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Situazione... fluida

Language columnNoterelle di lingua
AuthorEuclide Carlo Milano
Date 31 agosto 1950

C'è se non proprio da ridere da benevolmente sorridere quando si vede la lingua nostra presentarsi, pur essa benevolmente, a fornire le parole e le frasi che attenuano, velano, rendono meno ostico un pensiero che, espresso crudamente, riuscirebbe sgradevole. Le parole che dicono lo stesso di altre, ma in modo meno urtante, smussando le asperità, fan pensare al rivestimento dolciastro di certe pasticche disgustose, o al licore del quale porgiamo aspersi gli orli della tazza contenente succhi amari all'egro fanciullo, di cui parla il Tasso nell'introduzione al suo poema.

Si chiamano, queste espressioni cortesi, eufemismi cioè cose dette bene come quando, per esempio, invece di dire che il tale è morto, o ha tirato le cuoia, o è crepato, diciamo che è volato al Cielo, che è passato a miglior vita, che è andato a ricevere il premio delle sue virtù. Son dette antifrasi se la parola o frase viene usata con significato opposto a quello esatto e consueto come quando diciamo benedetto l'uomo che di tutto cuore malediciamo. Son dette infine litote se stese in forma negativa anziché positiva: ad esempio non bello in luogo di brutto, non tanto intelligente invece di cretino.

Se in famiglia c'è un povero ragazzo al quale natura matrigna negò il bene dell'intelletto, nessuno dei suoi familiari lo riconosce scemo: lo dice soltanto «ritardatario», «in fase di sviluppo». Se è gobbo o zoppo o guercio, «ha una lieve imperfezione fisica». Il pazzo, se di condizione elevata, è «un po' malato di mente»; il luogo ove lo si cura non è un manicomio che dite mai? bensì una «Casa di salute». La signora Veronica non è «vecchia», e chi osa dire tale eresia? «Non è più tanto giovane»: ecco tutto. E la donna che fa lo stesso lavoro di quella «del marciapiede» con un ricco o artista o uomo politico o principe, diventa l'amica, l'ispiratrice, la favorita, la diva.

Si sa che il pugnale con cui si dava il colpo di grazia (quanta grazia!) ai condannati dall'Inquisizione portava il pietoso titolo di misericordia. E quegli arnesi che si serrano ai polsi di un arrestato chiamansi manette; Il Manzoni, quando narra che i birri li legarono ai polsi di Renzo, dice che quegli ordigni «per quell'ipocrita figura d'eufemismo» erano detti manichini. Non si può infatti sostenere che in questi modi di dire c'entri dell'ipocrisia. Più volte, in Piemonte, abbiamo sentito chiamare medicina per i topi quell'intruglio di veleni che li fa crepare. Che portento di medicina!

Ma i più ameni giochi di parole del genere son quelli che si riferiscono alle operazioni militari, quelli distillati dai bollettini di guerra quando e dove la guerra infuria. Avete mai letto un bollettino il quale dica onestamente: «Siamo battuti. Il nemico avanza?». No, mai. «Le nostre truppe hanno pugnato eroicamente rafforzandosi su posizioni migliori» - «Si è fatta una rettifica del fronte» - «Il comando ha disposto un ripiegamento per assicurare il successo finale». E così via. Ormai tutti sanno che cos'è una ritirata strategica e che cosa vuol dire situazione fluida, mirabile espressione fluida anch'essa, piena d'incognite e di mistero. meno grazioso è il ripiegamento previsto. Ricordate quel tale che, caduto sconciamente, fra le matte risate dei presenti, dal giumento sul quale caracollava con le pose d'un conquistatore, disse rialzandosi: «Tanto volevo scendere»? Era anche quello un movimento previsto.

e. c. m.


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