Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
AL VOUSI, «le voci», è il titolo romagnolo di una raccolta di poesie di Nino Pedretti, appena stampate dalle Edizioni del Girasole di Ravenna.
Qui non vogliamo però parlare del libro in sé, come esso merita e come deve farsi in altra parte di questo giornale. Ma questo libro è dedicato «a tutta la gente che ho conosciuto; ai vivi e ai morti del mio paese». E una delle poesie più belle parla di «néun, zénta da gnént», che «ém fatt al strèdi, / ém fatt al tòri / al méuri dìa zità», «noi, gente da niente… abbiamo fatto le strade, abbiamo fatto le torri, le mura della città».
Vogliamo dire che, se non ne capiamo male la disposizione, a Pedretti non gli si toglie niente, e gli si fa anche un giusto omaggio se si dice che, con anonimo vigile per la sua fine cultura, come già aveva saputo fare Tonino Guerra con i suoi I bu, ripiglia un canto che non è solo suo. È un canto fatto dai «rogg d’amour cumè dal gati» delle lavandaie, le canzoni delle lavandaie come grida di gatte in amore, fatto dalla «lèngua dla mi mà», delle cento voci che suonano dentro e vengono dal paese. E il paese, come per Tonino Guerra, come per la bravissima Giuliana Rocchi, è anche per Pedretti lo stesso, e cioè è Santarcangelo di Romagna. Anche Pedretti è un pezzo, prezioso, di questo paese.
Non è la prima volta che, in queste note, parliamo di Santarcangelo. Il fatto è che tra tanti paesi straordinari, vivi, vitali, di cui è intessuta la provincia italiana, un tessuto solido da resistere a trent’anni di rapine democristiane. Santarcangelo occupa un posto d’eccezione per la qualità e quantità delle iniziative e degli istituti di vita civile e intellettuale che vi si sono affermati. Pensiamo alla scuola pittorica del Bornaccino e a quelle di poeti dialettali, agli esemplari corsi per lavoratori, scattati già prima delle 150 ore, al museo della civiltà contadina, al festival, ormai famoso, del teatro in piazza, al simpatico giornale mensile. E l’elenco è ancora incompleto.
Non deve dunque stupire se, ancora una volta, parliamo qui di Santarcangelo e santarcangiolesi. In questo paese d’eccezione va maturando un nuovo, giusto rapporto delle due parlate che oggi sono proprie della grande maggioranza degli italiani: lo italiano (ormai noto ricettivamente quasi a tutti, e che più della metà della popolazione, e che più della metà della popolazione sa usare anche produttivamente) e la parlata locale di raggio d’uso più ridotto.
Come altri luoghi in Italia, anche Santarcangelo ha conosciuto il distacco della propria parlata tradizionale. Rino Molari, un giovane partigiano cattolico fucilato dai nazisti nel 1944, nella sua tesi di laurea sui dialetti della valle del Marecchia, discussa a Bologna nel 1937, documentava l’inizio di questa fuga dal dialetto che cominciava a verificarsi già allora, a Santarcangelo, centro di giuster pretese culturali e cittadine. Alle «distinte famiglie» (sono parole di Molari) pareva brutto parlare dialetto.
Dalle città maggiori e dagli strati borghesi, la vergogna per il dialetto (che è cosa ben diversa, anche se concomitante, col bisogno di parlare anche italiano) lungo i primi decenni del secolo con gli anni trenta era arrivata in centri – pilota come Santarcangelo. Di qui, nel dopoguerra, si è andata diffondendo un po’ dappertutto. Oggi, per esempio, la troviamo in atto, vigoreggiante nella provincia laziale. Mi limito a un solo esempio, recente.
È appena apparso, negli «Acta Romanica Gothoburgensia», diretti dall’italianista svedese Hans Nilsson – Ehle, un volume dedicato al vocabolario della viticoltura nelle parlate del Viterbese. L’autore, uno dei tanti linguisti italiani emigrati da anni e anni all’estero, Francesco Petroselli, a proposito delle relazioni dei contadini da lui pazientemente e intelligentemente interrogati, così scrive:
«L’indiscussa attrazione a distanza della capitale è percepibile ovunque… Le fonti danno prove di disagio, esitano prima di pronunziare il termine adatto, oppure si correggono immediatamente, enunziandone un altro. La mancanza di denominazione, i silenzi, come all’estremo il rifiuto, vanno giudicati sotto questo profilo. Non è raro che termini ritenuti tipici della vita rustica siano accompagnati da un moto di riso, interpretabile come segno di imbarazzo per il sentimento di inferiorità che provano usando la parlata locale verso cui si opera una discriminazione qualitativa netta: il dialetto è mezzo espressivo di cui ci si vergogna ormai, di cui con estranei si ammette difficilmente perfino la esistenza, e il cui uso semmai si attribuisce agli abitanti di altri centri: il dialetto è considerato come ridicola deformazione della lingua nazionale, sola degna di studio, è sentito come sgrammaticata espressione orale, graficamente non descrivibile, linguaggio incolto di campagnoli e vecchi».
Così succede oggi nell’Italia più povera e oppressa. Così succedeva quarant’anni fa a Stantarcangelo, città di studi e pretese. La gente si vergognava del dialetto Lo fuggiva verso un italiano purchessia.
Aveva le sue ragioni. Non dimentichiamolo mai. L’infame squallore dei quartieri speculativi romani o milanesi non sarebbe stato possibile senza l’orrore della campagna (un dato: cinquant’anni fa in Italia i contadini erano pagati come in Francia prima della Rivoluzione francese). La scuola più schifosamente deamicisiana, perfino, con rispetto parlando, più fascista rischiava di sembrare, forse era, per dirla con i ragazzi di don Milani, «meglio della merda» in cui, tenendole fuori di essa, pochi borghesi costrinsero a vivere le moltitudini contadine. Similmente l’italiano più ignobile, mussoliniano e fanfaniano, è apparso e forse è stato meglio della parlata locale, se parlare quella doveva dire (e voleva dire) parlare solo quella, e vivere come in un ghetto, come bestiame marchiato.
I populisti queste cose non le hanno mai capite. Ma noi dobbiamo ricordarcele sempre, per capire noi stessi.
Ancora sette, otto anni fa, anzi ancora tre anni fa, c’era a Santarcangelo chi in rapporto al dialetto provava solo la voglia di scappare. Ma c’era già qualche cosa di nuovo. Quando era stato nei lager tedeschi Tonino Guerra, per sopravvivere, e aiutare i compagni romagnoli, si era messo a parlare in versi, in dialetto, del suo paese. Tornato vivo, aveva continuato. Le sue poesie si erano conquistate il posto che tutti sanno nella grande letteratura dei nostri anni.
Poi, un po’ alla volta, anche la gente di Santarcangelo ha imparato ad apprezzare le poesie dialettali di Guerra. Qualche anno fa, il corso locale per lavoratori decise, non senza qualche riluttanza, di farne tema centrale di studio e preparazione nel programma d’esame. E intanto i poeti in dialetto, e non solo professori, si moltiplicavano di pari passo con il crescere della sicurezza cultura, politica. E, con questa, cominciava a maturare la possibilità di un nuovo, diverso e più sereno rapporto con la parlata locale. Non più idioma unico obbligatorio per poveracci, ma modo e strumento per ritrovare le vie del colloquio più immediato e intimo, il paese, la sua gente comune e la sua storia.
La gente non ha riso più. Non si vergogna più a sentire parlare il suo dialetto. Ha imparato e sta insegnando a tutti che, se ci si metta a parlare in chiave dialettale, «vengono su dalla pancia» (l’immagine è della santarcangiolese Rina Macrelli) cose vitali ed essenziali che in italiano uno esisterebbe dire.
A questa sfera di cose che mal si dicono fuori della vecchia parlata locale, diciamo meglio, di cose che vengono bene in mente specie se uno si mette ad ascoltare le voci di chi parla in dialetto, ci riportano i versi di Nino Pedretti. Questa possibilità di significare, che si apre a chi sceglie oggi il dialetto, non è arcaismo, non è sottostoria o populismo, appartiene al futuro.
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