posso vivere con te senza di te».

Sarà stato certamente un lapsus ma, io dico, perché quelli che il latino non lo sanno o lo sanno poco, non si astengano pudicamente dal citare passi nell’antica lingua di Roma che merita pure qualche riguardo anche da parte di chi non la conosce se non di vista?

Ma non solo certi politici cascano in questa cattiva abitudine. In un libro recente di un illustre professore, trovo un Quod est veritas? Per un corretto Quid est veritas? «che cosa è la verità?».

La cosa è sconsolante se è vero che, anche in questo caso, non c’era bisogno di fare citazioni latine esponendosi se non al ludibrio almeno alla critica più letto elementare. È proprio vero che conoscere i propri limiti è la prima virtù del saggio.

Si era molto riso di un celebre personaggio del regime fascista che aveva detto che bisognava cercare di ottenere una cosa (non ricordo più quale) per la patria e mantenerla unguibus et rostribus «con le unghie e coi denti» invece che unguibus et rostris. Come nel caso di tecum e sine tecum ha giocato l’analogia e addirittura la rima. Ma perché ora che siamo in democrazia non si impara ad usare meglio i nostri mezzi espressivi?


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