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La parola fetente

Language columnIl dire e il fare
AuthorTullio De Mauro
Date 25 giugno 1976


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SI APRE oggi a Roma un convegno promosso dalla giunta regionale e dedicato al tema dell’emarginazione sociale e di ciò che anzitutto la scuola, tra le altre istituzioni sociali, può e deve fare per combattere questo fenomeno.
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«Fetentissima parola degli Uffizii»: così un vocabolarista purista definiva un secolo fa la parola «emarginazione».
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Il purista pensava, naturalmente, alla parola nel senso, appunto, degli «Uffizzii», nel senso di «annotazione a margine» Ancora qualche anno fa, vocabolari italiani di tutto rispetto (citerò per tutti il grande Devoto-Oli) conoscevano solo questo senso o addirittura, come fa ancora la pur eccellente decima edizione dello Zingarelli, omettevano la parola.
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Bisogna attendere il dizionario pubblicato nel 1974 da Emilio De Felice e Aldo Duro per trovare la «fetentissima parola» definitiva, oltre che nel senso più antico, nel senso che oggi prevalentemente le diamo: «l’azione di emarginare, il fatto di venir emarginato», ossia di mettere o di esser messo «in una condizione o in una situazione che esclude ogni possibilità di effettiva partecipazione e di intervento».
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Allo stesso dizionario va il merito di registrare per primo il sostantivo «emarginato» nel senso di «escluso, messo ai margini della vita sociale».
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Sono parole e sensi tutti nostri, legati al mondo sociale e storico di questi nostri anni.
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I fenomeni che queste parole ricoprono sono, uno a uno, antichi.
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Nuova e drammaticamente contemporanea è la coscienza dell’unitarietà profonda dei fenomeni.
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Chi sono gli emarginati, che cos’è l’emarginazione?
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Se per rispondere enumeriamo gruppi di individui, categorie di fatti, ci troviamo dinanzi a gruppi e categorie esistenti, si può dire, da che mondo è mondo o, meglio, da che l’uomo è uomo.
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I reclusi, i carcerati: questa è la prima categoria di dannati a stare ai margini della vita sociale ordinaria.
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È una categoria che esiste da quando esistono vita stanziale, agricoltura, dimore fisse, città.
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Caino e Prometeo ne sono gli archetipi biblici e mitici.
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Coloro che soffrono d’una limitazione fisica o psichica della capacità considerate ordinariamente proprie dell’organismo umano, i menomati fisici o psichici o, come da vari anni è uso dire (inizialmente per eufemismo d’origine medica), gli handicappati, sono la seconda grande categoria: sono gli storpi e gli stolidi dell’antico mondo classico e medievale, contadino e paesano.
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Una terza categoria, che si profila quando per la maggior parte le popolazioni si stabilizzano in un luogo e abbandonano la vita nomade e pastorale, è quella dei gruppi che persistono nel nomadismo.
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Essere «senza fissa dimora» è, prima ancora che un reato, un indizio grave di colpa nella coscienza collettiva.
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Uno «senza arte parte» non è tollerabile.
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Saltimbanchi, girovaghi, ambulanti, zingari costituiscono questa terza eterogenea e antica compagnia.
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Se una bella etimologia proposta molti anni fa da un grande linguista italiano, Antonio Pagliaro, è esatta, i «proletari» furono in origine appunto questo: i non residenti, i «pendolari», agli occhi dei contadini stanziali e dei piccoli proprietari dell’antico Lazio.
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Anche il non saper leggere scrivere è fatto non solo e non tanto antico, ma originario.
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Nella storia del genere umano leggere e scrivere, la carta stampata, i libri sono un’escrescenza recente e, per dir così, innaturale o non necessariamente naturale.
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Il non dirozzato a petto del dirozzato, dell’erudito, è la quarta e in non recente categoria di coloro che, oggi, chiamiamo emarginati.
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È assai profonda la spinta che abbiamo avvertito in questi anni e che ci ha portato a cercare e trovare un nome unitario per tutte queste categorie di persone e di fenomeni.
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Muoviamo da qualche constatazione e azzardiamo qualche ipotesi.
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L’impetuoso sviluppo tecnologico e scientifico delle società più altamente industrializzate ha riempito queste società, e l’intero pianeta, di diseguaglianze più profonde e difficilmente valicabili che in ogni epoca e sistema sociale del passato.
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Dietro la sottile pellicola superficialmente omogenea dei mass media, esistono differenze di cultura che erano, in un passato non lontano, inconcepibili in una stessa società.
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Tutti ascoltano la televisione, ma la capacità di capirla è divaricata tra gruppi e strati sociali come mai prima sarebbe stato pensabile.
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Di fronte a queste lacerazioni, tipiche delle società capitalistiche (ma non ignote anche in società di diverso impianto politico, e tuttavia parimente industrializzate), è sorta e si è radicata una coscienza nuova del diritto ad essere uguali, cioè del diritto a scegliersi i modi in cui essere o non essere diversi dagli altri.
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Il diritto a ciò, il diritto all’eguaglianza sostanziale, sta scritto, come ognuno sa, nel terzo articolo della nostra costituzione.
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Ma il movimento operaio e democratico quel diritto l’ha scritto anche negli statuti e nei contratti e nei bisogni più profondi e diffusi delle grandi masse popolari italiane, e lo stesso è avvenuto in altri grandi paesi del mondo.
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Viene da questo diritto dalla volontà di affermarlo, la richiesta che le istituzioni sociali, e la scuola avanti a tutte, funzionino in modo da garantire a tutti i cittadini eguali opportunità di crescita.
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La nostra ipotesi è che questa stessa richiesta ci spinga a vedere unitariamente ciò che prima appariva dato di natura o scoria eterogenea e inevitabile della vita sociale.
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Coloro che le istituzioni sociali, e la scuola anzitutto, non sanno o non vogliono mettere in condizione di avere eguali opportunità di crescita e di educazione, diventano per noi un insieme unitaria, l’insieme, appunto, di coloro che sono sospinti delle istituzioni ai margini di una società che si propone d’essere democratica.
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Da reietti sulla cui sorte non c’è che da esercitare la virtù della rassegnazione, essi si trasformano in drammatici segnali di ciò che non funziona nella vita delle nostre istituzioni sociali.
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Il loro numero è l’indice della disfunzione di una scuola e di una società democratica.

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