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Così Leopardi corresse Leopardi

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 24 giugno 1982

Invece di «La lingua che parliamo», potremmo oggi intitolare questa rubrica «La lingua che scriviamo», ma dovremmo anche fare una limitazione perché intendiamo riferirci ad una lingua di cui i lettori, per la maggior parte, sono soltanto utenti: la lingua poetica. Vorremmo parlare della lingua poetica di un autore che ha raggiunto vette altissime, incarnando, per così dire, una tale perfezione di letterarietà che, leggendo certe sue poesie, ci sembra di trovarci di fronte ad un valore assoluto, immobile nel tempo, conquista umana imperitura: Giacomo Leopardi. Vedo che certe antologie di moda oggi, informate ad un sociologismo funesto, ignorano o quasi il grande poeta, facendo, così, perdere un’irripetibile occasione per far riflettere i giovani.

I versi di Leopardi sembrano fissati una volta per sempre e non ammettere varianti e così è infatti per la loro forma definitiva; ma, per raggiungere tale forma, ci sono state esitazioni a volte tormentose. Si riscontra, ancora una volta, a dispetto di certe teorie pseudoromantiche secondo le quali l’opera d’arte è un frutto immediato della fantasia, che versi in apparenza creati di getto sono, invece, il risultato di un cammino faticoso ed impervio.

Confrontare le varie redazioni dei versi, quando si ha la fortuna di possedere gli autografi, è compiere un esercizio che può risultare esaltante. Autori come il Petrarca e l’Ariosto sono ad indicarci che, talora, la parola più appropriata, quella che ci pare inseparabilmente connaturata con la sostanza poetica, è stata raggiunta dopo esitazioni, tentativi, rifacimenti, così che non di sola intuizione si può parlare, ma di lungo studio e di interventi razionali, elaborati, per così dire, a freddo.

A tale schiera di poeti appartiene Giacomo Leopardi al quale già Francesco Moroncini dedicò la sua attenzione pubblicando, nel 1927, un’edizione critica delle poesie in cui, tuttavia erano separate le correzioni più importanti da quelle di minor entità, concernenti la grafia e la punteggiatura e venivano sviluppati da singole varianti versi di cui esser erano nuclei. Un diverso criterio segue, invece, Emilio Peruzzi, che in una nuova edizione dei Canti (Rizzoli editori, 1981, pp. 629 e 255 fotografie. L. 40.000), presenta il testo come è stato definitivamente stabilito da Leopardi ma fa anche vedere le varie stesure a nostra disposizione, fino a quella finale e ci fa, così, assistere all’itinerario stilistico del grande poeta.

Le edizioni critiche di autori di cui non abbiamo l’originale mirano ad avvicinarci quanto più è possibile, mediante il confronto di vari manoscritti o, se ci è pervenuto un solo manoscritto, con un esame accurato, al testo primitivo. Nel caso di Leopardi abbiamo gran parte degli autografi che ci consentono di percorrere con l’autore la sua avventura poetica. Il Peruzzi con le 255 fotografie, sollecita il lettore al confronto diretto, quasi a verifica dei criteri da lui seguiti nell’offrire, attraverso la riduzione, dopo ogni singolo canto, tutte le varianti poste in ordine cronologico fino all’ultima, definitiva lezione.

Se prendiamo L’infinito constatiamo che, prima di scrivere Sempre caro mi fu quest’ermo colle, / E questa siepe che da tanta parte / Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude, Leopardi aveva scritto al terzo verso: Del celeste confine il guardo esclude. Ai versi 4-6, invece di Ma sedendo e mirando, interminati / Spazi di da quella, e sovrumani / Silenzi aveva scritto Ma sedendo e mirando un infinito / Spazio e interminati / Spazi. Non minori variazioni hanno i versi 13 e 14: Così tra questa / Immensità s’annega il pensier mio, che prima suonavano Così fra questa / Immensitade il mio pensier s’annega. Poi Immensitade fu sostituito da Infinità. E che dire del primo verso di La sera del di festa che, prima di passare a Dolce e chiara è la notte senza vento, suonava: Oimè, chiara è la notte e senza vento, per tacere delle altre numerose varianti di altri versi.

Non è possibile dare conto esaurientemente di questo interessantissimo libro che conduce al centro dell’elaborazione poetica di Leopardi e del suo tormentato cammino stilistico. I pochi esempi che abbiamo dato non richiedono molti commenti perché parlano da soli. Ci limeteremo ad un paio: la trasposizione della parola infinito dallo spazio (verso 4) al silenzio (verso 10), con sicuro vantaggio dell’espressione e, la La sera del di festa, la sostituzione di quell’Oimè, completamente fuori tono, con un aggettivo dolce, di sicura ascendenza petrarchesca.

Speriamo che questa edizione abbia, fra gli altri meriti, quello di indurre ad una maggiore considerazione per Giacomo Leopardi e la sua esemplare lezione di stile e di poesia.

Tristano Bolelli


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