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Zingari al villaggio

Language columnIl dire e il fare
AuthorTullio De Mauro
Date 3 dicembre 1976


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COME fu mostrato nel vecchio libro di Poliakov, «Bréviaire de la haine. Le III Reich et les Juifs», l’Italia, in una storia non ricca di aspetti di cui ci si possa vantare, può rammentare l’atteggiamento di ostilità con cui le popolazioni reagirono quarant’anni fa alle persecuzioni antiebraiche. Si rivelò allora che, con i bulgari, in minor misura, con serbi e croati, gli italiani erano, in Europa, i meno infetti dal virus del razzismo.

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Ma la storia cammina, i popoli cambiano. Se il diffuso sdegno per la liberazione di Kappler può far pensare che gli animi di molti non siano mutati, che l’ira contro i persecutori degli Ebrei non sia ancora spenta, altri segni vi sono del serpeggiare in strati sociali diversi e regioni lontane di atteggiamenti che sanno di razzismo.

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«Lacio drom», la eccellente rivista edita dall’Opera Nomadi di Roma, non passa numero ormai che non pubblichi articoli e stelloncini nei quali si segnalano casi di persecuzione contro gli zingari. C’è un sentimento di avversione per questa gente: esso, se non è da drammatizzare, certo è che serpeggia qua e , troppo diffuso per non inquietare. Da questo e altri indizi pare che si sia atrofizzata la nostra collettiva capacità di accettare e rispettare ciò che ci appare radicalmente diverso.

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Ha scritto di recente don Bruno Nicolini, alla cui intelligenza di studioso ed alla cui operosità tanto deve lo sviluppo delle attività dell’Opera Nomadi:

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« La promozione degli Zingari, che comporta un processo di autentico rinnovamento culturale e sociale, può attuarsi solo nel rispetto della loro libertà, cioè facendo si che essi, potendo usufruire dei mezzi adatti, diventino gli attori del loro destino attraverso libere scelte: tale promozione implica non solo un processo autonomo all’interno della civiltà zingara ma, contemporaneamente, una trasformazione di tutta la società che, realizzando la giustizia, assicuri ad ogni uomo e gruppo la possibilità di adempiere al suo compito di parte in un tutto secondo la sua misura ed originalità ».

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Nel libro da cui queste parole sono tratte, «Le mille culture», curato dal professor Bernardini, collaboratore del «Corriere della Sera», edito dalla Coines Edizioni, don Bruno Nicolini aggiunge:

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«Il problema degli Zingari può configurarsi come un test sulla capacità della società e civiltà attuali di accogliere e rispettare l’altro, il diverso (). Se la nostra società grande e connotata dal progresso penso saprà rispettare la società zingara, piccola e d’indole diversa, allora ciò che costituisce la diversità diventerà motivo di vicendevole arricchimento»

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Un libro efficace

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Come reagisce la società moderna al test degli zingari non ce lo dicono solo i casi di persecuzione già rammentati. Ce lo dice ora un libro amaro ed efficace, scritto da due valorose insegnanti e studiose: Mirella Karpati e Renza Sasso.

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Ne abbiamo già ricordato i nomi in queste note a proposito del lavoro dell’Opera Nomadi, cui la Karpati, lasciata l’università di Padova si dedica ed a proposito della eccezionale raccolta di racconti di bambini zingari. «Paramitza», un libro curato da Renza Sasso.

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A partire dal 1970 71 la opera Nomadi svolse indagini per rilevare il grido di maturazione dei giovani zingari frequentanti le classi speciali in tutt’Italia. Ne venne fuori un quadro grave, dominato dalla rinunzia a rinnovamenti, a progetti dalla (dicono le due autrici) « mancanza di una dimensione utopica», ciò che « non può significare altro che la morte di una cultura ». fu così deciso di approfondire l’indugiare estendendola a gruppi di controllo di adolescenti non zingari.

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A sei gruppi di adolescenti maschi e femmine non zingari di licei e corsi di formazione professionale di Catanzaro, Roma e Torino, ed a tre gruppi di zingari delle stesse città è stato dato da fare il «test del villaggio». Questo test, nato inizialmente per utilizzazioni terapeutiche o per diagnosi psicologiche, da alcuni anni è utilizzato come test sociologico. Partendo dal modo in cui un soggetto organizza modellini di case, animali, uomini, segnali stradali, vetture, edifici pubblici ecc. nella costruzione di un «villaggio ideale», l’analista scopre la scala di valori sociali cui il soggetto si uniforma.

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L’obiettivo di Karpati e della Sasso è stato capire la scala di valori cui si ispirano oggi gruppi di adolescenti zingari e non zingari: e capire soprattutto quale è nel villaggio ideale la collocazione assegnata da zingari e non zingari agli zingari.

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Ne è nato il libro che si diceva: «Adolescenti zingari e non zingari», edito dal Centro Studi Zingari (via delle Zoccolette 17, Roma).

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Aperta ostilità

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Al liceo classico e nel centro di formazione professionale dell’Enaip di Catanzaro, dove i giovani in un quadro sociale chiuso e arretrato, quasi al novanta per cento accettano come normale la sperequazione sociale e la divisione in classi, l’accettazione degli zingari nel villaggio ideale è molto limitata: accanto a parecchi indifferenti, non pochi manifestano un duro disprezzo, un’aperta ostilità per gli zingari.

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Più consapevole, perciò in certa misura ancor più grave l’atteggiamento delle giovani e dei giovani del liceo romano: la piena accettazione è un po’ più alta che a Catanzaro, ma più della metà rifiuta nettamente gli zingari, fino a spingersi ad espressioni che nella loro rozza ingenuità ricordano la «soluzione nazionalsocialista del problema degli zingari» delineata nel 1938 dal dottor Portschy (e attuata poi con l’uccisione di duecentomila zingari nei Lager). Tre quarti di queste giovanette e giovanetti del liceo bene di Roma mostrano di accettare acriticamente la divisione in classi.

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Non così le giovani e i giovani di estrazione popolare dell’Enaip di Roma Centocelle: tre soltanto sono dichiaratamente contro gli zingari, la grande maggioranza vuole accogliere gli zingari nel «villaggio ideale», pur segnalando realisticamente le difficoltà.

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Ancor più positivo l’atteggiamento dei giovani torinesi, sia liceali che allievi dei popolari corsi di formazione professionale. Oltre il 50 per cento è per l’eguaglianza sostanziale, un buon quarto è per una profonda trasformazione in senso democratico delle strutture sociali vigenti. Alta, in evidente connessione con ciò la coscienza della sostanziale parità di diritti di minoranze zingare e maggioranza non zingara alta quindi (e tra i liceali più che tra gli allievi dei professionali) la accettazione degli zingari (circa il settanta percento).

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Con sobrie analisi le due autrici portano a rilevare un fatto cui dovrebbe badare chi continua a cantare tristi lodi alla «civiltà contadina», buona e retrograda. Se il test degli zingari, che è il test della capacità di civile convivenza dei diversi, lascia intravedere una soluzione positiva, ciò avviene soprattutto dove più avanzata è la società industriale, più forte la civiltà urbana e operaia, più preciso e consapevole il senso dei diritti e la volontà di lotta degli sfruttati.

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Realizzare una democrazia avanzata, introdurre elementi di socialismo, progredire: su queste vie troverà soluzione positiva anche la questione degli zingari oggi dimenticati o perseguitati.


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