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La donna oratrice

Language columnIl dire e il fare
AuthorTullio De Mauro
Date 21 maggio 1976


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SANDRA BONSANTI, in un recente articolo dedicato alla presenza femminile in parlamento (diciotto donne nel gruppo PCI, nove nella DC, una nel PSI e un’indipendente di sinistra), rammenta la battura con cui nel 1946, nella Assemblea Costituente, esordì nel primo discorso parlamentare femminile la giovane Teresa Mattei, che parlava subito dopo un lungo discorso di Francesco Saverio Nitti:

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«Sarò breve, anche perché non mi posso diffondere in ricordi di gioventù»

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La battura fu salutata da applausi. È probabile che giovani persone d’oggi considerino sia la battuta sia gli applausi ambiguamente obbedienti al gallismo maschile, e forse non a torto. Qui val come testimonianza d’un fatto: la maggiore asciuttezza e brevità dell’oratoria pubblica femminile, se pure oratoria può e deve chiamarsi, rispetto alla generalità di quella maschile.

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Antonio contro Bruto

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Se mi è permesso dar riferimento a un’esperienza personale, dirò che negli ormai non pochi mesi passati nella assemblea regionale del Lazio, più di una volta m’è accaduto di partecipare a sedute in cui pare d’obbligo la ripetizione di cose già dette. Decisioni, provvedimenti, leggi di cui già si sia a lungo discusso nelle commissioni e tra gruppi e partiti, una volta in aula, anche nei casi di unanimità, danno il via a dichiarazioni e discorsi debolmente informativi e orientativi. Perfino in mancanza di pubblico, perfino quando è rada la presenza degli stessi consiglieri e il voto unanime è scontato, c’è sempre chi non resiste alle tentazioni dell’oratoria barocca e, senza avvertire la noia che procura agli altri, doverosamente e pazientemente presenti, si slancia in discorsi prolissi, con invettive e chiasmi, preterizioni ed enfasi, all’intero inventario delle figure retoriche classiche.

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A fare ciò, per il vero, sono sempre e solo, e ne fanno fede i resoconti stenografici, consiglieri di sesso maschile. Pochi assai tra questi conoscono l’arte del parlare brevemente, in modo sostanziale; e dell’ampliare il discorso soltanto quando le circostanze richiedono una più minuziosa informazione, un più attento e critico riesame dei passi che conducono o no a una certa decisione.

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Ci sono un paio di consiglieri che, a ogni intervento, sembrano l’uno Antonio che accusa Bruto davanti al cadavere di Giulio Cesare: un altro è una specie di Dario Fo di destra, una girandola di salacità a buon mercato che (ben diversamente da quelle foltamente applaudite di Fo) piovono in un’aula semideserta, spesso ascoltate soltanto dai consiglieri del gruppo comunista. Antonio e Dario Fo non rinunziano mai alla loro parte, in qualunque circostanza.

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Ebbene, cose del genere non sono imputabili ai consiglieri di sesso femminile. Di una, di Luciana Castellina, del PDIP, è a mia memoria, la più lapidaria delle dichiarazioni di voto: «Voto Ferrara perché è comunista: e il partito comunista è, a mio giudizio, un buon partito».

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Vivaddio, questo è parlare. Alludo ovviamente non solo alla costanza (con cui concordo), ma alla forma. E la stessa asciuttezza si trova negli interventi e discorsi delle altre consigliere. Poiché, come in parlamento e in tutte le altre assemblee elettive, si il caso che anche nella regione Lazio esse siano per la maggioranza comuniste, potrei essere sospettabile di parzialità di giudizio. Per riscattarmi dal sospetto dirò due cose. La prima è che da qualche accesso di verbosità non sono immuni nemmeno interventi di consiglieri comunisti: la seconda si riferisce alla signora Muu Cautela.

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Le linee di azione che questa consigliera democristiana ha seguito nel comune di Roma, dove a lungo ha fatto il brutto e (come suol dirsi) il bel tempo in materia urbanistica, e poi come assessore alla sanità nella prima giunta di questa seconda legislatura regionale, sono state criticate, e spesso assai aspramente, dai comunisti, e non solo da loro. Non c’è sospetto, dunque, di simpatia per le posizioni politiche della signora democristiana, se si rileva che i suoi discorsi sono in genere di apprezzabile concisione. E non è che la sinora non abbia da raccontarne, se volesse, in materia di urbanistica romana e di sanità.

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Insomma, giuste o sbagliate che siano o paiano le loro tesi, i saggi oratori delle colleghe consigliere della regione Lazio si segnalano per incisività e brevità.

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È probabile che questa fragile base statistica si possa di molto ampliare. Nella ormai decennale pratica di consigli di facoltà universitarie, con una sola eccezione, non ricordo discorsi inutilmente lunghi di colleghe universitarie. Non potrei dire il medesimo di tutti i colleghi. E, ancora, la stessa impressione, anche se meno facilmente documentabile, mi pare in complesso di dover ricavare dalle molte assemblee di associazioni politiche, sindacali, scientifiche.

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Almeno in pubblico, le donne parlano breve. Dall’antica Grecia (ma forse si può risalire più in ) alle nostre tradizioni popolari d’oggi, è tutto un fiorire di motti e creazioni letterarie che associano verbosità e femminilità. Tra i più triviali ricorderò, per tutti, un detto toscano raccolto dal vecchio Gino Capponi: «Dove son femmine e oche/non vi son parole poche».

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Insomma, a stare a motti e proverbi, la parola è femmina. Ma, se le nostre considerazioni anteriori son giuste, bisognerò aggiungere che motti e proverbi sono maschi. Riflettono, cioè, un punto di vista essenzialmente maschilista.

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Come mai si è formato questo punto di vista? Il ricordo dei duetti tra Socrate e Santippe ci mette sulla strada giusta. A confronto delle presunte gravi questioni di cui il maschio pretende di discorrere, dall’origine del mondo alla strutturazione dialettizzante della lotta di classe, nelle nostre società maschiliste i discorsi delle donne hanno rappresentato sempre un brusco irriverente richiamo alla quotidianità, al concreto giornaliero: figli e malanni d’ogni giorno, spese e spicciole necessità. Chiacchiere di femminelle, per maschi convinti di esser intenti a più gravi negozi, ad affari di ben altro momento. Chiacchere inutilmente lunghe, per i maschi predetti.

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Verbosità maschili

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Nella costatazione di questo frequente legame con la praticità e la quotidianità più trita, a me pare che possa additarsi l’origine culturale del luogo comune maschile sulla inutile verbosità femminile. In quel legame c’è anche la radice della apprezzabile brevità dell’eloquenza pubblica femminile. Una condizione di sudditanza economica e sociale costringendo le donne alla quotidianità, esse dispongono di questa grande e realistica pietra di paragone per misurare e vagliare e tener fuori dal loro discorso quanto vi è di verboso, di sovrabbondante, di vacuamente retorico e ideologizzante nel discorrere dei compagni.

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Nel vecchio libro d’un pastore anglicano che si fingeva scritto da un diavolo umorista, Berlicche, il diavolo in questione racconta che il gusto per la zuppa di cipolle salva molte anime dalla tentazione di vizi più gravi: e osserva altrove che un genuino dolor di denti fa spesso sparire evanescenti angosce esistenziali. Come le cipolle e il mal di denti, l’asprezza e durezza della loro condizione di assoggettamento alle donne almeno questo vantaggio: la possibilità di un senso profondo di ciò che è davvero serio nelle cose, e la conseguente possibilità di tenersi lontane da vaniloqui esibizionistici su cui esseri umani di sesso maschile, anche se non sciocchi, non sempre riescono a resistere.

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È probabile che molte donne vivano questa condizione linguistica come una condizione di inferiorità, come un posseder nuove parole, anziché le dieci del maschio. Molte, che scuola e società han reso schiave dell’ammirazione per le verbosità maschili, scambiano la secchezza del loro proprio dire per povertà. Ed è invece ricchezza per loro, e per chi le ascolta.


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