Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
NELLA RELAZIONE tenuta il 13 gennaio scorso al Comitato centrale del Partito comunista Giorgio Napolitano ha giustamente insistito su un fatto che ancora non è ovvio probabilmente, per tutti gli intellettuali e perfino per parecchi insegnanti che si richiamano allo stesso Partito o ad altre organizzazioni delle classi lavoratrici. E il fatto cui ci riferiamo è il primato che, nel rinnovamento culturale, hanno le questioni della istruzione e cultura di base, cioè di massa.
I problemi del «progresso intellettuale di massa» sono continuamente alla ribalta nella relazione Napolitano (pp. 5, 10, 14, 15, 24, 26, 28, 30, 32, 33-39, 44-45 del ciclostilato). Ciò suona critica a un tipo di lavoro intellettuale «separato», che contempla soltanto se stesso e i suoi problemi, piuttosto che mettersi a servizio del movimento di crescita intellettuale e culturale delle masse contadine ed operaie.
Il settore linguaggio
È chiaro che, per mettersi al servizio del progresso intellettuale di massa, gli intellettuali democratici e comunisti devono anche guardare a se stessi, ai loro strumenti di analisi, ai loro problemi, poiché ciò è indispensabile per assolvere nel modo migliore al loro servizio democratico e civile. È altrettanto chiaro che esiste una specificità del lavoro intellettuale, per cui lo storico o il romanziere o il linguista devono scavare e tirare fuori, in autonomia, risultati e prospettive nuovi, senza né rispettare né aspettare eventuali imbeccate di provenienza burocratica.
Ma tutto ciò ha senso, voglio dire che ha senso per il movimento democratico dei lavoratori, se e solo se partenza e arrivo del lavoro intellettuale non sono sempre e solo libri, quadri, musiche, prodotti separati del lavoro intellettuale ma sono le classi subalterne, le donne e gli uomini che ne fanno parte, le organizzazioni in cui si riconoscono.
Per uscire da formulazioni astratte, che possono suonare equivoche e dar luogo a discussioni più accademiche che sostanziali, facciamo un caso particolare. Prendiamo il settore «linguaggio» e vediamo nella stampa del Partito Comunista come se ne è trattato. Ebbene, da moltissimi anni «Rinascita», ad esempio, ci dà soprattutto informazioni su libri, pochissimo sul rapporto tra i libri e le cose e sulle cose. Negli ultimi tempi, per circoscrivere ancora meglio l’esempio, abbiamo letto interessanti discussioni reciproche sul «quantum» di «vero marxismo» presente in studiosi e compagni come Augusto Ponzio e Luigi Rosiello, Luigi Rosiello e Daniele Gambarara. Cose importanti, certo. Ma, nella scorsa annata, il settimanale ha quasi completamente tralasciato la discussione (che doveva e deve essere ancora teorica) e la informazione su questioni di massa, che pure vi sono state e che hanno visto impegnati i quadri parlamentari, centrali, regionali e periferici dello stesso Partito e delle organizzazioni sindacali e democratiche.
Salvo errore, sulla parte che l’educazione linguistica ha, può e deve avere nell’affermazione culturale scolastica si è avuto in «Rinascita» soltanto un isolato intervento ferragostano, e per il resto c’è stato silenzio. Eppure, per fare ancora solo un caso, i programmi sperimentali per i bienni unificati apparsi in forme misteriose e distorte qualche mese fa, poi ritirati a metà, poi di nuovo (pare) in circolazione, contenevano e contengono indicazioni nuove ed importanti in fatto di educazione linguistica (a comunicare dalla sepoltura del tema d’italiano). Essi si costituivano un eccellente terreno per utilizzare le competenze teoriche scientifiche più fini nell’analisi di una questione assai rilevante sotto il profilo del progresso culturale e politico di massa, e non solo nell’analisi, ma nell’elaborazione di linee di intervento appropriate dal punto di vista democratico.
La stessa disattenzione, resa più grave dalla presenza di un massiccio lavoro di informazione di molta stampa quotidiana e settimanale borghese e dai puntuali servizi informativi del Partito Comunista, ha regnato su tutte le questioni relative alle minoranze etnico linguistiche. Qui il fatto è addirittura paradossale. Qui è soprattutto il Partito Comunista che, al centro e in periferia, in sede di intervento politico e legislativo e perfino, attraverso i suoi militanti, in sede di studi e ricerche, sviluppa un’azione potente e originale. Ma a tale azione non si accompagna un momento centrale di riflessione e di dibattito e approfondimento teorico collettivo non diciamo pari, ma almeno non indegno del lavoro che fanno poi, in realtà, il Partito stesso, le sue organizzazioni, i suoi imitanti.
Nel settore «linguaggio», insomma, si può identificare una tipica sacca di persistente accademismo.
L’impressione è che in molti altri settori, per fortuna, ossia per merito di tutti i militanti, le cose non stiano così. Ma in altri settori, soprattutto in quelli umanistici, c’è qualche peccato di universitarismo e intellettualismo che bisognerebbe cercare di correggere. Non c’è dubbio che, fondamentalmente, la correzione di questo vizio viene soltanto da una partecipazione reale al movimento e ai problemi di massa. Ma, su questa strada, è anche rilevante il momento dello studio, della lettura e contributi non piccoli possono venire e vengono proprio da quello stesso mondo della ricerca che, a nostro avviso, se vuole essere davvero aderente ai bisogni delle classi lavoratrici, deve imparare a correggere i suoi difetti, oltre che autodefinirsi marxista.
La scuola italiana
A un contributo del genere vorremmo qui accennare. È il libro che Fiorella Padoa Schioppa ha da poco pubblicato presso la casa editrice Il Mulino di Bologna. Nel libro, intitolato Scuola e classi sociali in Italia, viene in nostra denunziata la preponderanza che il PIL, il Partito Italiano Laureati, come lo chiamava don Milani, ha avuto nella determinazione della politica scolastica e culturale italiana anche nell’ultimo trentennio.
Questa preponderanza si manifesta in molti modi. Alcuni sono noti a chi scorre queste righe, perché li evochiamo di continuo.
Un primo modo risulta se seguiamo, come fa la Padoa Schioppa, le sorti di una generazione di iscritti in prima elementare. Su 1000 iscritti in prima elementare, soltanto 229 arriva in terza media (negli anni sessanta), soltanto 70 arrivano all’università, soltanto 29 si laureano.
Sono molti o sono pochi questi 29 su 1000? Il Partito Italiano Laureati ripete tutte le salse, ed ora anche in articoli che paiono «da sinistra» (sul «Corriere della Sera», ad esempio): «Sono troppi». Dicono: «Siamo tutti dottori». Dicono: «Dove andremo a finire? Tutti vogliono la laurea, che è un pezzo di carta, che non serve a niente. Troppe università, troppi studenti. E poi non si trova un idraulico, un vignaiolo, una donna di servizio».
Tutte bugie. Negli altri paesi dello stesso blocco borghese e occidentale la scolarità media è molto più alta, due, tre volte, che da noi. Un italiano medio fa 4,8 anni di studio. Un francese o uno svedese ne fa 8,4. Un inglese 9,3. Un cittadino statunitense ne fa 10,5. I laureati che dicono «troppi dottori!» raccontano bugie: In Italia i dottori sono assai meno che altrove. In Europa, nei paesi borghesi industriali si va assai più a scuola che da noi.
Chi sono i «dottori»
Ma il predominio dei laureati non si manifesta solo nel mettere in giro la bugia del «troppi dottori!» per dissuadere la gente del popolo dal continuare gli studi fino ai livelli più alti. Andiamo a vedere chi sono questi «dottori», o, più modestamente, questi diplomati licenziati di scuola media. Su 1000 iscritti in prima elementare figli di imprenditori e liberi professionisti, 844 arrivano in terza media; ma su 1000 bambini di prima elementare figli di lavoratori dipendenti arrivano in terza media solo 108.
La Costituzione Repubblicana, che prevede per tutti l’obbligo fino alla terza media, è qui ancora da realizzare. Certi giuristi (laureati anche loro) e certi gruppettari (laureati anche loro) fanno spallucce quando gli si parla di attuare la Costituzione. Il discorso, dicono, è superato. Non stiamo lì nemmeno più a sentire. Su un punto cardine sul punto della scuola di base che ci può fare eguali o divide in padroni e servi, la Costituzione è ancora inattuata: sui duecentotrenta bambini che arrivano al termine dell’obbligo, soltanto un decimo è fatto da figli di lavoratori dipendenti, l’ottanta per cento è fatto da figli di imprenditori qui e poi liberi professionisti, dirigenti e impiegati. Questa società nuove figli di lavoratori su 10 li condanna per restare in posizione di inferiorità.
E non è finita. Il massimo di spesa pubblica per il diritto allo studio dove si concentra? Non dove c’è ancora probabilità di trovare figli di lavoratori e dove ci sono milioni di alunni, nelle elementari e medie inferiori. Su centosei miliardi per il diritto allo studio, sette e mezzo vanno alle elementari, dodici e mezzo alle medie, diciannove alle medie superiori e sessantotto (i due terzi) all’università. I danari prelevati dalle tasche dei lavoratori a reddito fisso con le note male arti del ministro Colombo, finiscono nelle tasche soprattutto dei figli di «imprenditori, liberi professionisti, dirigenti», che costituiscono più del novanta per cento della popolazione studentesca universitaria.
I laureati (meno del due per cento della popolazione) la fanno da padroni in tutta la politica scolastica. E se questa è centrale in tutta la politica culturale, come Napolitano ci ha ricordato, la fanno da padroni in tutta la vita culturale.
Tullio De Mauro
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