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Quando Verdi afferra il brando

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 10 dicembre 1982

In ogni lingua che ha dietro di una storia fatta anche di documenti letterari, le parole si collocano in diverse stratificazioni. Per esempio, la voce angoscia deriva, per via popolare diretta, senza interruzione di continuità, dal latino angustia; è chiaro, invece, che l’italiano angustia è un prestito dotto preso di peso dal latino. Uguale giudizio va dato alle coppie vergogna (direttamente discesa dal latino verecundia) o verecondia, in cui il solo segno di italianità è in quell’o invece di u che la distingue dal latino dal quale è stata presa a prestito; biscia viene dal latino bestia per via diretta, mentre bestia è voce di prestito, e così via.

Bisogna dire che le ragioni che inducono a giudicare se una voce sia di tradizione diretta, e cioè popolare, o di origine dotta, cioè un prestito, non sono sempre evidenti.

Certamente sono meno evidenti che in francese e questo perché le trasformazioni subite dalla voce italiana venendo dal latino sono molto meno numerose che in francese. È evidente che l’italiano occhio e oculare, l’uno di tradizione diretta, l’altro prestito, sono assai più vicini fra di loro del francese oeil e oculaire; eppure tutte e due le coppie risalgono rispettivamente al latino oculus e ocularis per le due vie or ora indicate.

Non vorrei che il lettore si fosse già messo in sospetto per l’apparente tecnicismo del discorso che ora procederà per una via molto più agevole.

Recentemente, nello sceneggiato televisivo su Giuseppe Verdi, si è fatto più che un cenno ai libretti delle sue opere che, brutti come sono hanno una parte importantissima nella tessitura della musica.

Verdi non aveva certo rispetto per i suoi librettisti e li costringeva a servire alle sue esigenze. Dal suo punto di vista, aveva certamente ragione. Ebbene, la lingua di quei libretti pullula di voci dotte di prestito, come del resto tutta la lingua della poesia fino a tutto l’Ottocento e, per alcuni poeti, anche oltre. Certo vi è un contrasto stridente fra la naturalezza e la capacità della musica verdiana di essere accolta dal popolo e le parole dei librettisti.

Fra le voci dotte della lingua poetica italiana, così frequenti anche nei libretti, spiccano latinismi di prestito come aulente per «profumato», redire per «tornare», aere per «aria», colubro per «serpente», pruina per «brina», vulgo per «volgo», egro per «infermo», onusto per «carico»?

Accanto a questi latinismi, ancora voci dotte come destriero «cavallo da sella», rimembrare «ricordare», ostello «alloggio, albergo», fiata «volta», brando «spada», tutte giunte dalla Francia, quale che fosse la loro origine remota.

Un esame delle parole venute dal francese ci riporta al Duecento quando la poesia d’Oltralpe, provenzale e francese, influenzò grandemente la lirica delle origini.

E forse superfluo dire che la tradizione delle voci poetiche in italiano si è tramandata di secolo in secolo (e perfino nella lingua della poesia popolare: si pensi al Maggi della Versillaì mentre la prosa si depurava via via, fissandosi in moduli meno arcaici ed accogliendo, magari, termini tecnici stranieri moderni di uso comune. Il Settecento e il primo Ottocento insegnino.

Certo in autori anche grandi, la lingua della poesia è più arcaica rispetto alla lingua prosastica, anche al di fuori dell’esempio più clamoroso, quello manzoniano, che, però, va visto in una successione di tempi e di ideologie. Ma anche in un’opera poetica come Il Conte di Carmagnola, Silvio Pellico, dopo aver riferito, in una lettera al fratello, la riseva del Monti sullo stile che gli pareva prosastico esprimendo il suo vivo entusiasmo, diceva che, in realtà, si trattava di stile assunto deliberatamente dell’Autore per «renderne cara la lettura anche a coloro che non sono educati al linguaggio poetico».

Siamo nel 1819: nel 1821 il Manzoni cominciava quel romanzo, Fermo e Lucia, che diventerà, dopo un lungo travaglio linguistico, I Promessi Sposi, modello per tutti gli italiani che si avviavano all’unità politica e che avevano, perciò, bisogno di una unità linguistica. Non più parole della poesia, ormai (quella degli Inni Sacri e del Cinque Maggio) ma un linguaggio vicino alla lingua popolare, al modo di esprimersi di ogni giorno. Per avere qualcosa di simile nella poesia, occorrerà aspettare poeti del Novecento.

Tristano Bolelli


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