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“Gli” al femminile

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 30 ottobre 1975


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I grammatici sono divisi, tuttavia Guido Ceronetti non ha sbagliato
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Ogni disciplina ha la sua afflizione; e questa consiste nei mezzidotti.
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Come si riconoscono, in fatto di lingua, i mezzidotti?
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Da ciò: che mentre lasciano passare, per non conoscerli, spropositacci da cavallo, si accaniscono contro certi errori-ombra o «errori con ragione», che spesso testimoniano, in chi li commette, più presto perizia che ignoranza dell'italiano.
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Una lettrice che rimpiange il fermo insegnamento grammaticale del «buon tempo antico», riprova gravemente la direzione di questo giornale per aver pubblicato un articolo di Guido Ceronetti («Quali catene infrante», 20 settembre u.s.), in cui per due volte la pronominale maschile Gli usurpa il luogo della femminile Le.
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I luoghi incriminati sono i seguenti: «Patricia (Hearst), a diciannove anni, "fruiva del suo corpo"... come gli piaceva»; «I simbionesi gli hanno offerto (sempre a Patricia, ndr.) ebbrezze e visioni già da lei conosciute e apprezzate».
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È questo dello scambio di genere Gli-Le, insieme con quello di numero Gli-Loro, il più popolare dei falsi scandali grammaticali: molte cattedre o trespoli linguistici prendono l'avviata di qui.
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Ma l'argomento del «buon tempo antico» non giova punto alla causa della scrivente.
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Noi la potremmo investire d'una valanga d'esempi antichi e antichissimi in cui quello scambio è fatto con serena coscienza.
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Si potrà dire ma sarà esteticamente una eresia che il Machiavelli ( « E benché io indichi quest'opera indegna della Magnificenzia vostra, non di meno confido assai che per sua umanità li debba essere accetta », « Il Principe », Dedica) non sia un oracolo in quanto a correttezza: ma e allora Dante («....tosto che l'anima trade Come fec'io, il corpo suo gli è tolto», Inf. XXXIII) e Petrarca (di Laura: « Tanto gli ho a dir che 'ncominciar non oso », R. CLXIX) e Boccaccio e Ariosto e Tasso e lo stesso Galilei (« L'immaginazione è bella solo gli manca il non essere dimostrata dimostrabile ») e altri moltissimi?
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Incombendo ancora il latino, l’uso del maschile per il femminile è giustificato dai dotti con l’argomento che il laz.
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Illi (da cui il nostro Gli) è comune ai tre generi.
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(Anche più franca, tanto che trova grazie presso lo stesso Fornaciari, è la difesa dello scambio Gli-Loro: in quanto Loro non è vera forma congiuntiva, e talvolta riesce pesante, specie incontrandosi con un altro Loro).
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A norma dunque della grammatica storica, se l'uomo fatto, e massime fatto sui libri, come anche l'uomo in famiglia, dice «gli ho detto» per «le ho detto», egli non merita riprensione.
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Brutto se mai è il vezzo contrario, frequente al Nord, di usare indifferentemente la congiunti-va Le per il maschile e il femminile: perché qui il solecismo è crudo, senza esempi.
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Detto questo, e con poca speranza di aver persuaso (perché il rinfaccio sul Gli per Le è una costante insopprimibile della falsa scrupolosità linguistica), resta la Scuola, restano i fanciulli.
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Essi ci richiamano a una concezione rigorosamente sincronica della Lingua, secondo la quale, almeno in principio, si deve parlare e scrivere dentro la situazione linguistica presente, come dentro a una monade senza finestre.
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Da poi che i grammatici moderni hanno durato la fatica di foggiare la congiuntiva femminile Le, e che questo Le (a differenza di Loro) è altrettanto agevole a usare che Gli e permette di evitare nel contesto confusioni di genere, perché non servirsene e, quel ch’è peggio, non servirsene sempre, aggiungendo un’osculazione di più alle tate che già ci sono?
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In questo senso affatto empirico, e in questo soltanto, la scrivente non ha torto.
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Accade di certe licenze grammaticali, anche bellissime e lungamente testimoniate, quello stesso che della vaga figura d’Ironia.
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In tempi grossi come i nostri non sono intese; ed è meglio astenersene.
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Altrimenti può avvenire che ciò che è detto per capriccio erudito, sia creduto detto per crassa ignoranza.
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E non si nega che per qualcuno degli scrittori che vanno pel giornali, non sia proprio così.
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Ma tale non è ertamente il caso di Ceronetti, prosatore equilibratamente estroso e vigilato, aristocratico, e perciò pericoloso («à la lanterne!») di capitare male.
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Leo Pestelli

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