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Dolci armonie

Language columnNoterelle di lingua
AuthorEuclide Carlo Milano
Date 7 ottobre 1949

La parola è musica. Le immagini della nostra fantasia e i sentimenti che ci scaldano il cuore hanno con le parole mirabili accordi. La più mediterranea delle vocali che è la a , la i e la e suscitano sensazioni e visioni luminose come la r e la t hanno vibrazioni aspre e forti, mentre la l e la n consentono a liquida dolcezza e soavità; e così via. Perciò chi ha il senso dell'armonia, quando legge pezzi di prosa o di poesia dove ricorron parole che suonano malamente ne prova un vero disgusto, se ne sente quasi offeso. Spiacciono le cosiddette cacofonie, cioè le successioni di suoni aspri (per es.: «Un contratto tra tre trafficanti») ; è antipatico lo iato, che è l'incontro di più vocali («Emanuele e Enrico»); e quella rima che nella poesia, congiunta alla metrica e al ritmo, riesce tanto gradita, se nella prosa ritorni più volte a caso è addirittura insopportabile; e la consonanza, così frequente, per esempio, nell'uso degli avverbi in mente: già il frequente e il mente che abbiam scritto or ora ad un orecchio sensibile ripugnano... maledettamente.

Galileo Galilei, che non fu soltanto sommo scienziato ma anche esteta e critico dall'orecchio finissimo, fece oggetto di minuta critica il poema dell'Ariosto, fra l'altro rilevandovi (ed era dell'Ariosto!) parecchie disarmonie. Nel verso «E ristorar lo stanco corpo neghi» quei due co vicini gli sonavan male; secondo lui il poeta avrebbe dovuto dire «E ristorare il corpo stanco neghi». Ancor peggiori gli parvero i versi «in un'adorna e fresca cameretta» (che corresse «In una fresca e adorna cameretta»), «E lo trovò nella spelonca cava» («E lo trovò dentro la grotta cava»), nel quali non è necessario avvertire che cosa vien fuori. Ma non se n'accorge affatto il lettore comune. Tanta era la sensibilità dei nostri maggiori che dicevano per ischerzo premettendo la i a scherzo dopo il per, onde evitare l'incontro di troppe consonanti, che dicevano ned io perché un io sembrava faticoso alla pronuncia e lesivo dell'eufonia, della dolce armonia.

Com'erano raffinati, molli, sdolcinati quei nostri maggiori! Ben altro è il gusto, ben altro il sentire delle generazioni nate e cresciute attraverso due guerre, abituate a vivere tra scoppi di bombe, urla bestiali, rombi di motori, fragore di carri automobili motociclette, gracchiar di radio e di musiche barbare, declamazioni d'altoparlanti, mugolii schianti strepiti crepitii fischi scrosci spari, e via dicendo. Chi avverte ancora, fra tanto baccano, le cacofonie, lo iato e le consonanze? Oggi la radio ci dice, per es.: «I seguenti provvedimenti riflettenti l'istruzione pubblica», oppure ci fa sapere che «è stato pubblicato il comunicato del Sindacato ecc.»; altri scrive che «Infatti, secondo Togliatti, questi Patti sono stati fatti a scopo d'aggressione», e che il Tal dei Tali «faceva parte d'un reparto di partigiani quasi tutti appartenenti al Partito comunista». «Se non stai alla legge finirai per perdere il permesso» dice Tizio a Caio in un discorso di nostra conoscienza. E un letterato di grido ha scritto quanto segue: «Un accademico di Francia aveva proposto la stessa proposta di una moratoria delle invenzioni. La proposta voleva imporre il divieto di poter ottenere concessioni di privative, ecc.». Che squisita armonia!

Ho letto recentemente di capitali concessi «a tasso basso». Che strani voli fa talvolta il pensiero! M'è balzato alla mente il tasso barbasse troneggiarne nella vigna di Renzo: ve la rammentate? Quella povera vigna abbandonata e piena d'erbacce sta per diventare il simbolo della povera lingua italiana di oggidì.

e. c. m.


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