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Hanno rubato l’accento al «sì» e al «casinò»

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 17 luglio 1982

In recenti trasmissioni televisive del Campionato mondiale di calcio si sono sentite espressioni pittoresche. Per dire che una squadra agiva in modo forte e robusto (se non peggio) è stato detto che era una Panzerdivisionen. Semmai, si sarebbe dovuto dire che era una Panzerdivision «divisione corazzata» e non usare il plurale, visto che la squadra era una sola; poi, era proprio necessario usare il tedesco? Forse si risponderebbe che la parola tedesca è più espressiva, ma io ho il sospetto che essa venga da certi furbetti che fanno spreco di Sturmtruppen «divisioni d’assalto» e Panzerdivisionen «divisioni corazzate».

Un altro cronista sportivo ha detto che in campo erano stati gettati dei coriandoli king size e qui il riferimento ad una sigaretta di dimensioni più grandi del solito (king size) è palese; ma, a vederli in televisione, qui coriandoli apparivano come dei grossi rotoli di carta igienica. Chissà che king size non sia stato usato per ragioni eufemistiche.

Anche le parole italiane che si creano nella foga sportiva sono abbastanza strane, come quando si è detto che «le squadre di provincia si sono battute in condizioni destimolanti». Quest’ultima parola, se accolta col valore di «non stimolanti» potrebbe dar luogo a una valanga di aggettivi come dedivertente, desorprendente ecc., non so con quanto vantaggio della lingua italiana. Certamente destimolante è stato fatto su destabilizzante, che però è legittimo perché significa «che si propone di togliere stabilità» e non vuol dire «non stabilizzante».

Un neologismo recentissimo è il verbo bollinare. Si legge in un giornale del 24 giugno: farmacisti autorizzati a bollinare le fustelle. Significa, quel verbo, «mettere il bollino», con riferimento alle fustelle, cioè a quei talloncini che si staccano dalle scatolette di un medicinale contenente il prezzo per ottenere il rimborso dagli enti mutualistici.

Un altro caso, ma ortografico (o, meglio, antiortografico) è quello dell’abitudine, ormai molto diffusa, di non segnare l’accento sul . Così una rubrica televisiva (culturale, si badi bene) compare sullo schermo col suo bravo titolo: SI PERO’. A me pare che questa di privare il dell’accento stia diventando una consuetudine fantasiosa, tanto più se sanzionata dalla televisione. Non si dovrebbe insistere, se non presso analfabeti, a dire che , particella affermativa, in italiano moderno va scritta con l’accento, mentre si particella pronominale ne è priva e che accentati vanno scritti giù, più, può, (ma non qui), avverbio (ma non li pronome), pronome (ma non se particella condizionale), voce del verbo dare (ma non da preposizione).

Quanto a se stesso la norma è di scriverlo senz’accento (anche se Riccardo Bacchelli l’accenta, confermando quella certa libertà che si riservano i grandi scrittori). vanno accentate le voci verbali do, fa, so, sa, mentre gli imperativi da’, di’, fa’, sta’, va’ si accompagnano con l’apostrofo che non va, invece, mai posto dopo tal e qual seguiti da parola che cominci con vocale: si scriverà dunque tal altro e tal altra, qual è e qual anima, così come un maschile va senza apostrofo. Caso tipico, un asino. È un po’ umiliante ricordare tali minuzie ma mi pare che si stia perdendo ogni senso della tradizione ortografica che è pur sempre segno almeno di buona educazione.

A volte la mancanza dell’accento porta ad equivoci curiosi e perfino comici. Ho qui davanti a me il titolo che compare in un giornale di provincia del 27 maggio scorso: Un casino per ogni regione. È questa la parola d’ordine. Ora, l’uso di casino per «casa da gioco», anche se compare in alcuni scrittori contemporanei, non è in uso, soppiantato com’è dal valore di «casa di prostituzione» ed ora dal traslato «chiasso», «confusione», «disordine», che pare venire dal dialetto veneto e dal gergo dei militari.

La parola usata ormai quasi esclusivamente, e fin troppo frequentemente (tanto da far concorrenza al vituperato cioè), con quest’ultimo significato, ma che quel titolo potesse evocare il merliniano concetto di «casa chiusa» è provato dal fatto che quel titolo era preceduto dall’indicazione. Il convegno di Salice sulla riapertura delle «case», con delle virgolette eloquenti: le diremmo non equivoche se volessimo scherzarci sopra: infatti, proprio come equivoche sono state intese quelle case (che erano case da gioco) dal titolista, che ha messo le allusive virgolette.

È forse inutile dire, a compimento dell’informazione, che casinò con l’accento viene dal francese che l’aveva preso a prestito dall’italiano casino, attestato fin dal Seicento col valore di «villino signorile», «luogo di ritrovo o di ricreazione».

Tristano Bolelli


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