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DIFESA DEL LADINO

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 20 agosto 1985

L’antica civiltà delle Dolomiti

Non è forse da considerare deformazione professionale che, nei giorni seguenti alla sciagura di Stava, io sia andato a rivedermi nei Saggi ladini di Grazialdo Ascoli, pubblicati nel volume del glorioso «Archivio glottologico italiano» (1873), una indicazione della presenza del parlare ladino in quella zona, in un periodo in cui le tradizioni linguistiche erano molto più genuine di oggi. Ho trovato, nel monumentale lavoro ascoliano, che già allora per la Valle dell’Avisio «si tratterà di misurare, nelle generali, quanto ivi resti, nei diversi territori, dell’antico linguaggio ladino che ancora risuona con qualche purità nella parte superiore della sezione di Fassa». La Valle di Fiemme vi figura, tuttavia, e vi figura proprio Tesero, sia pure con alcuni caratteri linguistici ladini alquanto sbiaditi.

Proprio negli stessi giorni del disastro, quasi ad affermare una sicura presenza poetica in Valli trentine e dolomitiche come quella di Gardena, Badia, Marebbe, Fodom, di Ampezzo e di Fassa, è uscito un libro di Walter Belardi, Antologia della lirica ladina dolomitica (editore Bonacchi Roma), in cui si riflette un movimento di cultura che si avrebbe torto a sottovalutare.

I Ladini si sono sempre considerati portatori di una civiltà loro propria anche se nel ramo romancio in Svizzera si sono sentiti minacciati dalla civiltà tedesca e in quella delle valli dolomitiche e del Trentino sia da quella italiana. Quanto al friulano, che rappresenta l’area orientale, le infiltrazioni italiane e particolarmente venete, sono indubbiamente molto forti.

Il bel volume del Belardi (uno studioso di linguistica classica e romanza fra i nostri maggiori) rappresenterà per molti una rivelazione. Ventitré poeti sono rappresentati in una scena molto felice, con la traduzione a fronte. Non si tratta di componimenti in una lingua unitaria ma di una cultura di cui si sa assai poco ed è un peccato.

Il primo motivo di questa lirica è quello della fedeltà alla terra e all’idioma che già compare, ed è probabile riflesso di un più antico componimento, in uno dei poeti scomparsi, Leo Runggaldier da Furdenan (1888-1961): Gardena, Gardena / il linguaggio materno / parlalo, parlalo, / e non dimenticarlo. In un poeta più recente e combattivo, nato nel 1933, Josef Kostner, il motivo diventa accorato rimprovero: Gardena, Gardena / il linguaggio materno disprezzi, disprezzi, / e cerchi di dimenticare. Nello stesso poeta di arriva al sarcasmo ed alla tragicità: Con permesso / si può ancora parlare gardenese qui da voi?: Sapete bene, / una volta non si apprendeva altra lingua, / Vi prego gentilmente, se foste così cortesi / che io potessi esprimermi in gardenese! / Quando non ci saremo più, / non avrete più motivo di udire questa lingua / Qualche anno ancora, / poi tutto sarà finito, / Lo sappiamo che non gradite sentirla / Un po’ di pazienza per qualche anno ancora.

L’amarezza raggiunge il culmine quando, in una poesia intitolata Una madre ladina, si parla della mancata inscrizione alla scuola elementare di un fanciullo che non si sa come deve essere considerato dal punto di vista etnico: ladino-tedesco, tirolese, sud-tirolese, bavarese o altro ancora, con la conclusione che è una condanna: Allora [la madre] se lo riprende bene per mano / e lo riporta per un altro anno a casa. È raro sentire in chi usa una lingua di minoranza una consapevolezza della propria condizione e una tristezza come queste.

Se si pensa che i linguaggi ladini, considerati dall’Ascoli, per alcune caratteristiche comuni, continuatori di un’antica unità, poi visti in una prospettiva dialettale italiana nel quadro dei dialetti settentrionali lombardi e veneti, nonostante la loro difesa, sono sempre in declino, la voce di questo poeta è di grande, tragica, pateticità.

Non è possibile seguire nella loro varietà tutti gli aspetti di questa raccolta di poesie (l’amore del tempo passato, la nostalgia dell’infanzia, l’incanto del paesaggio, l’amore, lo sdegno per la degradazione delle Alpi, il ritorno a valori antichi) e perciò siamo rimasti fedeli alla nostra rubrica parlando di linguaggio.

La traduzione, anche se fatta ottimamente, è sempre una grande traditrice. Ha ragione, però, il Belardi nel dire che, pur nella diversità delle parlate, «al novero delle lingua romanze letterarie possiamo aggiungerne un’altra, che ci è concesso osservare nel preciso momento del suo costituirsi e del suo primo affermarsi». È un auspicio per l’avvenire.


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