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INGLESE O DIALETTO

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 6 dicembre 1985

Più poveri senza latino

In una recente lettera inviata al direttore di un quotidiano, un lettore dice che parecchi anni fa in Calabria, durante un viaggio con un automezzo in una località interna non distante dalla costa tirrenica, giunto a un bivio, si fermò per chiedere informazione ad un ragazzo di 13-14 anni che non capì nulla della domanda che gli era stata rivolta. Un altro ragazzo, sopraggiunto in bicicletta, si fermò per dare un aiuto ma non riuscì a mettersi in comunicazione con il primo. Il dialogo era impossibile perché i due parlavano dialetti totalmente diversi.

La situazione è, da allora, indubbiamente cambiata. Non vi è alcun dubbia che la tanto vituperata (a volte a ragione) televisione ha aumentato moltissimo la capacità di intendersi fra gli italiani ma è altrettanto sicuro che casi di poca o nulla comunicabilità linguistica esistono ancora in Italia, nazione in cui molte varietà di lingue e dialetti tuttora sussistono per la diversa storia delle singole località, delle singole città, delle regioni storiche.

L’interesse per le questioni linguistiche vede da una parte schierati coloro che sostengono la necessitò di una maggiore e migliore diffusione dell’italiano e dall’altra i sostenitori della reviviscenza dei dialetti. Alcuni sono arrivati a dire che si dovrebbe abbandonare l’italiano per insegnare come prima lingua l’inglese, poi il dialetto, infine l’italiano.

È stato questo uno di quegli argomenti che hanno suscitato maggior attenzione in una serie di conferenze promossa dalla benemerita Associazione culturale italiana che ha sede a Torino. Il mio stupore è stato grande quando, abituato a parlare in aule universitarie a qualche decina di ragazzi o, in seminari specialistici, intorno ad un tavolo con un numero di persone raramente superiore alle dita di una mano, mi sono trovato di fronte alla platea e alla galleria del Teatro Alfieri gremita e la scena si è ripetuta in teatri di Firenze, Milano, Roma, Bari.

Mi è venuto naturale chiedermi che cosa cercasse quel pubblico, particolarmente di giovani attentissimi e pronti alla discussione. Ebbene, la mia impressione è che nei giovani ci sia veramente una grande passione per discorsi che si sforzino di essere chiari, che non eludano i problemi e che affrontino questioni di cui si sente l’urgenza.

E le persone mature, particolarmente gli insegnanti? Nei migliori vi è l’ansia di corrispondere all’interesse dei giovani, anche se la loro opera è spesso misconosciuta, anche se non è stata sorretta da adeguati studi universitari, anche se p stata turbata da disposizioni governative, da programmi inadeguati, capaci di abolire il latino per farlo poi ricomparire sotto forma di supporto all’Italiano, cosa facile da enunciare ma difficile da realizzare.

Come non attribuire alla perdita di contatto col latino la povertà di vocabolario di molti giovani, quella povertà di vocabolario che è stata riscontrata in una ragazza ventenne, con studi universitari, che, nel corso di una trasmissione televisiva dedicata alla lingua italiana, non ha saputo dire che cosa significhino colluttazione, effrazione e in flagrante. Mi è venuta in mente la risposta di un tipo che, tanti anni fa, alla domanda se il monumento inaugurato a Firenze a Vittorio Emanuele fosse equestre, non sapendo il valore della parola, rispose: «Per bello è bello; quanto a equestre, così così».

Come aveva ragione Fernand Braudel quando diceva: «Se non sapete il latino, secoli di storia vi sfuggiranno e non avrete mai la padronanza della lingua». Si riferiva certo al francese ma a maggior ragioni parole si applicano all’italiano.

Una indicazione fornita agli insegnanti per far migliore l’italiano ai loro alunni è il confronto fra le due edizioni dei Promessi Sposi, quella del 1837 e quella del 1840: è lo stesso libro ma quante e quante correzioni e quali insegnamenti può dare! Anche il delicato problema dei livelli linguistici può essere iniziato con questo prezioso confronto.

L’argomento delle voci inglesi che hanno invaso l’italiano è un altro punto che interessa largamente. Anche qui si va da chi dice che non c’è nulla da fare a chi si chiude in una forma di purismo intransigente. Qualcuno ha posto domande provocatorie a bruciapelo del tipo «Come si può dire in italiano management?», Viene in mente, in generale, conduzione aziendale ma so che sarà rimproverata anche la sera con due parole di una sola parola inglese. Ma è mai possibile che si possa esigere una traduzione parola per parola, specialmente in un Paese che, come si legge in documenti amministrativi, invece di venditore ambulante richiede che si dica niente meno che operatore mercantile di spazi e aree pubbliche?


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