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Maarten Janssen, 2014-
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Le insidiose particelle
Language column
Questioni della lingua italiana
Author
Leo Pestelli
Date
26
giugno
1973
more header data
[1]
Non
è
la
stessa
cosa
,
per
una
donna
innamorata
,
dire
“
voglio
lui
”
o
“
lo
voglio
”
[2]
Non
è
lo
stesso
che
una
ragazza
da
marito
dichiari
ai
parenti
:
voglio
lui
;
oppure
:
lo
voglio
.
[3]
La
prima
maniera
,
così
distesa
,
ci
rappresenta
una
innamorata
(
di
un
lui
Mario
,
Antonio
ecc
.
)
;
la
seconda
,
contratta
sul
voglio
,
dipinge
più
che
altro
una
caparbia
.
[4]
Naviga
bene
nel
pelago
delle
particelle
pronominali
chi
tenga
ben
distinte
le
forme
accentate
o
assolute
(
me
te
sé
lui
lei
noi
voi
loro
)
dalle
enclitiche
o
congiuntive
mi
ti
si
gli
ci
vi
ecc
.
[5]
)
,
usando
di
preferenza
le
prime
quando
l’
attenzione
voglia
posarsi
sulla
persona
rappresentata
dal
pronome
,
le
seconde
quando
,
più
che
la
persona
,
ci
prema
rilevare
il
verbo
,
ossia
l’
azione
cui
la
persona
stessa
è
soggetta
e
come
«
congiunta
»
.
[6]
L’
uso
delle
pronominali
atone
congiuntive
importa
un
problema
di
collocazione
.
[7]
La
regola
è
che
esse
particelle
si
prepongono
all’
indicativo
,
al
congiuntivo
e
al
condizionale
;
si
pospongono
all’
imperativo
,
all’
infinito
,
al
gerundio
e
al
participio
.
[8]
Troppo
semplice
da
essere
vero
.
[9]
E
infatti
,
quando
imperativo
infinito
e
gerundio
(
ma
specialmente
il
primo
)
siano
immediatamente
preceduti
da
una
negativa
(
non
,
né
)
,
allora
l’
uso
buono
,
convalidato
da
secoli
di
tradizione
facenti
capo
al
Vangelo
(
Noli
me
tangere
)
,
è
di
anteporre
la
particella
:
non
mi
toccare
.
[10]
Noi
non
meneremo
mai
buono
l’
imperativo
negativo
del
tipo
«
non
lasciarmi
»
,
caro
ai
parolieri
,
ai
faciloni
e
ai
duri
d’
orecchio
;
il
quale
,
oltreché
cascante
all’
ultimo
e
poco
imperatorio
,
è
anche
ambiguo
:
giacché
,
dove
non
mi
svegliare
esprime
inequivocabilmente
il
comando
,
non
svegliarmi
!
può
anche
voler
dire
deplorazione
(
infinito
ammirativo
)
da
parte
di
chi
ha
dormito
troppo
.
[11]
La
propensione
dei
classici
per
le
forme
atone
anticipate
(
«
non
vi
stando
»
,
«
non
vi
essendo
»
;
e
fin
nell’
imperativo
positivo
:
«
mi
perdona
»
)
era
conseguenza
di
quell’
amore
all’
armonia
,
allo
scrivere
bene
bilanciato
su
ritmi
piani
,
che
noi
abbiamo
perduto
;
noi
che
non
sentiamo
alcuna
differenza
tra
«
non
te
lo
voglio
dire
»
e
«
non
voglio
dir
telo
»
;
noi
che
ammaliati
dagli
sdruccioli
,
anche
pronunziamo
(
in
tv
)
guàina
per
accompagnatura
al
famigerato
bàule
.
[12]
Ma
al
tempo
stesso
gli
antichi
abusavano
dell’
enclisi
come
non
facciamo
noi
;
e
questo
perché
avevano
per
canone
che
non
si
dovesse
mai
iniziare
un
periodo
con
una
particella
atona
:
donde
i
Rùppemi
,
i
Gridòmmi
,
i
Faròllo
e
Diròttelo
e
Dicèvamelo
e
sim
.
,
che
noi
abbiamo
in
conto
di
caricature
alfieriane
;
sebbene
poi
,
spronati
dall’
economia
,
ce
ne
gioviamo
con
tutta
serietà
negli
Affitesi
Vendesi
Offresi
ecc
.
dello
stile
telegrafico-commerciale
.
[13]
Alla
congiuntiva
Gli
si
richiama
l’
inesausta
querelle
se
possa
stare
per
Le
(
femminile
)
e
Loro
(
plurale
)
.
[14]
Gli
per
Le
ha
fior
d’
esempi
,
e
anche
sotto
il
riguardo
etimologico
(
venendo
dai
lat
.
illi
,
comune
ai
tre
generi
)
ha
buone
ragioni
per
sostenersi
.
[15]
Ma
posto
che
la
forma
Le
è
altrettanto
congiuntiva
che
l’
altra
,
e
che
toglie
l’
equivoco
,
e
che
la
gente
civile
,
anche
parlando
,
la
usa
,
e
che
infine
la
scuola
ne
è
gelosissima
,
si
può
tranquillamente
raccomandarla
come
la
sola
corretta
.
[16]
Viceversa
l’
altro
scambio
(
Gli-Loro
)
è
da
difendere
a
visiera
alzata
,
in
quanto
Loro
(
nel
senso
di
«
a
loro
»
)
non
è
particella
congiuntiva
,
ma
una
forma
assoluta
e
pesante
,
che
in
certi
casi
,
trovandosi
vicina
a
un
altro
loro
,
torna
addirittura
insopportabile
.
[17]
Da
notare
che
Gli
,
combinandosi
con
le
oggettive
lo
la
li
ecc
.
,
diventa
Glie
,
dando
luogo
alle
composizioni
,
unite
o
disgiunte
,
glielo-glie
lo
,
gliela-glie
la
ecc
.
,
così
riferite
a
un
maschile
sing
.
e
pl
.
come
a
un
femminile
sing
.
e
pl
.
[18]
Allo
stesso
accidente
morfologico
vanno
soggetti
mi
ti
si
ci
vi
,
che
al
tocco
della
nuova
particella
si
mutano
in
me
te
se
ce
ve
:
sicché
di
contro
a
mi
fa
,
ti
scrisse
,
si
accampa
me
lo
fa
,
te
lo
scrisse
.
[19]
La
lingua
per
se
stessa
mossa
fa
quest’
operazione
:
vi
vuole
invece
perizia
grammaticale
per
superare
uno
scoglio
che
l’
Ugolini
prima
e
poi
il
Gabrielli
hanno
avvistato
con
raro
acume
di
nauti
.
[20]
Come
si
comportano
quelle
pronominali
davanti
ai
nessi
«
se
ne
»
e
«
ce
ne
»
?
si
dirà
(
che
pare
ostico
)
«
mi
se
ne
»
,
«
ti
ce
ne
»
ecc
.
?
[21]
No
,
tutto
si
piega
alla
legge
della
e
finale
:
me
se
ne
,
te
se
ne
,
ve
ce
ne
,
glie
ce
ne
.
[22]
Onde
diremo
,
sul
filo
dello
scioglilingua
,
«
te
se
ne
è
scritto
»
(
verbigrazia
,
della
morte
della
zia
)
,
«
glie
se
ne
compra
un
paio
la
settimana
»
(
di
calzerotti
)
:
«
te
ce
ne
vuole
un’
altra
»
(
di
lezione
)
,
«
non
ve
ce
ne
fate
mettere
»
(
di
pepe
)
e
via
discorrendo
.
[23]
Il
Fucini
si
rivoltò
(
«
Per
ogni
maglia
ripresa
,
gli
se
ne
strappava
due
»
)
,
ma
ebbe
torto
:
la
dura
lex
è
quella
.
[24]
Però
:
mais
que
diable
allait
-il
faire
das
cette
galère
?
[25]
Chi
ci
obbliga
a
codeste
infilzate
di
particelle
che
rasentano
l’
enimma
?
[26]
Lo
stesso
grammatico
che
ci
ha
pilotato
così
bene
,
ci
consiglia
poi
di
tenere
altro
viaggio
,
girando
la
frase
,
mutando
costrutto
.
[27]
Ma
questo
sia
detto
senza
pregiudizio
delle
Particelle
in
sé
,
vanto
precipuo
della
nostra
lingua
(
come
della
greca
)
,
le
quali
in
sì
piccolo
spazio
,
chi
le
sappia
maneggiare
,
riescono
così
spiritose
ed
espressive
.
[28]
Leo
Pestelli
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•
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