Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
«SIAMO stati insieme»: le parole di Carlo Levi mi girano per la testa, mentre l’impiegato della Liberia dell’Oca di Roma lascia la mia stanza da studio. Impreca moderatamente, con la saggezza e serenità dei forti. Porta via con sé, incollate con lo scotch, decine e decine di striscioline, ognuna una sommaria scheda bibliografica, una troppo breve caratterizzazione di un giornalino ciclostilato, di un lavoro di gruppo, di una serie di storie, di un pezzo, insomma, di quel bene culturale prezioso che sono gli scritti pubblici, di invenzione, fatti in questi anni dai nostri bambini e raccolti dalla Libreria dell’Oca.
La direttrice dell’Oca gli ha detto di venire col motorino. Il materiale è arrivato a poco a poco, e della libreria in via dell’Oca prendeva subito la strada per la mia casa. Così, la direttrice non si è resa conto che i due, tre, quattro pacchi o buste al giorno alla fine di alcune settimane hanno fatto un mucchio, una collinetta. Hanno invaso nella stanza divani, sedie, spazi residui negli scaffali. Un pezzo di corridoio. E sul materiale arrivato all’Oca altre frane si sono abbattute: dagli angoli della libreria ho ritirato fuori i giornalini ciclostilati, policopiati, raccolti negli anni. Poi, è arrivato il mucchio, selezionato, di Gianni Rodari. E poi quello di Giorgio Pecorini e della figlia Chiara. E le pagine dei giornali come «L’Ora» di Palermo, «l’Unità», questo giornale su cui scrivo, che da anni danno voce e spazio, una pagina a settimana, ai bambini e alle bambine italiane.
Uscito l’impiegato della Libreria dell’Oca, sulle sedie, sul disordine del tavolo e del pavimento, restano a galleggiare carte, appunti. Resta, tra l’altro, il numero 91 di «Noi e gli altri insieme» di Altamura, il numero di giovedì 30 maggio 1974, fatto il giorno dopo la strage di Brescia. I bambini dànno la notizia precisa, con quella asciuttezza che sanno avere e da cui dovremmo imparare noi tutti cui capita di scrivere per i giornali. Poi, i 32 allievi della quinta D della scuola Roncalli di Altamura fanno seguire alcune loro parole: «A voi, vittime innocenti, che avete lottato per la libertà e per la società, doniamo un gesto di amore e di rispetto. Noi, con questo foglio scritto, vogliamo testimoniare il nostro dolore. Siete morti per eliminare il fascismo e vivere in società e libertà. Voi ci aggiungete a tutti quelli che sono morti nella Resistenza. Avete combattuto senz’armi e civilmente, e siete morti innocentemente. Avete combattuto in un minuto tutte le guerre e avete sofferto come seicentomila persone…».
E alle loro proprie parole, i 32 bambini aggiungono una poesia di Carlo Levi, quella cui accennavo all’inizio, e che volevo mettere in testa al catalogo ciclostilato preparato per la libreria. Ma il catalogo, anche se non ce n’erano altri prima, è ancora troppo povero, approssimativo. Risentite della fretta, della fatica, dell’improvvisazione di questi giorni. Delle troppe altre cose da fare. Così, in testa al catalogo che l’Oca distribuisce in questi giorni, ci sono solo poche righe d’avvertenza. Se un giorno il catalogo prenderà una forma più definita, allora, forse, non saranno sciupate le parole di Carlo Levi, che parlano del passato e del futuro e che danno bene il senso di un lavoro come questo, fatto con la collaborazione indiretta di migliaia di ragazzi.
«Siamo stati insieme/ diventando insieme uomini:/ se il mondo era diviso/ erano uniti i nostri cuori/ aperte le nostre porte. / Brillava su tutto i visi/ una speranza comune/ una raggiunta esistenza/ giovane in mezzo ai dolori:/ ci siamo riconosciuti./ Un popolo nuovo, immune/ dai limiti ripetuti/ nasceva con nomi nuovi/ sicuro dalla morte. E a la Resistenza».
Non era solo la Resistenza. Era ed è anche quello che centinaia di insegnati, che migliaia di ragazzi, con il loro lavoro di conquista dell’espressione precisa ed autentica, di conoscenze verificate, di senso critico, di solidarietà, tutte cose che stanno insieme, articoli di una stessa legge, proposizione di uno stesso teorema – era ed è quello che sta succedendo nelle nostre scuole.
Dalle valli piemontesi alla povera e sperduta Cassego, a Bagni di Tivoli, alle borgate di Roma dove Laura Migliorini ha pazientemente raccolto per anni le ricerche d’ambiente dei suoi ragazzi (le pubblicherà in autunno Bompiani), a Vho, a Grisi in Sicilia, a Siracusa, e nelle scuole «Lacio Drom» degli zingari: dappertutto «insieme», «uniti», «comune», tre parole-chiave del vecchio testo di Carlo Levi, sono ora le parole d’ordine, i titoli dei giornalini, le parole-chiave dei manoscritti, policopiati, xerigrafati, ciclostilati, multigrafati che nascono in ogni angolo delle scuole.
E non solo «insieme», «uniti», «comune». Anche «morte», anche «in mezzo ai dolori». «Viviamo in difficoltà»: questo è il titolo di un giornalino che si stampa qui in provincia di Roma. «I malestanti» è il vero giornale dei bambini del Triburtino che girarono con De seta il Diario d’un maestro.
E il tema dell morte (lo sanno bene medici, psicologi) affiora senza reticenze, come tema da rendere esplicito per saggiare le possibilità di sicurezza della morte.
Uno dei «pezzi» più eccezionali (non so se la grammatica e la logica consentono questa espressione, ma essa è imposta delle circostanze, e ognuno la userebbe nel caso) uno dei pezzi più eccezionali arrivati alla Libreria dell’Oca è il libro Paramitza, che è una parola zingara e vuole dire «racconti». Renza Sasso, insieme a un gruppo di altri insegnanti dell’Opera Nomadi diretta con tanta passione cristiana e democratica da don Bruno Nicolini e Mirella Karpati, ha raccolto testi liberi e disegni dei bambini delle scuole per nomadi «Lacio Drom» (che vuol dire «Buon Cammino») del Piemonte. Qui, in questi testi più che in altri, è forte, drammatico il tema della morte, e il bisogno di affetto, di solidale sicurezza che ne scaturisce.
Certo, mancano troppe cose ancora ai primi materiali raccolti nel catalogo preparato per la Libreria dell’Oca. Mentre il catalogo si sta ciclostilando, all’Oca continuano ad arrivare materiali. È arrivato «La Resistenza a Roma e…» dei ragazzi della V-D della Niccolò Tommaseo di Roma, bello e importante per molti aspetti. Da Firenze, una pedagogista di grande valore, Idana Pescioli, manda una lettera per ricordare, oltre i suoi noti lavori di raccolta di testi infantili, esemplari, anche i molti materiali non stampati che possiede. Ed è appena apparso Il teatro dell’onirodramma. I bambini drammatizzano i loro sogni di Lorenza Mazzetti. E ho dimenticato, scusate se è poco, di includere nel catalogo gli scritti dei ragazzi di Barbiana di don Lorenzo Milani (per fortuna, mi sono ricordato della Scuola 725 di don Roberto Sardelli).
Insomma, il catalogo della Oca non chiude, ma apre, come può, una via di ricerca. Tuttavia, dopo questo inizio di lavoro già pare di scorgere un rapporto preciso, in questa produzione, tra la progressiva acquisizione di una capacità di riconoscere e identificare ed esprimere le «difficoltà» tra cui viviamo, i «ripetuti limiti», le angosce, la coscienza della morte, e tutto il resto che essi fanno. Imparando a guardare in faccia le cose, essi imparano quanto è importante capirsi e capire gli altri, quanto è importante la chiarezza e precisione delle parole (il linguaggio chiaro è un altro tema ricorrente) che ci serve appunto a capirci meglio nelle nostre diversità, e a stare meglio insieme, uniti.
Esprimersi, vivere in una società di donne e uomini eguali, liberi, «immune dai limiti ripetuti», non nascondersi di stare «in mezzo ai dolori» trovare da questi e contro di questi nuove ragioni per unirsi, crescendo insieme, «diventando insieme uomini»: questo è la sicurezza che le nostre bambine e i nostri bambini vanno cercando e con gli insegnanti migliori vanno costruendo. Non ieri, oggi questa è la loro «speranza comune».
Enrico Berlinguer correggendo e interrogando una pagina famosa di Gramsci, in cui si parla solo della giusta fatica dello studio, dell’appropriazione della scienza, ha parlato di recente dell’intreccio di gioie e fatiche che è tipico della «educazione socialista». Questo intreccio, attraverso la loro stessa produzione, lo vanno intessendo ogni giorno i ragazzi delle nostre scuole, con i loro insegnanti.
Il «mal di democrazia», il bisogno senza requie di chiarezza espressiva, intellettuale, politica, di solidarietà costruttiva e di giustizia, il «male della democrazia» è la malattia di crescenza, nuova su questa scala, una vera epidemia, che si è propagata nelle scuole.
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