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Anche agli esimi scrittori scappano gli «scerpelloni»

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 13 settembre 1981

SE si dovesse prestare attenzione a certi segni, si potrebbe concludere che, per l'italiano, la partita, se proprio non è perduta, sta andando male. Ci si mettono a sgraffiarlo non solo persone di mezza tacca culturale, alle quali molto può e deve essere perdonato, ma anche scrittori e studiosi ai quali va il rispetto di molti e che questo rispetto ampiamente me- ritano. Uno è addirittura arrivato a rimproverare chi dice e scri- ve speleologi perché, secondo lui (e non ha, in questo caso, ragione, a meno che non si tratti di errore di battitura), si deve dire speleologhi. Un altro ha scritto: « I libri da egli stesso considerati mi- nori con egli per quel lui che sarebbe, diciamo così, rac- comandato in ogni scuola anche non elevata.

Anche chi scrive al direttore su questioni linguistiche (ma siamo in un'altra sfera) spesso si avventura in un terreno non familiare. L'ultimo è un lettore di Lugano che sulla Stam- pa del 23 agosto, a proposito dell'ormai troppo, chiacchie- rato sgarbellato, scrive: « Si aggiunga poi che esiste l’italia- nissimo scerpellone . Eh no! Intanto in italiano scerpellone significa « grosso errore commesso parlando o scrivendo, stra- falcione ed è dato, sia pure come raro, da vocabolari come lo Zingarelli ed il Palazzi-Folena. Più drastica è l'edizione del Devoto-Oli curata da Luciano Satta che non lo registra neppure. Stando così le cose, sareb- be davvero uno « scerpellone equiparare questo sostantivo all'aggettivo (si noti) sgarbellato che significa, come ormai si è detto fin troppo, « privo di garbatezza, costruito male e simili. Quanto alla possibilità dell'aggettivo di entrare defintiva- mente nell'italiano comune, ogni pronostico deve essere ri- gorosamente evitato, dopo insigni esempi di previsioni sba- gliate. Leggo in un articolo pubblicato in una rivista scientifi- ca che nel 1840 Victor Hugo riteneva sicuro che la parola kilomètre «chilometro non sarebbe mai stata accolta in francese! In un altro articolo, questa volta economico, leggo inflat- tivo « che si riferisce all'inflazione, inflazionistico . Ebbene, apro il già citato Devoto-Oli-Satta e trovo « inflativo (er- rato, anche se comunemente usato, inflattivo) . Le ragioní sono chiare: inflativo, a parte la sua probabilissima deriva- zione straniera, che a ogni modo non giustificherebbe il dop- pio t, ha la sua remota origine nel latino inflatus con un t so- lo. Ma come si spiega inflattivo? Molti aggettivi e sostantivi italiani hanno il doppio t: attivo, cattivo ecc. La loro origine è da voci che in latino hanno ct o pt: activus, caprivus ecc. I più tirano i meno, anche nella lingua: ed ecco le ragioni di in attivo. Ho fatto un sobbalzo quando, nell'articolo di un esimio cri- tico e scrittore, ho trovato in tràlice, sissignori, con l'accento sulla a bello scritto sulla carta stampata. L'avevo già sentito in televisione e ne avevo parlato con lo stato d'animo di chi ha sentito un do invece di un ja in una sinfonia di Beetho- ven. In italiano tràlice non esiste, esiste bensì tralice usato nelle locuzioni in tralice e di tralìce « obliquamente, di traver- so . L'accento sulla i è richiesto dall'uso ma si fonda sull'eti- mologia che è l'accusativo latino tralicem che ha la i lunga e perciò porta l'accento. Anche qui l'errore (perché di errore si tratta) ha una spie- gazione. Quando una parola in italiano non è molto nota a chi l'adopera, c'è la tendenza a ritirare l'accento verso le sil- labe iniziali. Gli esempi sono numerosissimi ma basterà fer- marsi su uno: scandinavo che spesso si sente pronunziare scandìnavo e che in una recente lettera al direttore di un gior- nale a larga diffusione veniva considerato appena accettabile. Finiamo con una voce che, per gli atti di prepotenza com- piuti da certe grandi potenze, è diventata di uso comune: diktat per « condizioni imposte d'autorità da una delle due parti in trattati internazionali . Alla televisione l'ho già sen- tita varie volte pronunziata dìktat invece di diktàt, come è giusto. È una delle tante voci dotte del tedesco che hanno origine latina da dictutum e l'accento sull'a è il solo legittimo. Abbiamo parlato dei peccati e non dei peccatori perché ci interessano i fatti e non le persone, tanto più che qualcuno

potrebbe incolpare il tipografo che di solito, però, è molto più innocente di quanto non si creda.

BolLS130981


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