Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
L’ASSESSORE di recente nomina non ha ancora acquistato la capacità di firmare senza guardare le centinaia di atti e lettere che ogni giorno il mareggiare delle leggi e le pigre correnti del fiume burocratico lasciano sul suo tavolo. Ogni tanto accade di leggere quello che firma.
«Si significa la trasmissione dell’emarginata pregressa…».
L’assessore firma meccanicamente. È, all’incirca, la duecentesima firma del fresco mattino primaverile. Alle otto e mezza, nove, gli uffici sono ancora silenti. I solerti primi arrivati già sciamano nella grande piazza vicina a sorbire il primo caffè. La grande maggioranza verrà ancora più tardi ad aggirarsi tra carte e tavoli del vecchio edificio liberty. L’ufficio è tranquillo e l’assessore si concede una pausa: firma, e poi legge. Che sarà mai questa «emarginata pregressa?».
È l’inizio dell’inverno. In una città del Nord la bambina Marina, quinta elementare, sa dal padre che, una volta promossa in prima media, farà un viaggio a Roma. Si consulta con la maestra e decide che durante l’anno si occuperà in particolare di Roma e del Lazio. Ma dove e come trovare materiale su Roma e sul Lazio? Bambina e maestra hanno un’idea: scrivere alla ragione Lazio.
Su un foglio di carta rigata tolto al quaderno, la bambina Marina scrive: «Cara Regione Lazio, sono un’alunna della Scuola Elementare Statale E. D’A. di X…». Ed espone il suo desiderio: vuole libri e carte sulla regione e su Roma, così col padre, quando verrà, potrà girare meglio, capire di più.
Allo Smistamento la lettera deve avere suscitato perplessità, se vi è restata giacente alcune settimane. A chi mai va, una lettera indirizzata alla «Cara Regione»?
Lo Smistamento, dopo alcune settimane, conclude che «Regione», a termini di legge, significa «Presidente del Consiglio Regionale»: e là, al presidente del consiglio regionale, viene mandata la lettera della bambina Marina.
Ma (devono avere argomentato là) la lettera della bambina Marina richiede l’invio di materiali, cioè richiede atti d’amministrazione che non competono alla Presidenza del Consiglio Regionale, sibbene alla Giunta. E, dopo una ventina di giorni, la lettera della bambina Marina, con lettera di accompagnamento in cui è già definita «emarginata pregressa» va dalla Presidenza del Consiglio alla Presidenza della Giunta.
La Presidenza della Giunta deve avere meditato a lungo sulla cosa. Dai rigori del gennaio, mentre il Consiglio dibatte per stabilire se «larga intesa» sia o no il medesimo che «intesa democratica» e questa il medesimo che «intesa di svolta democratica», il tempo è passato ai soffi e sbuffi del vento di marzo. La Giunta cambierà. Si fa pulizia sui tavoli. Il Segretario del Presedente della Giunta prende la lettera della bambina Marina e, con decisione ora fulminea, scrive una nuova lettera d’accompagnamento, anzi «d’accompagno», e invia la «emarginata pregressa» a «codesto Assessorato competente». E poiché la bambina Marina voleva libri, ebbene vada la lettera all’assessorato competente in libri.
È aprile, ormai, quando un bravo funzionario dell’assessorato competente piglia in mano la lettera di Marina, lettera del Presidente del Consiglio, lettera del Presidente della Giunta. Doverosamente, egli «entra nel merito». Marina, è vero, vuole (voleva) libri. Ma che libri, e a quale fine? Certo, li vuole (voleva) «a fine spostamento di carattere turistico». E allora? Allora l’Assessorato Codesto e Competente non è quello «in oggetto della sopracitata», cioè non è quello che si occupa (dovrebbe) di libri. Ma è quello che si occupa (dovrebbe) degli «spostamenti di carattere turistico».
Deliberata e istruita la pratica, accade così che una mattina d’aprile l’assessore di recente nomina invii a un altro assessorato, Codesto e Competente, la lettera della bambina Marina, «emarginata pregressa». E su un foglitiello di carta l’assessore annota il numero della «sopracitata pratica» e l’indirizzo della bambina Marina, col proposito di verificare un giorno se mai la «sopracitata» avrà fatto il suo corso, o sarà affondata nei gorghi del Pubblico Impiego.
OO.SS.
«SOR ASSESSO’, e s’è dimenticato de noi. La bozza non ce l’ha mannata»: mi sta di fronte, con chioma candida e viso aperto (non tutti sono così), un sindacalista. È vero: credevo di averla mandata a tutti, la bozza. E invece no: l’ho mandata, si, ai federali unitari regionali e di categoria, l’ho mandata ai sindacati non unificati e agli unificati confederali, federali, territoriali, l’ho mandata agli ambientali. Ma ho dimenticato questi, i regionali del personale.
La prima volta che mi è caduta sott’occhio, la sigla OO.SS. l’ho letta «zero zero esse esse»: e pazientemente il compagno che mi aiuta nella segreteria mi ha spiegato che voleva dire, invece, «organizzazioni sindacali».
Di colpo, come in una specie di Marienbad, ho rivisto allora il mio vecchio professore di archeologia. Si chiamava Giglioli. Alle tre di pomeriggio, nel buio della sala dove proiettava diapositive, ci iniziava ai misteri e piaceri dell’antiquaria, tra struzzi di saliva (nessuno voleva sedere al primo banco, e poi agli ultimi si faceva meglio l’amore) e citazioni di aneddoti su Ennio Quirino Visconti.
Ma anche di lui, di Giglioli, si narravano aneddoti. Che era un po’ stonato, per esempio, e che, proiettando diapositive su belle sculture alessandrine, non si era accorto a un certo punto che un maligno gli aveva inserito una diapositiva sottratta a quelle della mostra «Il demoniaco nell’arte», organizzata allora dal professor Castelli. E uno schifoso demonio tedesco tardorinascimentale era stato definito, dall’archeologo distratto, «Ecco un artro ber giovane (parlava un romanesco rilassato) ecco un artro ber giovane tipico der gusto alessandrino».
Ma soprattutto di lui si amava narrare l’aneddoto della Mostra della Romanità, allorché in camicia nera, fascista come (meno tredici) i professori di università italiani dell’epoca, aveva guidato gerarchi vari e il Mussolini stesso a visitare i padiglioni della mostra da lui organizzata. E, precedendo il corteo, leggeva frettolosamente (più che spiegare) le targhe delle varie sale: «Sala d’Augusto de Prima Porta, Sala de le Navi de Nemi, Sala de l’Ara Pacise …»: e poi, dopo un istante di perplessità, «oh oh signore, oh oh signori»: e poi, più spedito di nuovo, «Sala dei Barberi, Sala de le Guere Civili». Lo «zero-zero» che campeggiava sul luogo comodo della mostra era stato così buffamente letto dal vecchio archeologo.
Anch’io, precedentemente stonato, leggo e confondo «o-o» e «zero-zero». E cerco di destreggiarmi tra le molte sigle di cui è ormai irsuto il movimento sindacale italiano.
Crescendo, il movimento sindacale si è dato una struttura che, come anche i piani e i programmi, per esser rispettabile è organica, complessa ed articolata, in quanto unitaria e, insieme, aderente alle istanze autonome. Se, come gli altri facevano in passato, uno il sindacato lo ignora, poco male. Ma se uno vuole lavorarci a contatto, allora deve sempre rammentarsi bene la seguente legge, sperimentalmente verificata:
«Dato un numero k, grande a piacere, di OO.SS. cui vi rivolgete, c’è sempre una O.S. di cui, inevitabilmente, vi dimenticherete».
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