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Scrivere una lettera

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 30 luglio 1975


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Un lettore che per ragioni di lavoro deve carteggiare sodo, si vergogna di provare dubbi e incertezze circa la stesura degli indirizzi. Perché vergognarsi? L’indirizzo o recapito fa parte della lettera e quindi dell’Epistolografia, «genere» dei più antichi della nostra tradizione letteraria e nel Medio Evo soggetto, se altro mai, ai precetti dell’«ars dictamini».

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E sebbene l’indirizzo, come componimento a , serva precipuamente ai comodi Portalettere (la forma regina, prima che sormontasse lo spurio Postino), non sono pochi i destinatari lasciandone fuori gl’innamorati che si incantano anche sulle buste che sogliono dargli un’occhiatina, come per saggiare dall’esterno la creanza linguistica dello scrivente.

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L’indirizzo corretto

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Declinando ormai, non che l’arte, ma la stessa pratica epistolare, e nel silenzio dei maestri, nella Guida «Come parlare e scrivere meglio» diretta e coordinata dal Gabrielli si può trovare il necessario, il superfluo e anche qualcosa di più su tutto ciò che attiene all’estrinseco della nostra corrispondenza. Noi qui non possiamo che sbriciolare qualche sparsa avvertenza, movendo dall’indirizzo tipico, rispetto al quale tutto il resto è sovrastruttura: Signor Mario Ferrero / Via Roma, 7 / Torino (con a sinistra, bene staccato e non mai sottolineato, il numero di codice).

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Dove sono già da osservare due cose. La prima è che il «Signor», troncamento eufonico di «Signore», ove non vi sia altro, è bene scriverlo tutto, e che ad ogni modo la sua abbreviazione è Sign. e non Sig. (se non che; giunti al punto del Sign., che ci vuole a compir la parola?). La seconda, capitalissima, che il destinatario sia rigorosamente designato per nome e cognome, e non mai, in questo come in nessun altro caso, per cognome e nome, secondo l’uso carcerario.

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Mettiamo ch’esso destinatario abbia la ventura di chiamarsi Benedetto Marcello. Se il mittente ha scritto Marcello Benedetto, il portalettere che non trova in quello stabile il cognome Benedetto, ne ammattirà, e ben difficilmente la portinaia, che conosce soltanto la «gens» Marcello, lo potrà illuminare. Una lettera così indirizzata merita bene di essere respinta allignoranza di chi scrisse.

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Vi sono anglofili che mutano quel paradigma in quest’altro Signor (traspare l’Esquire) Mario Ferrero / 7, Roma /Torino, dove il numero del casamento come quello che porta il più al portalettere già istradato, è in posizione di forza rispetto all’indicazione della strada. Soltanto un’inchiesta tra postini potrebbe accertare se questa forma sintetico-tecnicistica sia gradita o no.

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Gl’imbrogli, si sa, nascono quando i titoli della persona cui si scrive, tra nobiliari onorifici accademici professionali ecc. sovrabbondano, e si sente il prurito (oh Francia felice, col suo univoco Monsieur!) di spiattellarli tutti o gran parte, magari col sovraccarico dell’illustrissimo chiarissimo stimatissimo e siffatti rimasugli di piaggeria secentesca. La prassi è che il nobiliare passi avanti a tutti (Al Conte Dott. N.N.) e che lonorifico preceda il professionale (al Sign. Comm. Avv. N.N.); ma è bene guardarsi dalle tiritere e star saldi al criterio che, siccome fra i pesci, così il titolo maggiore ha da ingoiare il minore.

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Sia pure il destinatario commendatore dottore e professore tutto in una volta, a un gusto eletto il Professore (Prof.) deve bastare. L’Onorevole (On.) vuole per tradizione la testa, seguendo in coda la specificazione: Presidente della Repubblica, Deputato al Parlamento, Senatore ecc.

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È curioso che quanto più si sale nella scala degli onori, tanto più la faccenda si fa lieve: A Sua Santità Paolo VI / Roma; A Gesù Bambino

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Come incominciare

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Dalla sopraccarta passando allinterno della lettera: fino a che punto, nell’intestatura, può spingersi l’epiteto Caro? Secondo noi, parecchio lontano: sempre però ch’esso non sia solo, ma rinfiancato da un titolo, tanto meglio quanto più solenne: Cara Eccellenza, Caro Presidente, Cara Madre Superiora. Nella lingua antica Caro voleva dire anche Prezioso: di che una confusa rimembranza è forse nell’uso estensivo di questo «caro» epistolare.

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Chiusa. Un’affezione sincera si esprime ortograficamente tutta: Suo affezionatissimo, sdegnando lo stenografico Aff.mo che a regola di mondo prevale. Da vedova fresca è lecitissimo congedarsi con un «Le bacio la mano» dove la galanteria, che non dispiace mai, si sublima in pietà (res sacra miser). Tra amici di molta confidenza una chiusa antifrastica aggiunge dolcezza: si pensi allo stupendo «Addio birbone» del Carducci.

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A una questione luogo anche il Post-scriptum o Poscritto o Poscritta, simboleggiato in P.S., consentito sempre quando si vogliono far aggiunte o precisazione di cose che importano; e spesso il meglio della lettera è in cauda, cioè nella poscritta. Si deve essa firmarla ì, ripetendo la firma già fatta? Per lo più la si girigogola e le si appongono le semplici iniziali: tanto per non far sospettare che sia apocrifa. Altra cosa è il Nota-Bene o Notabene (N.B.), inteso o a sopperire a una dimenticanza o a chiarir meglio il già espresso. Costituendo una tiratina di falda all’intelligenza del lettore, anche per sua forma imperatoria (nota bene!), è assolutamente da evitare scrivendo a persone di riguardo.

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Leo Pestelli


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