Text view

E il filologo chiamò la schiava

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 12 gennaio 1982

IN un articolo recente avevo scritto che famiglio, col signi- ficato di « domestico è voce arcaica e disusata. Un lettore di Roma fa notare che, nell'ambiente militare e della poli- zia, la parola in questione « ha tuttora piena validità, nel suo originale (direi originario) significato, figurando in tutte le

scritture contabili, documenti, decreti, eccetera . I fami-

gli, dice il lettore, « sono i domestici delle grandi convivenze militari (tanto per fare un esempio, l'Accademia navale di Livorno) dove rifanno le camere, servono a tavola, ecc. ecc. e nessuno si sognerebbe di chiamarli altrimenti. Il richia- mo è inoppugnabile ma non contraddice le mie osservazioni. In ambienti particolari sopravvivono arcaismi e voci che non sono usate in tutto il resto del1'ambiente linguistico. Nel- lo stesso giorno in un altro quotidiano leggevo di una con- gregazione di suore chiamate Ancelle dell’amore misericor dioso. Ma chi direbbe mai oggi, se non per uno scherzo che sarebbe accolto male, che in casa ha un'ancella che gli fa le pulizie? Non dubito che per designare le appartenenti alla congregazione sia comunemente usato ancella ma ciò non to- glie che questa sia una voce che può appaiarsi, nella sua ar- caicità e desuetudine, a famiglio. Un caso analogo è quello di un'associazione linguistica che si chiama Sodalizio glotto- logico. I componenti sono definiti sodali in una nota degli Atti da loro pubblicati. Anche sodale è voce letteraria e di scarsissimo uso e credo che nessuno di quei soci si rivolga agli altri chiamandolo caro sodale. È ovvio che, quando diciamo che una parola è arcaica e disusata, ci riferiamo all'uso comune e non ci sogniamo di dire che non esista affatto. Chi direbbe oggi di una donna di servizio che è una serva? Eppure, nel passato, si diceva co- munemente e spesso senza quella connotazione spregiava che oggi la contraddistingue al punto da farla diventare of- fensiva. A volte una parola è usata da una persona sola. Il grande filologo Giorgio Pasquali adoperava spesso voci arcaiche e disusate in un modo che riusciva molto divertente. Per esem- pio, egli chiamava sempre schiava la donna di servizio. Ri- portare all'uso moderno una parola che storicamente aveva avuto un significato ben preciso, creava situazioni amene. Era, quello, l'uso di una persona sola e cioè apparteneva, come si suol dire con un termine tecnico, al suo idioletto e cioè al suo uso linguistico individuale. Ovviamente, l'uso da parte di una persona sola è diverso da quello di un gruppo come una convivenza militare o re- ligiosa o di una associazione ma, per l'insieme della comu- nità dei parlanti, non vi è differenza: si tratta di parole non dell'uso comune e generalizzato ma circoscritte, letterarie e così poco usate da meritare di essere chiamate disusate. Prendiamo ora un caso che mi pare interessante anche se si adatta solo parzialmente a quanto abbiamo detto fin qui. Io non uso l'avverbio sovente per dire « spesso . Molti ec- cellenti autori anche contemporanei l'adoperano ed io non ho nulla da eccepire. Ebbene, aprendo i vocabolari italiani più comuni si nota che sovente è dato come voce letteraria. La mia impressione è, però, che in Piemonte, sovente sia molto diffuso anche nel parlare di ogni giorno. Ed infatti. se si un'occhiata all'« Atlante linguistico di Jaberg e Jud, alla carta dedicata alla voce spesso, si riscontra che solo il Piemonte dice sovente mentre in tutte le altre parti d'Italia si dice spesso (o, in aree ancor più ristrette, pur assai). Nel- l`uso piemontese sarà da vedere un corrispondente del fran- cese souvent. L'uso del tutto legittimo di sovente, che ha anche una no- bile tradizione letteraria, da Dante in poi e che è presente in proverbi come Chi ha difetto e non tace, Ode sovente quel che gli dispiace, non è, dunque, generale nell'italiano parla- to dove, a contrastarlo, c'è soprattutto l'avverbio spesso. A proposito di sovente (che compare anche nella tradizio- ne letteraria come soventi) è noto l’aneddoto che si narrava del Granduca di Toscana che, sollecitato, con parole scelte, a ricostruire a spese dell'erario e non della comunità (come secondo la legge si sarebbe dovuto) un ponte portato via da una piena, piacevolmente rispose: Talor, Qualor, Soventi, Non è guari / Fatevi il ponte coi vostri denari; grazioso mot- to che prendeva in giro il linguaggio affettato dei postulanti e dava nello stesso tempo una lezione di competenza eco- nomica.

BolLS120182


Download XMLDownload textParagraph viewSentence view