Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
«L'uomo, dice il Manzoni commiserandolo, s'agita dietro a una perfezione comparativa; anela, non a essere ottimo, ma essere primo; vuol paragonarsi e non divenire». E perché la lingua rispecchia l'uomo nel bene come nel male, di qui il gran luogo che vi è sempre tenuto il complemento di comparazione, come quello che innalzando l'uno dei suoi termini sull'altro, soddisfa, quando il termine innalzato siamo noi, il nostro deplorabile orgoglio.
Certo, dicendo noi: «Nora è bellissima» (superlativo assoluto), Nora si contenta; ma l'assoluto (sempre ragionando manzonianamente) ha qualcosa di sciapo; ed ella è ben lungi dal brillare, come invece farebbe dicendo noi «Nora è la più bella», o meglio «è la più bella delle donne», o anche con maggiore eleganza «è la bellissima delle donne».
Insomma al nostro frale importo un termine di riferimento quale che sia: quindi è che il superlativo assoluto, che pure segna il grado supremo dell'aggettivo (bello, più bello, bellissimo), riesce nella pratica meno efficace e gradito del comparativo assoluto o superlativo relativo che pure val meno; e in qualche caso (dovuto all'abuso e quindi al fastidio dell'-issimo) vorrebbe dirsi che è persin più debole del positivo o perlomeno di pari forza: «Nora è bellissima», siamo lì: il gran salto è piuttosto nelle grammatiche che non è sentimento linguistico comune.
Abbiamo visto che la vanità ricerca il paragone, e ora aggiungiamo che affare più contenta la donna lodata basta un nonnulla, come il pleonasmo del mondo, posto a rinforzo del superlativo relativo (la più bella donna del mondo); il quale pleonasmo iperbole insieme, nonché una francesata data come molti credono, è un'antica e bellissima maniera dell'italiano classico, dove si trova anche senza superlativo («una delle belle novelle del mondo») , dicendosi poi da tutti senza un pensiero al mondo, senza un riguardo al mondo» e frasi simili.
Che il complemento di comparazione sia frequentissimo, non vuol dire che sia usato da tutti con la dovuta franchezza. Un primo dubbio riguarda l'articolo determinato: se sia lecito, una volta premesso il sostantivo (la donna), ripeterlo davanti al più o meno: la donna la più bella del mondo. Di regola non sarebbe; pure qualche volta o per chiarezza per maggiore forza ed evidenza, sarà lecito ripigliare l'articolo determinato anche davanti a più; non mancano esempi illustri; e certo la donna del nostro esempio approva il ripigliamento.
Più importante la questione sul modo di costruire il termine di confronto: se sia meglio farlo con di o con che. Di è più consigliabile quando il confronto cade su una qualità (aggettivo) o un modo di essere (avverbi), comune, benché in grado diverso, a due o più cose: Roma è più grande di Firenze; Maria legge più presto di suo fratello; tu sei migliore di me; come anche si usa meglio di davanti a nomi di numero: più di mille, meno di cento. Cade invece più regolarmente che, quando il confronto verte sopra un'azione (verbo) dalla quale le due o più cose dipendono come soggetti od oggetti: mi piacciono più le bionde che le brune, ama più la suocera che la moglie. Ma sia chiaro che lo usare che nella prima serie di esempi e di nella seconda, non costituirebbe errore.
Non si potrebbe invece dire: pensoso più degli altri di se stesso; hai il cuore più duro di pietra; mi è più amico di padre; meglio tardi di mai: il che importa che quando il termine di confronto retto da una preposizione, quando è un sostantivo comune preso in senso indeterminato e usato senza articolo, quando il confronto è fra due oggetti o predicati o avverbi, allora che è di rigore; come anche si preferisce che quando di potrebbe sembrare un complemento d'agente, o dopo gli avverbi Prima piuttosto anzi e sim., il senso di preferenza (pare piuttosto un paese che una città). Qui l'orecchio si fa grammatico.
Presso buoni scrittori ligi alla tradizione, innanzi al secondo termine di una comparazione di grado disuguale (più, meno) si fa trovare la negativa Non, che certo non nega, ma ha sua ragione nella disuguaglianza e quasi dissonanza del secondo membro rispetto al primo: tornò più presto che la moglie non s'aspettasse. Codesto non, che sta bene in ogni caso, è poi richiesto quando il secondo termine ripete il verbo espresso o sottinteso dal primo: ti è più caro il gatto che io non sia.
Circa poi l'uso dell'indicativo del congiuntivo nelle proposizioni comparative, la questione ha perduto interesse da poi che il congiuntivo va a sparendo, con infiniti danni per l'espressività, degl'idiomi moderni. Ad ogni modo la regola è sempre quella dell'indicativo quando la comparazione si riferisce un fatto certo determinato: Lucia è meno bella che non sei tu; il congiuntivo quando lo si riferisce un fatto incerto e generale: «Or non son io, malvagio uomo, così bella come sia la moglie di Ricciardo?». È una donna, questa del Decameron, che parla di un'altra donna, e le torna benissimo, come colta che è, l'usare nella maniera più propria quel «congiuntivo a denti stretti» (sia), che fa della bellezza della rivale piuttosto un'opinione che ho fatto.
Leo Pestelli
Text view