Text view

Perché «taglio cesareo»?

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 23 luglio 1983

Fra le molte richieste di chiarimenti rivolte dai lettori, ce n’è una di particolare interesse: la storia della locuzione parto cesareo, che è uscita dal tecnicismo originario per diventare di uso generale.

La prima attestazione italiana pare risalire al 1750 ed è del medico e naturalista Antonio Cocchi, che fu amico di Newton e professore di medicina a Pisa e di anatomia a Firenze. Prima ci sono esempi nel latino che fu per secoli la lingua della scienza.

Il taglio cesareo fu, nella tradizione, riferito al nome di Cesare, interpretato come persona nata dal ventre tagliato (caesus) della madre. Si tratta quasi certamente di etimologia popolare, così come un’etimologia popolare è la derivazione di Cesare da caesaries, nome della capigliatura. Secondo quest’ultima spiegazione, Cesare era il nome di coloro che nascevano coi capelli già cresciuti. L’accostamento a parole simili, anche se non c’entrano affatto, è uno dei mezzi più comuni delle etimologie prescientifiche. Il nome di Cesare è quasi certamente di origine etrusca e perciò il parto cesareo non entra se non indirettamente. In realtà, cesareo non può essere separato dal verbo latino caedere «tagliare», con riferimento al taglio del ventre materno in cui consiste l’operazione che si rende necessaria quando non si ha un parto normale, ma sulla sua formazione ha agito il nome proprio Cesare, per la tradizione popolare che si era venuta formando.

Un altro lettore mi chiede notizia del binomio cultura/coltura e dice, giustamente, che la prima forma si riferisce al complesso di conoscenze proprie di un gruppo sociale o di una persona, mentre il secondo vuol dire «coltivazione, specie coltivata, allevamento». È però vero che fra le due voci vi è sempre stato un rapporto di influenze reciproche. Oggi mi pare, però, che cultura nel primo senso non soffra più della concorrenza di coltura. L’equivoco *** concorrenza sussiste, invece, per l’altro significato. Mi pare che si legga frequentemente coltura dei campi ma anche cultura dei campi, floricoltura ma anche floricultura. Se poi si passa al nome della persona che si occupa di colture, troviamo, , floricoltore ma anche, e forse più frequentemente, floricultore. Il lettore mi domanda cosa ne penso.

Credo che non ci sia altra possibilità che quella di prendere atto della situazione che non si è ancora definita, tenendo, però, presente il fatto che coltura è parola che denuncia nella sua fonetica (con una o dal latino u breve) un’origine popolare, cultura (con la conservazione di u) un’origine dotta. Ora, se persiste l’uso con la vocale u in voci come floricultura e floricultore, è evidente che una spinta a mantenere la forma dotta viene anche dal fatto che nel primo membro del composto, flori-, si ha un’altra voce dotta (il latino flores) mentre, se la voce fosse popolare, avrebbe fiori- e suonerebbe fioricoltura. Si aggiunga che floricoltura viene quasi certamente dal francese floriculture. Certo, può apparire strano usare coltura nel senso di «coltivazione (dei campi)», nel solco di agricoltura, voce di antica tradizione italiana, ed invece, floricultura, ma le parole, anche se sono fra loro vicine, possono avere una storia diversa.

Un’altra domanda rivoltami da una signora, riguarda una questione morfologica. È lecito usare gli pronome, riferito a una donna e cioè il luogo di le? La lettrice cita Ceronetti e due passi di La vita apparente. Già trattai su queste colonne la questione e dissi che tale uso si trova nel Boccaccio, nel Sacchetti, nel Boiardo per arrivare fino al Fucini ed al Soffici. Come si vede, Ceronetti è in buona compagnia. Certo, quel gli per le è familiare e dialettale al punto che Alessandro Manzoni non lo usò mai.

Ma qui viene fuori un’altra questione, posta da un altro lettore al quale avevo scritto privatamente difendendo un uso che era confortato da molti esempi di autorevoli autori. Dice il lettore: È giusto considerare legittimo un uso solo perché è convalidato da autori importanti? Ebbene, direi che si tratta di vedere caso per caso e le ragioni dell’uso. La lingua italiana è stata fatta principalmente dagli scrittori. Le norme per proporre una grammatica sono possibili seguendo il loro esempio. Se ci sono incongruenze, se debba intervenire l’uso popolare, se ne potrà discutere, ma non possiamo costruire un modello d’italiano senza seguire più o meno coscientemente la tradizione.

Infine, chiedo scusa per una confessione personale. Poiché Manzoni ha evitato di usare gli per le, pur riconoscendo in certi contesti il diritto di valersi, come ha fatto Ceronetti, di tale uso, fin troppo apertamente toscano, non mi sento di seguire questa via e adopro le invece di gli riferito al femminile. Si vede chiaramente di qui che non sono abbastanza scrittore.

Tristano Bolelli


Download XMLDownload textParagraph viewSentence view