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Le minoranze dimenticate

Language columnLe parole e i fatti
AuthorTullio De Mauro
Date 14 febbraio 1975


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SI È GIÀ ricordato che i decreti delegati sulla scuola contengono, fra altri elementi positivi, un primo riconoscimento dei diritti di minoranze linguistiche in Italia.

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Le minoranze interessate sono quattro: tedeschi e ladini della provincia di Bolzano, sloveni delle province di Trieste e Gorizia, valdostani. Ad esse vari articoli (13 comma 3, 16, 34, 35 del DPR 416, 10 e 45-52 del DPR 417, 19 e 20 del DPR 419) riconoscono diritti o rinviando a leggi regionali e provinciali in materia scolastica oppure stabilendo nuove norme, per esempio riservando un numero minimo fisso di posti a rappresentanti delle minoranze in organi elettivi e regolando in modo nuovo e positivo il reclutamento degli insegnanti di lingua slovena, tedesca e ladina.

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Salvo errore, è la prima volta che lo stato italiano, non sotto la spinta di controversie e sollecitazioni internazionali, da inizio a un’organica attuazione dell’articolo 6 della Costituzione in una legge valida per tutto il territorio nazionale. Non è poco. Ma è tardivo e, soprattutto, non è abbastanza.

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Della Costituzione, ci avviamo ormai a celebrare il trentennale. E le quattro minoranze che abbiamo già citato sono per l’appunto quelle che, in passato, sono state oggetto di accordi e attenzioni internazionali.

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Non sarà male tenere ben presente che, con questi quattro gruppi, si esaurisce l’elenco ben altrimenti folto delle minoranze etniche italiane, nemmeno per quanto riguarda gli stessi tedeschi, ladini, slavi, galloromanzi in Italia.

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Con recenti sue dichiarazioni, il ministro Malfatti ha fatto intendere di non volere appartenere ai democristiani che hanno fondato il loro governo sull’inerzia; e ha fatto intendere di essere disposto ad innovare e a migliorare ulteriormente le innovazioni. A questo fine forse non sarà inutile un piccolo promemoria sulle minoranze dimenticate.

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Germania italiana. Hai 260 mila tedeschi della provincia di Bolzano, di lingua ufficiale tedesca e di dialetto bavarese, occorre aggiungere i dimenticati nuclei tedeschi delle province di Belluno (Sappada), di Udine (Pontebba di Nova, Tarvisio, ecc.), Verona (Giazza ed altri resti dei XIII comuni cimbri), Vicenza (Roana e Rotzo, resti dei VII comuni) ed infine i quadri o esalingui (dialetti alemanno, lombardo-piemontese, franco-provenzale, lingue tedesca, francese, italiana) Walser del Monte Rosa, in Val d’Aosta e nelle province di Vercelli e Novara.

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Ladinia italiana. Ai quindicimila ladini delle valli di Gardena e Badia occorre sommare i ladini delle province di Trento (Val di Fassa) e Belluno. Un problema a , di cui sarebbe un errore sorridere, sono i cinquecentomila (almeno) parlanti di friulani: ma di friulani, e spesso tenacemente attaccati al loro idioma, è pieno il mondo, e sono piene le regioni italiane.

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Slavia italiana. Agli sloveni delle province di Udine e Gorizia, il cui stesso numero è difficile da stabilirsi per le resistenze psicologiche a dichiararsi sloveni dovute alle persecuzioni fasciste e alle discriminazioni anticomuniste, vanno aggiunti gli almeno 35.000 sloveni dell’Udinese e, in tre comuni del Molise, cinquemila serbocroati.

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I dimenticati

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Gallia italiana. Ai 70 mila valdostani che parlano nativamente il patois francoprovenzale, ai mille che nativamente parlano il francese, alla totalità degli scolarizzati della Valle che parlano come lingua colta il francese, occorre aggiungere almeno 30 mila abitanti di patois francoprovenzale nel Cuneese e 26 mila nel Torinese, e minori comunità galloromanze e galloitaliche nelle province di Foggia e Cosenza e in Sicilia.

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Veniamo infine alle minoranze totalmente dimenticate nei decreti delegati. Almeno 80 mila albanesi delle regioni peninsulari conservano le loro tradizioni linguistiche nei piccoli centri appenninici; un numero incalcolabile è immigrato a Salerno, Reggio, Napoli, Roma. Ad essi vanno aggiunti gli albanesi di Sicilia, in parte immigrati a Palermo. Resistono ancora, tra Salento e Calabria, parecchie migliaia di greci, relitto di una crescita medievale che da Roma si estendeva fiorente fino alla Sicilia. Si aggiungano ancora circa 15.000 catalani di Alghero in Sardegna. E gli zingari nomadi del Veneto e dell’Italia settentrionale, seminomadi dell’Abruzzo e dei dintorni di Roma, stanziali e assimilati del Sud.

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Come alcuni friulani, così anche alcuni gruppi sardi chiedono che si riconosca autonomia alle loro parlate.

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Nelle opere di insieme sulla situazione linguistica italiana e la sua storia non si parla quasi mai di ciò, dopo la sciagurata età fascista. Non era così nell’Italietta liberale quando i primi raccoglitori di esempi di parlate italiane, Zuccagni-Orlandini e Papanti, largheggiavano nel dare testi di idiomi eterogenee rispetto ai dialetti italoromanzi ed i censimenti chiedevano in ogni regione notizie sull’idioma materno e correntemente parlato. Ha quindi buon gioco Sergio Salvi nell’incolpare la linguistica italiana attuale di poca sensibilità a tali problemi e di forse inconsapevole ossequio al potere centrale nel suo Le lingue tagliate, appena pubblicato da Rizzoli. Che in questo volume si possa trovare qualche ingenuità, più che comprensibile in chi non fa di mestiere linguista, non deve servire a eludere la sostanza dei problemi riproposti da Salvi e la complessiva utilità del suo lavoro.

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Come in Svezia

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Piuttosto nel libro di Salvi, e ancor più nelle proposte legislative e nelle concezioni di molti fautori delle minoranze, vanno discussi il territorialismo ed una sorta di esasperato nazionalismo alla rovescia, che lo spingono a parlare di «italiani conquistatori», di «genocidio» e simili.

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Nuovi paletti di confine, nuovi reticolati a protezione di ladini friulani, neogreci o catalani di Alghero, non servono dal punto di vista di una politica linguistica democratica, che promuova la libertà di essere diversi, ma la libertà, non l’obbligo: e cioè che rispetti e tuteli le differenze, ma impedisca ad esse di costituirsi in ostacolo alle priorità civile, che consenta, ma non imponga di restare nel paese natale.

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La politica linguistica democratica, quale è suggerita dalla Costituzione italiana, può trovare attuazione, più che con la creazione di nuovi confini territoriali, con una legislazione scolastica opportuna. In Europa, la Svezia, un esempio concreto di tale possibile politica.

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Nel recente fondamentale rapporto sulle minoranze e l’immigrazione pubblicato nel settembre 1974 dalla commissione svedese per l’immigrazione (Invandrarutredningen), si legge che, oltre a due minoranze di antico insediamento (lapponi e finnici), la Svezia ospita 400.000 stranieri (cinque per cento dell’intera popolazione).

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La politica linguistica svedese è passata e passa attraverso la scuola. Da un lato, una legge presentata nel 1971 garantisce ai lavoratori immigrati 240 ore retribuite di permesso da dedicare allo studio dello svedese. Dall’altro lato, una legge del 1968 garantisce a tutti i figli degli immigrati che lo richiedano sei ore settimanali di istruzione ausiliaria, da dedicare allo studio della madrelingua. Ma la commissione propone ora lo intero insegnamento in lingua materna per i fanciulli che ne facciano richiesta (pp. 249-63 del rapporto).

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La politica linguistica democratica in Italia dovrebbe avere obiettivi simili: garantire a quanti lo richiedano un numero minimo di ore di insegnamento dell’idioma materno diverso dall’italiano e, se il numero dei coetanei di eguale idioma a ciò interessati è considerevole, le scuole dovrebbero garantire, in ogni parte del territorio nazionale, l’intero insegnamento nello idioma alloglotto e l’insegnamento dell’italiano come lingua seconda.

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L’attuazione di una simile politica metterebbe i rappresentati italiani in condizione di forza nelle trattative e nelle lotte volte a sottrarre milioni di lavoratori italiani emigrati all’atroce scelta tra integrazione o emarginazione.

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vale obiettare che una politica scolastica e linguistica siffatta avrebbe costi elevati. Non, certo, a lungo termine. E poi, come rammenta salvi, non erano davvero in buone condizioni economiche l’Unione Sovietica quasi sessant’anni fa e la Repubblica del Nord-Vietnam sotto le bombe americane, quando hanno intrapreso un’opera esemplare di tutela delle minoranze etnico-linguistiche.


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