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Chi legge in Italia

Language columnIl dire e il fare
AuthorTullio De Mauro
Date 13 febbraio 1976


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NEL giugno 1975 Rinaldo Scheda scriveva in «Produzione e Cultura»: «Lo stato dell’informazione, la sostituzione dell’editoria, dell’insegnamento e di altri settori dell’attività culturale, esigono da tempo misure incisive di riforma la cui realizzazione non è ottenibile se non si realizzano ampie convergenze fra le forze del ceto medio più sensibili verso una politica di riforme. Deriva perciò () uno stimolo per l’intero movimento sindacale a vincere complessi di inferiorità e incertezze politiche per uscire dalla fase degli interventi sporadici nei vari campi della politica culturale e per arrivare invece, finalmente, a giocare un ruolo determinante nella lotta per il rinnovamento di struttura e di indirizzi superati nei diversi campi dell’azione culturale di massa».

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Raccoglie e rafforza lo «stimolo» di cui parlava Scheda una nuovo rivista, «Riforma della editoria», pubblicata dalla Federazione Unitaria Lavoratori Poligrafici e Cartai dei tre sindacati, la FULPC. Uscirà ogni due mesi, il numero uno a febbraio intanto è apparso il «il numero zero». Il lavoro redazionale è compiuto dall’ufficio studi della FULPC. Paolo Roversi, dirigente di quest’ufficio, e coordinatore del lavoro redazionale, così afferma:

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«Con questa pubblicazione il nostro sindacato si rivolge all’interno e allo esterno della organizzazione. All’interno, cioè a tutti i lavoratori poligrafici a cartai, vuole fornire uno strumento di informazione su tutti i programmi della categoria, considerati attraverso l’obiettivo della riforma dell’informazione e dell’editoria. È noto che le riforme, e questa riforma in particolare, non sono oggetto di interesse solo per la classe operaia, ma riguardano anche altri strati sociali. Ecco perché alla rivista collaborano anche persone attive in organizzazioni non sindacali».

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Giustamente, molti articoli della rivista trattano quei problemi che, per dir così, sono l’ideale materia prima del lavoro di cartai e poligrafici: l’informazione in Italia, la sua organizzazione, la cultura, i suoi utenti. Tra gli altri è molto interessante l’articolo di Roberto Roversi che lega lotte e necessità specifiche della categoria all’espansione della lettura e questa espansione lega a sua volta alla qualità dei cataloghi editoria dell’informazione.

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Disprezzo della cultura

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Roberto Roversi svolge considerazioni sul cattivo stato, e il peggior uso, delle statistiche italiane sulla cultura e l’informazione (ma l’indecentissimo Istat, bene aiutando altri enti pubblici, dal ministero del Lavoro alla Banca d’Italia, obbliga a generalizzare il discorso a molte analisi statistiche circolanti). Di volta in volta i dati sono manipolati in modo da gridare «vittoria vittoria» (e pare allora che questo sia un popolo di lettori di libri e giornali) o «aiuto aiuto» (e pare che gli editori di giornali e libri siano poveracci ormai ridotti alla fame).

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Quasi per cominciare a rispondere alle esigenze avanzate da Paolo e Roberto Roversi, e dall’intera nuova rivista, appaiono ora due ricerche sulla lettura in Italia. La prima, promossa dal comune di Modena, analizza la frequenza e le letture nelle dodici biblioteche di quartiere della città. È un modello di come condurre seriamente un’indagine su chi legge, che cosa si legge. Ed è un nuovo importante contributo che ci viene dal Dipartimento istruzione e cultura del comune emiliano per capire che cosa si può fare dove si riesce a sottrarre al monopolio democristiano la gestione delle istituzioni culturali e dell’istruzione.

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In verità, non c’è da fare però il processo ai soli democristiani. In questo settore, essi sono espressione de un’antica politica di disprezzo della cultura e dei libri propria dei gruppi dominanti nel nostro paese. Rispetto alle grandi borghesie nazionali europee, che scelgono la strada dell’egemonia attraverso la promozione e il controllo di elevati livelli di scolarità e cultura di massa, i gruppi dominanti in questo paese si sono felicemente incontrati nel cercare di tenere il più basso possibile il livello culturale delle popolazioni.

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A questa storia, dominata da gruppi che forse nemmeno meritano il nome di borghesi, storia amara di una cultura davvero negata, di un « leggere scrivere» imposto, di una scienza atrofizzata, ci riconduce un libro «fastidioso»: così lo definisce Carlo Rossella in «Tuttolibri» del 17 gennaio scorso, avendone avuto in anteprima visione.

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Il libro «fastidioso» si intitola Primo: non leggere, edito ora da Mazzotta. È una storia interna, sociologica e politica, della pubblica lettura in Italia, dal 1861 al 1975, dalla retorica Bonghi a quella dello Spadolini, dal remoto fallimento della prima Nazione romana alla tronfia, vacua e mal utilizzabile nuova Nazionale inaugurata un anno fa.

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Inventario dei malanni

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Sono autori del libro due studiosi di prima fila : Gilia Barone, archivista e paleografa diplomata presso l’Archivio Segreto Vaticano, ora conservatrice di manoscritti alla romana Scuola speciale per archivisti e bibliotecari; ed Armando Petrucci, un paleografo che, accanto alle ricerche sulle scritture medievali, già da tempo aveva dato fondamentali contributi anche alla storia della nostra pubblica lettura (o non lettura, se è lecito scherzare su queste cose).

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Nella prefazione essi scrivono:

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«Questo libro vuol essere la storia degli errori, della lentezza, dell’impostazione arcaica e conservatrice che al problema bibliotecario è stata data dalla classe dirigente italiana nel secolo e più che va dall’unità ai nostri giorni, ma è anche e soprattutto la storia di un grande assente, di quel pubblico potenziale qualificante, se non qualificato che si è potuto tanto a lungo ignorare proprio perché non ha mai potuto, saputo o voluto far sentire la sua voce».

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Il pubblico cui si riferiscono gli autori è quello delle classi lavoratrici, schiacciate sotto il peso dell’analfabetismo e mancata scolarizzazione di base. Ancora oggi è questa la condizione di un maschio italiano su cinque, di due donne su cinque. E si aggiunga che degli scolarizzati due terzi hanno soltanto la licenza elementare, una licenza che in troppi casi (come hanno rilevato i corsi della 150 ore a chi non voleva saperne) non basta a garantire le condizioni permanenti di alfabetismo effettivo quando gli studi infantili non siano poi attivati dalla milizia sindacale e politica o da un impegno individuale spesso impossibile in un ambiente intessuto di ostacoli e stimoli negativi per lo sviluppo culturale e intellettuale.

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Con rabbia puntigliosa, con una passione democratica che è raro trovare non diciamo dentro, ma anche fuori dal mondo degli studi, i due autori fanno l’inventario dei malanni remoti e presenti delle istituzioni pubbliche per la lettura, ed anche degli elementi positivi che, sotto la spinta delle classi lavoratrici e delle loro organizzazioni, si sono andati delineando negli ultimi dieci anni: dallo slancio giovanile e collettivo per salvare il salvabile dall’alluvione di Firenze, allo sviluppo di una politica regionale di promozione della pubblica lettura messa in rapporto con la attuazione del diritto allo studio e all’appropriazione popolare degli strumenti di cultura.


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