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Maarten Janssen, 2014-
Sentence view
Chi legge in Italia
Language column
Il dire e il fare
Author
Tullio De Mauro
Date
13
febbraio
1976
more header data
[1]
NEL
giugno
1975
Rinaldo
Scheda
scriveva
in
«
Produzione
e
Cultura
»
:
«
Lo
stato
dell’
informazione
,
la
sostituzione
dell’
editoria
,
dell’
insegnamento
e
di
altri
settori
dell’
attività
culturale
,
esigono
da
tempo
misure
incisive
di
riforma
la
cui
realizzazione
non
è
ottenibile
se
non
si
realizzano
ampie
convergenze
fra
le
forze
del
ceto
medio
più
sensibili
verso
una
politica
di
riforme
.
Deriva
perciò
(
…
)
uno
stimolo
per
l’
intero
movimento
sindacale
a
vincere
complessi
di
inferiorità
e
incertezze
politiche
per
uscire
dalla
fase
degli
interventi
sporadici
nei
vari
campi
della
politica
culturale
e
per
arrivare
invece
,
finalmente
,
a
giocare
un
ruolo
determinante
nella
lotta
per
il
rinnovamento
di
struttura
e
di
indirizzi
superati
nei
diversi
campi
dell’
azione
culturale
di
massa
»
.
[2]
Raccoglie
e
rafforza
lo
«
stimolo
»
di
cui
parlava
Scheda
una
nuovo
rivista
,
«
Riforma
della
editoria
»
,
pubblicata
dalla
Federazione
Unitaria
Lavoratori
Poligrafici
e
Cartai
dei
tre
sindacati
,
la
FULPC
.
[3]
Uscirà
ogni
due
mesi
,
il
numero
uno
a
febbraio
intanto
è
apparso
il
«
il
numero
zero
»
.
[4]
Il
lavoro
redazionale
è
compiuto
dall’
ufficio
studi
della
FULPC
.
[5]
Paolo
Roversi
,
dirigente
di
quest’
ufficio
,
e
coordinatore
del
lavoro
redazionale
,
così
afferma
:
[6]
«
Con
questa
pubblicazione
il
nostro
sindacato
si
rivolge
all’
interno
e
allo
esterno
della
organizzazione
.
All’
interno
,
cioè
a
tutti
i
lavoratori
poligrafici
a
cartai
,
vuole
fornire
uno
strumento
di
informazione
su
tutti
i
programmi
della
categoria
,
considerati
attraverso
l’
obiettivo
della
riforma
dell’
informazione
e
dell’
editoria
.
È
noto
che
le
riforme
,
e
questa
riforma
in
particolare
,
non
sono
oggetto
di
interesse
solo
per
la
classe
operaia
,
ma
riguardano
anche
altri
strati
sociali
.
Ecco
perché
alla
rivista
collaborano
anche
persone
attive
in
organizzazioni
non
sindacali
»
.
[7]
Giustamente
,
molti
articoli
della
rivista
trattano
quei
problemi
che
,
per
dir
così
,
sono
l’
ideale
materia
prima
del
lavoro
di
cartai
e
poligrafici
:
l’
informazione
in
Italia
,
la
sua
organizzazione
,
la
cultura
,
i
suoi
utenti
.
[8]
Tra
gli
altri
è
molto
interessante
l’
articolo
di
Roberto
Roversi
che
lega
lotte
e
necessità
specifiche
della
categoria
all’
espansione
della
lettura
e
questa
espansione
lega
a
sua
volta
alla
qualità
dei
cataloghi
editoria
dell’
informazione
.
[9]
Disprezzo
della
cultura
[10]
Roberto
Roversi
svolge
considerazioni
sul
cattivo
stato
,
e
il
peggior
uso
,
delle
statistiche
italiane
sulla
cultura
e
l’
informazione
(
ma
l’
indecentissimo
Istat
,
bene
aiutando
altri
enti
pubblici
,
dal
ministero
del
Lavoro
alla
Banca
d’
Italia
,
obbliga
a
generalizzare
il
discorso
a
molte
analisi
statistiche
circolanti
)
.
[11]
Di
volta
in
volta
i
dati
sono
manipolati
in
modo
da
gridare
«
vittoria
vittoria
»
(
e
pare
allora
che
questo
sia
un
popolo
di
lettori
di
libri
e
giornali
)
o
«
aiuto
aiuto
»
(
e
pare
che
gli
editori
di
giornali
e
libri
siano
poveracci
ormai
ridotti
alla
fame
)
.
[12]
Quasi
per
cominciare
a
rispondere
alle
esigenze
avanzate
da
Paolo
e
Roberto
Roversi
,
e
dall’
intera
nuova
rivista
,
appaiono
ora
due
ricerche
sulla
lettura
in
Italia
.
[13]
La
prima
,
promossa
dal
comune
di
Modena
,
analizza
la
frequenza
e
le
letture
nelle
dodici
biblioteche
di
quartiere
della
città
.
[14]
È
un
modello
di
come
condurre
seriamente
un’
indagine
su
chi
legge
,
che
cosa
si
legge
.
[15]
Ed
è
un
nuovo
importante
contributo
che
ci
viene
dal
Dipartimento
istruzione
e
cultura
del
comune
emiliano
per
capire
che
cosa
si
può
fare
dove
si
riesce
a
sottrarre
al
monopolio
democristiano
la
gestione
delle
istituzioni
culturali
e
dell’
istruzione
.
[16]
In
verità
,
non
c’
è
da
fare
però
il
processo
ai
soli
democristiani
.
[17]
In
questo
settore
,
essi
sono
espressione
de
un’
antica
politica
di
disprezzo
della
cultura
e
dei
libri
propria
dei
gruppi
dominanti
nel
nostro
paese
.
[18]
Rispetto
alle
grandi
borghesie
nazionali
europee
,
che
scelgono
la
strada
dell’
egemonia
attraverso
la
promozione
e
il
controllo
di
elevati
livelli
di
scolarità
e
cultura
di
massa
,
i
gruppi
dominanti
in
questo
paese
si
sono
felicemente
incontrati
nel
cercare
di
tenere
il
più
basso
possibile
il
livello
culturale
delle
popolazioni
.
[19]
A
questa
storia
,
dominata
da
gruppi
che
forse
nemmeno
meritano
il
nome
di
borghesi
,
storia
amara
di
una
cultura
davvero
negata
,
di
un
«
né
leggere
né
scrivere
»
imposto
,
di
una
scienza
atrofizzata
,
ci
riconduce
un
libro
«
fastidioso
»
:
così
lo
definisce
Carlo
Rossella
in
«
Tuttolibri
»
del
17
gennaio
scorso
,
avendone
avuto
in
anteprima
visione
.
[20]
Il
libro
«
fastidioso
»
si
intitola
Primo
:
non
leggere
,
edito
ora
da
Mazzotta
.
[21]
È
una
storia
interna
,
sociologica
e
politica
,
della
pubblica
lettura
in
Italia
,
dal
1861
al
1975
,
dalla
retorica
Bonghi
a
quella
dello
Spadolini
,
dal
remoto
fallimento
della
prima
Nazione
romana
alla
tronfia
,
vacua
e
mal
utilizzabile
nuova
Nazionale
inaugurata
un
anno
fa
.
[22]
Inventario
dei
malanni
[23]
Sono
autori
del
libro
due
studiosi
di
prima
fila
:
Gilia
Barone
,
archivista
e
paleografa
diplomata
presso
l’
Archivio
Segreto
Vaticano
,
ora
conservatrice
di
manoscritti
alla
romana
Scuola
speciale
per
archivisti
e
bibliotecari
;
ed
Armando
Petrucci
,
un
paleografo
che
,
accanto
alle
ricerche
sulle
scritture
medievali
,
già
da
tempo
aveva
dato
fondamentali
contributi
anche
alla
storia
della
nostra
pubblica
lettura
(
o
non
lettura
,
se
è
lecito
scherzare
su
queste
cose
)
.
[24]
Nella
prefazione
essi
scrivono
:
[25]
«
Questo
libro
vuol
essere
la
storia
degli
errori
,
della
lentezza
,
dell’
impostazione
arcaica
e
conservatrice
che
al
problema
bibliotecario
è
stata
data
dalla
classe
dirigente
italiana
nel
secolo
e
più
che
va
dall’
unità
ai
nostri
giorni
,
ma
è
anche
e
soprattutto
la
storia
di
un
grande
assente
,
di
quel
pubblico
potenziale
–
qualificante
,
se
non
qualificato
–
che
si
è
potuto
tanto
a
lungo
ignorare
proprio
perché
non
ha
mai
potuto
,
saputo
–
o
voluto
–
far
sentire
la
sua
voce
»
.
[26]
Il
pubblico
cui
si
riferiscono
gli
autori
è
quello
delle
classi
lavoratrici
,
schiacciate
sotto
il
peso
dell’
analfabetismo
e
mancata
scolarizzazione
di
base
.
[27]
Ancora
oggi
è
questa
la
condizione
di
un
maschio
italiano
su
cinque
,
di
due
donne
su
cinque
.
[28]
E
si
aggiunga
che
degli
scolarizzati
due
terzi
hanno
soltanto
la
licenza
elementare
,
una
licenza
che
in
troppi
casi
(
come
hanno
rilevato
i
corsi
della
150
ore
a
chi
non
voleva
saperne
)
non
basta
a
garantire
le
condizioni
permanenti
di
alfabetismo
effettivo
quando
gli
studi
infantili
non
siano
poi
attivati
dalla
milizia
sindacale
e
politica
o
da
un
impegno
individuale
spesso
impossibile
in
un
ambiente
intessuto
di
ostacoli
e
stimoli
negativi
per
lo
sviluppo
culturale
e
intellettuale
.
[29]
Con
rabbia
puntigliosa
,
con
una
passione
democratica
che
è
raro
trovare
non
diciamo
dentro
,
ma
anche
fuori
dal
mondo
degli
studi
,
i
due
autori
fanno
l’
inventario
dei
malanni
remoti
e
presenti
delle
istituzioni
pubbliche
per
la
lettura
,
ed
anche
degli
elementi
positivi
che
,
sotto
la
spinta
delle
classi
lavoratrici
e
delle
loro
organizzazioni
,
si
sono
andati
delineando
negli
ultimi
dieci
anni
:
dallo
slancio
giovanile
e
collettivo
per
salvare
il
salvabile
dall’
alluvione
di
Firenze
,
allo
sviluppo
di
una
politica
regionale
di
promozione
della
pubblica
lettura
messa
in
rapporto
con
la
attuazione
del
diritto
allo
studio
e
all’
appropriazione
popolare
degli
strumenti
di
cultura
.
Text view
•
Paragraph view