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Maarten Janssen, 2014-
Sentence view
L’arte difficile di farsi capire
Language column
Il dire e il fare
Author
Tullio De Mauro
Date
18
settembre
1976
more header data
[1]
SCRIVE
Nino
Longobardi
nel
«
Messaggero
»
(
11/9
)
:
«
Parlano
.
Ci
stiamo
ubriacando
di
parole
.
Ho
sentito
alla
radio
questa
frase
sulla
crisi
industriale
nel
Sud
:
Non
lasciamo
che
la
centrifugazione
livelli
le
piattaforme
che
devono
restare
come
componenti
alternative
nella
loro
validità
anche
non
operante
.
Sono
venuti
fuori
nuovi
tipi
con
gli
occhiali
ed
il
nasetto
a
punta
polemica
e
mi
pare
di
capire
che
la
lotta
sindacale
passerà
presto
nelle
loro
mani
.
Parlano
troppo
anche
loro
e
neanche
loro
si
fanno
capire
»
.
[2]
Non
è
un
grido
isolato
.
[3]
A
Milano
,
al
Festival
dell’
Università
,
Salinari
presenta
«
Dal
socialfascismo
alla
guerra
di
Spagna
»
di
Luigi
Longo
(
Teti
editore
)
.
[4]
Longo
dice
:
«
Sono
figlio
di
contadini
.
Ripeto
sempre
ai
miei
siate
chiari
,
altrimenti
i
piemontesi
e
i
contadini
vi
capiscono
il
giorno
dopo
…
»
.
[5]
La
gente
consente
.
[6]
E
Salinari
aggiunge
:
«
A
Longo
piace
la
chiarezza
.
Oggi
che
certi
articoli
dell’
Unità
e
di
Rinascita
pretendono
dal
lettore
almeno
una
laurea
in
filosofia
per
capirli
…
»
.
[7]
Viene
interrotto
dagli
«
applausi
di
chi
ghermisce
la
tenda
del
dibattito
»
(
così
il
«
Corriere
della
Sera
»
del
9/9
)
.
[8]
«
Rinascita
»
,
tra
luglio
e
agosto
,
ha
ospitato
parecchie
lettere
di
militanti
che
protestavano
,
come
Salinari
,
contro
la
difficoltà
di
questo
o
quell’
articolo
,
ed
elogiavano
gli
interventi
,
su
questioni
ardue
,
ma
limpidissimi
di
Lucio
Lombardo
Radice
.
[9]
Nella
questione
della
trasparenza
del
linguaggio
si
annidano
elementi
assai
diversi
tra
di
loro
.
[10]
Ci
sono
elementi
che
giudicherei
francamente
negativi
,
perfino
fascisti
.
[11]
Anche
nell’
informazione
di
massa
,
nei
giornali
di
più
larga
tiratura
,
rivolti
al
pubblico
più
ampio
e
composito
,
una
parte
notevole
va
concessa
all’
analisi
.
[12]
Ce
lo
ricorda
giustamente
Ottavio
Cecchi
in
un
articolo
molto
bello
(
e
chiaro
)
dedicato
appunto
da
«
Rinascita
»
(
del
10/9
)
alla
questione
.
[13]
Certamente
analisi
non
vuole
dire
necessariamente
oscurità
,
tutt’
altro
.
[14]
Ma
può
voler
dire
ricorso
a
persone
non
abituate
a
scrivere
e
parlare
per
un
pubblico
vario
o
,
comunque
,
non
abituate
e
disponibili
a
dare
il
primo
posto
al
bisogno
di
farsi
intendere
il
più
facilmente
e
rapidamente
possibile
dagli
interlocutori
.
[15]
Ne
viene
un’
indicazione
:
se
si
vuole
un’
informazione
e
un
linguaggio
di
massa
che
,
senza
rinunziare
ai
diritti
dell’
analisi
,
sia
chiaro
,
occorre
che
una
società
sviluppi
(
per
parlar
meno
chiaro
)
una
strategia
della
partecipazione
,
ossia
chiami
di
continuo
e
coinvolga
in
sedi
ampie
e
vari
chi
ha
conoscenze
e
competenze
speciali
e
lo
spinga
a
imparare
l’
arte
del
farsi
capire
.
[16]
E
cioè
,
per
ripetere
ancora
una
volta
un
motivo
conduttore
di
queste
nostre
note
,
la
chiarezza
,
come
tante
altre
caratteristiche
del
parlare
,
non
riguarda
solo
le
parole
,
ma
chi
le
parole
usa
.
[17]
Sta
a
chi
usa
le
parole
,
scrivendo
o
parlando
,
trovare
il
difficile
equilibrio
tra
le
esigenze
di
esprimersi
rapidamente
e
con
precisione
,
che
spingono
verso
le
parole
specifiche
,
i
termini
rari
e
densi
di
valore
,
e
le
esigenze
del
farsi
intendere
il
più
largamente
possibile
,
che
spingono
verso
le
parole
d’
uso
più
generale
,
più
note
,
più
slavate
e
slabbrate
dell’
uso
.
[18]
Un’
arte
difficile
,
che
ha
alla
radice
del
suo
buon
esercizio
il
«
commercio
»
(
ha
detto
una
volta
così
Marx
)
,
una
larga
,
reciproca
,
attenta
e
tollerante
consuetudine
tra
i
cittadini
e
le
cittadine
d’
una
stessa
società
.
[19]
Chi
pretendesse
di
eliminare
dal
nostro
discorrere
ogni
parola
men
che
nota
a
tutti
peccherebbe
e
pecca
contro
quest’
arte
intimamente
e
sottilmente
colta
e
democratica
(
cioè
non
demagogica
né
populistica
)
non
meno
di
chi
pecca
disprezzando
le
parole
semplici
,
quando
e
dove
siano
utilizzabili
,
ed
abusando
di
parole
e
formule
[20]
A
vero
dire
,
è
quest’
ultimo
il
difetto
tradizionalmente
più
frequente
nei
nostri
scrittori
e
scriventi
,
una
volta
messa
da
parte
e
criticata
la
polemica
semplicistica
,
reazionaria
e
perfino
fascistica
contro
ogni
possibile
uso
di
parole
nuove
,
rare
,
dense
di
senso
;
una
volta
riconosciuto
a
queste
parole
ed
al
loro
uso
il
posto
che
ad
esse
spetta
nell’
economia
della
comunicazione
:
si
è
pure
in
diritto
di
dire
che
nella
nostra
società
l’
economia
della
comunicazione
è
generalmente
compromessa
soprattutto
dall’
uso
eccessivo
e
fuor
di
luogo
di
parola
e
formule
rare
e
difficili
.
[21]
Un
pubblicitario
intelligente
e
colto
,
Guido
Guarda
,
ha
pubblicato
in
queste
settimane
(
presso
la
Field
Work
di
Milano
)
una
nuova
edizione
,
raddoppiata
,
del
suo
divertente
«
Supplemnario
della
linguitana
»
,
intitolato
«
Supp-Supp
»
,
e
contenente
vari
mostri
e
neologismi
del
linguaggio
pubblicitario
(
tipo
«
amarustico
»
)
o
politico
(
tipo
«
Mortedison
»
,
detto
,
per
ovvie
ragioni
,
della
ditta
di
Cefis
)
o
intellettualistico
(
tipo
«
massmedizzare
»
)
.
[22]
La
tesi
di
Guarda
è
che
il
ricorso
a
parole
stravaganti
nell’
intellettualità
e
tra
i
politici
italiani
sarebbe
dovuto
all’
accoglimento
dell’
influsso
delle
tecniche
pubblicitarie
.
[23]
Certo
,
questa
influenza
non
sarà
da
ignorare
:
ma
le
radici
del
fenomeno
sono
più
diffuse
e
,
da
noi
,
in
Italia
,
più
antiche
.
[24]
I
mezzi
di
comunicazione
di
massa
(
giornali
,
radio
,
tv
)
abbattono
ogni
giorno
sulle
nostre
teste
cascate
di
termini
rari
e
tecnici
,
di
ogni
provenienza
,
messi
in
circolo
senza
attenzioni
e
chiarimenti
.
[25]
La
gente
si
abitua
a
considerare
normale
sentir
parlare
della
«
osmosi
della
alienazione
dei
sintagmi
»
(
ovvero
,
indifferentemente
,
dei
«
sintagmi
dell’
alienazione
dell’
osmosi
»
)
.
[26]
A
questo
aspetto
internazionale
del
male
c’
è
un
solo
rimedio
:
il
deciso
salto
di
quantità
e
qualità
della
cultura
e
della
capacità
critica
di
chi
emette
e
di
chi
riceve
le
informazioni
dei
mezzi
di
comunicazione
di
massa
.
[27]
Ma
c’
è
un’
altra
radice
che
è
tutta
nostra
.
[28]
Per
secoli
,
ed
ancora
venti
,
venticinque
anni
fa
,
la
maggior
parte
di
colore
che
scrivevano
in
italiano
e
che
,
fuor
che
in
toscana
e
a
Roma
,
parlavamo
in
questa
lingua
,
la
imparavano
via
libri
,
anzi
,
spesso
,
come
attesta
il
Manzoni
,
via
dizionari
.
[29]
Così
,
nel
nostro
modo
di
scrivere
,
senza
il
controllo
d’
un
uso
vivo
,
hanno
avuto
credito
e
circolazione
per
secoli
parole
bislacche
,
che
ancora
si
trascinano
in
vocabolari
anche
recenti
alla
pari
di
altre
ben
vive
nell’
uso
.
[30]
Queste
sezioni
di
vocabolario
,
che
Gian
Paolo
Barosso
chiama
«
lingua
di
lusso
»
,
e
che
un
giornalista
oggi
dimenticato
chiamava
«
Enchiridio
dell’
eloquio
gensore
»
(
ossia
«
manueletto
del
parlare
più
elegante
»
)
,
hanno
esercitato
un
loro
torbido
fascino
su
intellettuali
isolati
,
socialmente
e
quindi
linguisticamente
insicuri
.
[31]
Sul
vecchio
male
si
è
innestato
il
nuovo
.
[32]
I
golosi
di
ghiottonerie
linguistiche
«
dugentesche
»
sono
spesso
stati
gli
stessi
che
,
poi
,
hanno
detto
tranquilli
«
entropia
dell’
osmosi
»
(
o
«
osmosi
dell’
entropia
»
)
.
[33]
Della
continuità
dei
due
fenomeni
,
da
noi
,
una
testimonianza
si
trova
in
un
vecchio
articolo
di
Arrigo
Benedetti
(
«
Corriere
della
Sera
»
,
14
gennaio
1972
)
.
[34]
L’
uno
e
l’
altro
abuso
,
l’
abuso
di
parole
invecchiate
e
inconsuete
e
l’
abuso
di
oscuri
tecnicismi
,
hanno
radice
nella
scarsa
circolazione
di
cultura
,
di
comunicazioni
criticamente
vigilate
.
[35]
Hanno
,
cioè
,
la
medesima
radice
dell’
analfabetismo
nativo
e
di
ritorno
,
secondo
la
classica
analisi
datane
da
Gramsci
,
si
può
congetturare
che
l’
intensificarsi
delle
lamentele
contro
il
parlar
difficile
non
dipenda
già
dal
dialogare
di
questo
,
quanto
alla
crescita
della
consapevolezza
democratica
e
popolare
,
della
incalzante
«
necessità
di
stabilire
rapporti
più
intimi
e
sicuri
tra
i
gruppi
dirigenti
e
la
massa
popolare
nazionale
»
.
Text view
•
Paragraph view