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Virgolette politiche

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 30 ottobre 1973
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column3-5


[1]
Un lettore, con la testa grammaticalmente sul colto anche quando sarebbe lecito perderla, ha notato che nelle corrispondenze giornalistiche del Medio Oriente l’espressione di gergo militare «cessare il fuoco», passando come fa al discorso indiretto, e quivi perdendo valore d’interiezione, s’usa per lo più scompagnata dalle virgolette, onde andantemente si scrive: la linea del cessare il fuoco, la proposta del cessate il fuoco, la possibilità di arrivare a un cessate il fuoco e così via: con eccesso, secondo lui, di disinvoltura sintattica e il rischio che l’analisi logica ne resti concertata.
[2]
Fatto è che non siamo zucconi, e che con le virgolette, dovendosene fare oggi in teoria un uso immoderato, stancano presto tipografi e lettori: sicché a un certo punto è convenuto che se ne possa far di meno.
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«La linea del cessate il fuoco» è una brachilogia ovvero un parlar corto, che sta per l’intero «linea dove fu intimato l’ordine di cessare il fuoco»; ma il lettore moderno intende alla prima che cosa si vuol dire, e anche il comando militare «cessate il fuoco!» sente ormai come un tutto sostantivale, da accompagnarsi coll’articolo il e un; e a questo punto del processo liberatorio le prudenziali virgolette gli tornano superflue: non gl’importa di vederle materialmente, gli basta pensarle.
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Pochi scrupolosi che ancora virgolettano, perdurando il conflitto, dovranno smettere.
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Di altre espressioni tecnico-militari è avvenuto il medesimo.
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L’interiezione altolà (o anche disgiunto: alto ), che viene dal tedesco halt, ferma’, è divenuta un sostantivo anche domestico: quando non se ne può più, si l’altolà al marito brontolone, alla moglie spendereccia, al debitore moroso, senza verum risalto ortografico.
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Più complesso è il caso di un’altra espressione militaresca anch’essa passata, pari pari, nel linguaggio comune: il grido della sentinella chi vive?, donde il modo proverbiale stare sul chi vive.
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Qui è netta l’influenza del francese qui vive e ètre o se tenir sur le qui vive, che la sentinella italiana da una parte e tutti gli italiani dall’altra possono benissimo surrogare con «chi va ?» e con «stare all’erta, tenersi pronti, aprir bene gli occhi» e sim.
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Ma, non rammentiamo più dove, trovammo una volta che il chi vive e lo star sul chi vive sarebbero errati anche per un’altra ragione: l’elemento francese vive vi sarebbe frainteso, per etimologia popolare, come la terza singolare dell’indicativo presente di Vivere, laddove si tratterebbe dell’interiezione vive!
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(viva!).
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Di un altro usitatissimo condensato francese, passato nella nostra lingua, ci sarebbe che dire: ordine del giorno.
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È una forma ellittica del linguaggio parlamentare, e sta per «ordine delle cose da trattarsi nella giornata».
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Quindi è che il purismo non voleva sapere di «mettere all’ordine del giorno», ma caldeggiava Mettere in discussione, in consulta; non voleva «passare all’ordine del giorno» ma Passare oltre Inutile dire che siffatte forme riempienti così bene la bocca, non si lasciano più spodestare; e già Gino Capponi, al tempo suo ne sembra persuaso, quando chiosa «ordine del giorno» col sospiro «Ma bisognerebbe trovare altro nome perché quello è proprio robaccia».
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Non altrimenti, chi richiama all’ordine, specie se si tratta di un educatore, commette una brachilogia non punto bella: non all’ordine, se ci pensiamo bene, richiamiamo Il nostro prossimo, ma al Rispetto, all’osservanza, al dovere e così via.
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Questo è un vero parlare, e l’altro no: eppure tutti lo intendono benissimo, perché il punto, nella lingua, è di essere in molti, e tutti d’accordo, nell’uso della forma sbagliata.
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Leo Pestelli

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