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Cultura francescana

Language columnIl dire e il fare
AuthorTullio De Mauro
Date 27 febbraio 1976


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IL CONVEGNO di Ferrara sul recupero della tradizione orale, di cui a suo tempo fu data notizia in queste note («Paese sera» del 30 gennaio), si è poi svolto, come vari giornali hanno raccontato.
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Nel riferirne sulle colonne di «Repubblica», Raffaele Simone, col garbo intellettuale che gli è proprio, ha rimproverato a uno dei più impegnati partecipanti al convegno, Giuliano Scabia, una storia di «francescanesimo culturale».
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Più in generale, a proposito dei fermenti intellettuali e politici messi in evidenza dal convegno Centro Etnografico Ferrarese.
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Simone così scrive (in «Repubblica» del 17 febbraio):
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«Questo fermento è sempre esposto a un rischio (): il rischio di idoleggiare una specie di pauperismo o di francescanesimo culturale, che spinge a ritenere che la cultura e le tradizioni dei poveri, degli oppressi, dei contadini, sia l’unica fonte a cui convenga attingere in uno sforzo di rinnovamento».
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La preoccupazione è senza dubbio giusta.
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Simone, a sostegno, cita cortesemente alcuni punti di vista che chi scrive queste righe ha cercato di costruire e difendere.
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Non cita invece, come potrebbe, Theodor Adorno, senza dubbio perché già ben noto ai colti e fini lettori del quotidiano di Scalfari, che, come una intensa campagna pubblicitaria ci spiegò, appartengono tutti alle élites intellettuali e dirigenziali di questo nostro paese, ed anzi ne sono fiore ed anima.
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I pochi lettori di queste righe sono, invece, per così dire, di grana più grossa: sono, come si dice a Roma, più materiali.
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Diversamente dai felici lettori di «Repubblica» e di Giorgio Bocca essi non appartengono alla classe dirigente, ma, come buona parte dei collaboratori, appartengono piuttosto alle classi tutt’oggi dirette.
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Insomma, per farla breve, difficilmente rammentano a volo le citazioni dei «Minima moralia» del filosofo francofortese Theodor Adorno e sono certamente disposti a perdonare chi cita per esteso un passo, del resto ben noto agli intendenti, di quel libro.
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Scriveva dunque Adorno:
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«Nulla di più reazionario che contrapporre i dialetti popolari alla lingua scritta. Ozio, e perfino arroganza e superbia, hanno conferito alla lingua della classe superiore un carattere di indipendenza e di autodisciplina, che la mette in opposizione allambiente sociale in cui si è formata. Essa si rivolge contro i signori, che ne abusano per comandare, pretendendo di comandar loro a sua volta, e si rifiuta di servire i loro interessi, nella lingua degli oppressi, invece, resta solo l’espressione del dominio () La lingua proletaria è dettata dalla fame. Il povero biascica le parole per saziarsi di esse. Egli () fa la voce grossa, arrotondando la bocca che non ha nulla da mordere. Egli si vendica sulla lingua, straziando il suo corpo che non gli è concesso di amare, e ripetendo, con impotente violenza, l’offesa che gli è stata inflitta. Anche i tratti migliori dei dialetti del nord berlinese o dei «cockneys» arguzia e concisione, presentano il grave inconveniente che () prendono in giro, col nemico, anche se stessi, e danno così ragione al corso del mondo».
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Ecco, questo è il punto.
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Chi si sdilinquisce troppo sulla «cultura analfabeta» e le sue immediate espressioni o sugli arguti popolari «cockneys» londinesi « ragione al corso del mondo», di questo mondo a tre quarti ancora borghese, non meno di chi, obbedendo a «ozio, e perfino arroganza e superbia», cassa o cerca di cassare tutto ciò che non appartiene alla formalità più regolata e disciplinata.
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Continua Adorno:
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«Se la lingua scritta codifica l’alienazione delle classi, questa non è revocabile attraverso la regressione alla lingua parlata, ma solo nella coerenza dell’obiettività linguistica più rigorosa. Solo il linguaggio che ha assimilato e risolto il la scrittura libera e il discorso umano dalla menzogna per cui sarebbe già umano».
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C’è un limite in queste affermazioni di Adorno.
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E noi dobbiamo farcene coscienti, se vogliamo seguire la giusta strategia di liberazione.
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E il limite è anzitutto di natura conoscitiva.
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Adorno mostra qui di credere, come molti credono, che vi sia una rigida contrapposizione (e, quindi, contrapponibilità) tra cultura scritta e cultura orale, cultura delle classi soggette, cultura nelle lingue egemoni, di grande comunicazione e tradizione, e cultura delle lingue minori, di raggio municipale e impieghi socialmente più modesti.
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Si affidano a questa medesima credenza tutti coloro i quali pensano che, di conseguenza, la classe operaia debba servirsi come di sua lingua piuttosto che di francese o inglese, cinese o italiano o arabo o russo, di incontaminate lingue socialmente minori.
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E vagheggiano magari l’uso generalizzato del friulano, del resto così finemente e con tanto gusto usato oltre che dall’indimenticabile Pasolini, da cultori come Pittana o da forti personalità poetico, come Leo Zanier.
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Ma le cose, come abbiamo detto tante volte, non sono così semplici e non stanno così.
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La storia è più intricata.
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Anzitutto dobbiamo renderci conto del debito, che si rinnova nei secoli, contratto dalle forme culturali e linguistiche più colte e disciplinate nei confronti delle forme culturali e linguistiche d’epoca in epoca più legate alla vita delle classi subalterne.
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Quanta rusticità c’è negli scrittori più urbani e più fini: quanto linguaggio dell’arsenale in Galileo: quanto marchigiano in Leopardi, e controcanto dialettale in Montale: quanta ricerca dal punto di coincidenza tra costruzioni auliche e cinquecentesche e costruzioni dialettali meridionali del periodare di Benedetto Croce: quanta capacità di trovar parole per capire e farsi capire dagli operai torinesi in Gramsci: ecco il primo tipo di cose da capire.
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E il secondo tipo di cose da capire è quanta scrittura e cultura intride la presunta vergine popolarità: quanto latino cristiano e splendida latinità medievale, di giuristi e monaci colti e teologi, c’è nei nostri dialetti di campagna: quanto borghese tedesco c’è nel triestino, quanto francese nei dialetti dal Veneto alla Calabria, e arabo nel siciliano, e greco nel Sud; quante istituzioni letterarie e gestuali colte vivono in canti, musiche, danze popolari e dialettali come da Pitrè a Barbi, a Pagliaro, fino ai nostri Cirese, Carpitella, e Vighi è stato mostrato.
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Ecco, questa reale e storica continuità tra immediato e mediato, tra irriflesso e riflesso, tra informale e formale, Adorno e più di lui taluni reazionari e l’intera turba dei populisti, non sanno e riescono a scorgere.
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Se ce ne accorgiamo, ci accorgiamo insieme che l’obiettivo da raggiungere, da un punto di vista democratico e progressivo, è proprio il recupero di questa continuità, del senso e della cosciente possibilità di uso di questa continuità.
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Simone sa assai bene queste cose.
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Ma le sa e le fa altrettanto bene Giuliano Scabia.
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Se ripercorriamo Scabia.
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Se ripercorriamo gli itinerari di studio, di invenzione, di intervento di Scabia, ci rendiamo conto che pochi come lui, in questi anni, stanno percorrendo in su e in giù spazi e strati di cultura, rimettendo in discussione, dal punto di vista delle nuove creazioni, vecchie separazioni e confini accreditati, promovendo il gusto e la capacità per tutti, e non solo per pochi privilegiati, dell’uso appropriato di forme espressive provenienti da tutt’intero il nostro patrimonio di cultura, che, come Gramsci seppe vedere, e Cerroni ha ben ripetuto di recente, trova proprio nell’intrinseca eterogeneità, del non vinto plurilinguismo, la sua specificità nazionale.

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