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Libri nuovi per scuole nuove

Language columnIl dire e il fare
AuthorTullio De Mauro
Date 14 marzo 1975


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«IMPARA. Uomo dell’ospizio./ Impara, uomo in prigione./ E tu pure, massaia./ E tu, che hai sessant’anni./ Devi essere tu la guida./ Frequenta scuole, senzatetto./ Procurati sapere, tu che hai freddo./ Uomo affamato, bada: il libro è un’arma per te ».
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Sono passati quarantatre anni da quando risuonarono per la prima volta queste parole di Bertold Brecht.
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Oggi, esse tornano a mente.
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Nel grande moto di rinnovamento che ha investito la scuola e la cultura con i corsi per lavoratori e con i decreti e la intensa e grande partecipazione popolare alla costituzione degli organi democratici di gestione, si riapre, fra le tante, anche la questione dei libri per la scuola nuova.
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È una questione che le parole di Brecht aiutano a mettere nella giusta prospettiva, sull’asse più centrato.
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Sulla questione, a sinistra i pareri sono stati apparentemente divisi.
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Persone che per tutti rappresentano un esempio di milizia democratica hanno detto: «Attenti a polemizzare alla cieca contro i libri di testo. In un paese tenuto in stato di aridità culturale dalle vecchie classi dominanti, i libri di testo delle scuole sono stati e sono spesso l’unico veicolo di cultura scritta, riflessa, per le classi popolari. Nelle case contadine e operaie della Toscana e dell’Emilia, se c’è chiara coscienza politica ci sono libri. E se libri ci sono, sono i libri di scuola».
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Sono argomenti giusti.
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Non gli si può obiettare che, a breve termine, fanno profittare qualche padrone.
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In una società capitalistica, proprio e solo il capitale investito in industrie editoriali non deve profittare?
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E se le industrie editoriali del libro scolastico chiudessero, in questo paese che consuma meno carta dell’Angola (si dice), che farebbero poligrafici e cartai?
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Dalla storia alla filosofia
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Adesso, proprio dal sindacato poligrafici, attraverso la presa di posizione di un suo dirigente, Raul Wittenberg, viene riaperto pacatamente il discorso su «funzioni e limiti dei libri di testo» («Sindacato e scuola», periodico della CGIL-Scuola, 28.2.75, p. 9).
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Sempre più spesso, negli ultimi anni, ci si è espressi contro i libri di testo in uso nelle nostre scuole.
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Diciamolo schiettamente.
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Nove volte su dieci (e siamo buoni!) i libri di testo in uso nelle scuole italiane sono una vera porcheria.
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A individuare ragioni e modi di questa grave difettosità dei libri di testo, le scienze del linguaggio possono dare e hanno dato un aiuto non indifferente.
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Buona parte dei guai legati ai libri di testo dipendono proprio da motivi linguistici: e cioè delle scelte o, meglio, delle mancate scelte in fatto di linguaggio.
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Pochissimi autori di libri di testo cercano di badare davvero alla adeguatezza linguistica, alla chiarezza, alla comprensibilità, dei libri che mandano col loro nome nelle scuole.
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Come è stato dimostrato più volte (a partire dalle sparse considerazioni dei primi del secolo, fino agli studi più sistematici e impegnati di Carlo Bascetta, di Mila Busoni e tanti altri) le sola attenzione linguistica che si coglie è quella di evitare le parole ritenute troppo «forti» (anche quelle politicamente troppo «forti») e di inzuccherare e impastrocchiare con diminuitivi (scarpette, piedini, riccioletti, casina) i libri per ragazzi delle elementari, anzi, scusate «per i più piccini».
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Ma attenzioni linguistiche che si traducano in scelta accurata e meditata (o, almeno, in tentativo serio di scelta) dei vocaboli e del tipo di frase, queste attenzioni solitamente mancano anche nei testi migliori, più seri culturalmente e dal punto di vista democratico.
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Due rilievi.
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Non stiamo con ciò chiedendo libri che siano acqua fresca.
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A chi ha voluto e vuole imparare da loro, Vygotoskij, Gramsci, Ciari, Milani, hanno insegnato che la pedagogia popolare deve proporre testi, lezioni, libri, materiali di ricerca e partecipazione che siano sempre, età per età, luogo per luogo, un gradino più su del livello di partenza degli allievi.
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Ma, attenzione: un gradino, non la scala di Giacobbe che arriva su fino al cielo.
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Un gradino, non un monte (e non importa se sia il Monte Bianco, o il Nero, o, magari, il Rosa).
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Le scelte di linguaggio
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Dunque, il libro per le scuole, ogni libro, ogni scritto di vera cultura, deve sempre fare e proporre di fare un passo avanti, ma solo un passo, solo un gradino.
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Non deve essere facile, ma dosatamente difficile per i suoi destinatari.
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Ognuno intravede il secondo rilievo.
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Fermarsi sulle scelte di linguaggio, ancora una volta, non significa fare considerazioni di stile, toccare «questioni oziose», da letterati perdigiorno.
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Significa invece andare a fondo di questioni di fatto.
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In questo caso, parlare del «dire» nella scuola significa prendere di petto il modo di «fare» la scuola.
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E vediamo ancora perché.
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Il manuale di storia o di filosofia o di letteratura o di fisica nelle medie superiori, se è scritto in modo troppo intricato, linguisticamente sbadato, fa certamente danno.
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Ma, per dir così, fa un danno che è «sensibilmente» eguale per tutti.
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Almeno, per lungo tempo è stato così.
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Quando la macchina scolastica antipopolare funzionava a pieno regime, alla scuola postelementare erano iscritti ragazzi solo in percentuale minima: il 2% nel 1911, il 18% nel 1951, il 30% nel 1959-60.
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E ancora oggi, anche se i primi gruppi di ragazze e ragazzi di estrazione operaia e contadina cominciano finalmente ad affacciarsi alle università, la maggioranza schiacciante di chi varca l’obbligo viene dalla minoranza terziaria e medio-alto borghese.
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Libri di scuola male scritti fanno danno anche a loro.
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Magari diventati dirigenti di partiti democratici, di sindacati, dimenticheranno o non sapranno come realizzare le indicazioni date da Togliatti, da Gramsci, nel 1927:
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«Comunicare con gli operati. Parlare con gli operai. Tra i dirigenti del partito, che non sono usciti dal proletariato, ve ne sono alcuni che sanno parlare a una folla. Ma parlare con gli operai, e non come maestri e capi, ma come compagni e, sto per dire, allievi questo ben pochi di noi, questo forse soltanto Gramsci, di noi, lo sa fare».
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Danno grave, dunque quello dei libri mal scritti del superiore.
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Ma pensiamo al danno dei testi delle elementari.
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Questi non solo diseducano chi li impara, assorbe e va avanti.
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Ma hanno effetti ancora più profondi, e gravi.
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Come deve essere un testo per elementari lo stabilisce (non tutti lo sanno) la legge firmata dal ministro socialdemocratico Paolo Rossi il 23 novembre 1955.
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Essa estende praticamente l’imprimatur vescovile a tutta la materia educativa (i clericali scelsero apposta un «laico» per vararla) e stabilisce perfino cose del genere: «Il corpo dei caratteri non dovrà essere inferiore ai tre millimetri per i libri della I e II classe, ai due millimetri e mezzo per ecc.».
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Come è stato dimostrato, questo editto che ci stiamo tenendo sulla groppa da venti anni, fa si che i libri italiani per le elementari siano scritti allo stesso modo, con una serie indefinita di scopiazzature reciproche consacrate dalla legge.
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Ma, delle scopiazzature, si occupino autori ed editori se, oltre che pubblicar libri di testo, sanno anche leggere.
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Noi dobbiamo dire che il più perfetto e democratico e civile dei libri di testo elementare, essendo unico per tutto il territorio nazionale, se riesce ad essere ben pensato linguisticamente per i ragazzi di Milano centro, Torino, Roma centro, allora non è, non può essere ben pensato per i ragazzi di Napoli o del Lombardo-Veneto agricolo e montano.
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E, se arriva pure a questi, non arriva e non funziona per i ragazzi del Sud, delle Isole, delle immense e sfatte borgate romane, del Lazio povero e montuoso, per i bambini che vengono dal Sud a Torino e Milano.
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Troppo forti sono ancora le profonde, drammatiche differenze linguistiche e culturali tra le classi e regioni italiane: e il libro unico, lo scrivessero Lama e Trentin, nelle elementari non può non avere un contraccolpo atrocemente selettivo.
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Se funziona per gli uni, discrimina gli altri.
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Se queste considerazioni sono esatte, l’obiettivo corretto non è già quello di «abolire i libri di testo».
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Come indicano i sindacati poligrafici e come già indicò Lucio Lombardo Radice vari anni fa («Riforma della Scuola», nn. 8-9 del 1971), l’obiettivo è abolire il meccanismo di adozione dei libri per le superiori (art. 52-53 del regio decreto 965. del 1924) che fanno piovere sulla testa di insegnanti che non hanno scelto e ragazzi che hanno scelto ancor meno, libracci prodotti e imposti in assenza degli insegnanti e dei ragazzi che devono usarli, ed è abolire l’infame legge del 1955 che tarpa ogni tentativo di rinnovamento della cultura e dell’editoria elementare.
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I decreti delegati
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Non vogliamo meno libri, ma più e più libri.
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E migliori.
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E non vogliamo nemmeno distruggere (almeno per ora) il profitto degli editori.
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Vogliamo orientarlo diversamente.
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Da casa di tolleranza dell’incultura, le case editrici scolastiche (come alcune già tentano di fare) si trasformino e possano tutte trasformarsi in aziende produttrici di strumenti di cultura, vari, molteplici, liberamente alternativi e concorrenziali, scelti a inizio d’anno da insegnanti e genitori al cospetto degli scolari che devono usarli.
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I decreti delegati (art. 4d e 6b del decreto 416/1974) in parte confermano le turpi leggi, in parte aprono uno spiraglio.
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Bisogna, per dirla col nostro Rodari, che nello spiraglio i lavoratori ci piantino un solido piede.
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E passino e vadano avanti, portando scuola e cultura a produrre ed usare testi più e meglio pensati e pensabili per le esigenze di crescita culturale dei nostri ragazzi.
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Giustamente, poligrafici e cartai si sono fatti i conti.
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Forse non ogni cifra è impeccabile.
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Dobbiamo discuterne.
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Ma pare ormai chiaro che la divisione in materia di libri per la scuola è acqua passata per i democratici.
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E che, arrivando alla abrogazione delle due vecchie leggi per testi elementari e medi, possiamo ritrovarci tutti a lavorare per una scuola più ricca di libri, più ricca di capacità di cultura.

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