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Quando s’ha da dire “buona sera”

Language columnQuestioni della lingua italiana
AuthorLeo Pestelli
Date 27 aprile 1973
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column3-6


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Conviene seguire l’uso toscano e rivolgere quest’augurio a sole ancora alto I molti significati di buona notte
[2]
Tutta la lingua è problematica a chi la studia: quando si deva dire buon giorno, quando buona sera e quando buona notte, anche questo è argomento di meditazione.
[3]
La Toscana litiga col resto d’Italia circa l’uso di buona sera, ch’essa suole dire molto per tempo, a sole ancora alto; laddove altrove, segnatamente nel Settentrione, non si dismette il buon giorno se non a buio fatto.
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Ove si rifletta che una formula d’augurio in tanto vale in quanto è rivolta a quel che deve venire e non a quello ch’è già venuto, non si può non dar ragione all’usanza toscana, che non è già di «anticipare» il buona sera, ma semplicemente di servirsene in tempo utile.
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Si vuole un embrione di regola?
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Dall’alba fin quasi a mezzodì si dica buon giorno; da mezzodì al vespro, buonasera.
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Ma ecco, la sera è venuta.
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Qui si affaccia una questione molto più sottile, quella della scelta fra buona sera e buona notte. i più non la sentono, o pensano di doversi regolare, come nel caso di buon giorno buona sera, sul filo della cronologia.
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Eh no, si tratta di due saluti augurali qualitativamente diversi: l’uno di accoglienza (buona sera) e l’altro di commiato (buona notte); e poiché accoglienza commiato osservano un orario, la scelta è da fare sul piano del comportamento.
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Buona notte è saluto terminale, da dirsi alla persona che presumiamo di non rivedere più prima di andare a letto.
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Se questa presunzione sussiste, è lecito dire buona notte anche prima di sera o addirittura, come si fa in campagna, in pieno pomeriggio.
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Se invece non sussiste, allora le si dice buona sera e così le si diche anche a notte fonda o fondissima.
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Buona sera è saluto eminentemente sociale, proprio dei nottambuli che non si staccherebbero dalla compagnia neppure coll’acqua bollita, e risonante in quelle veglie che si producono fino al canto dell’allodola (i così detti «continuati»), allorché buona sera si salda a buon giorno, senza che buona notte abbia avuto campo di affacciarsi.
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Ma un istinto perverso, sebbene grammaticalmente corretto, guida talvolta l’adultero a ben distinguere: egli si accomiata dal padron di casa con uno sprangato buona notte, e si accomiata dalla moglie di lui (che rivedrà tra poco nella serra) con un socchiuso buona sera.
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Chi va poi dopo cena in un luogo per restarvi solo pochi momenti, impara dal Tommaseo il modo di far conoscere la sua intenzione alla brigata: basterà che dica d’un fiato buona sera e buona notte.
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Che il proprio di quest’ultima forma sia di determinare e chiudere, appare anche dal modo figurato-esclamativo buona notte! con cui si suole troncare un discorso, una questione, che abbia finito col seccarci.
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«Se dopo tutto quello che ti hanno raccontato di lei, l’ami ancora, buona notte!».
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Perché l’idea di notte è più finale di quella di sera, «buona sera!» che anche si dice con lo stesso significato d’impazienza, non suona altrettanto energico e liberatorio: respinge l’interlocutore, ma non lo manda a dormire come fa l’altro.
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È l’anno buono per ricordare una delle più curiose fra le tante questioncelle di lingua che s’annidano nel gran volume dei Promessi Sposi.
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Si riattacca alla preminenza della parte destra sulla sinistra (braccio, mano, occhio ecc.), riconosciuta da tutte le principali lingue europee.
[21]
Tutti rammentiamo, al cap.
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IV, lo scambio di battute tra Lodovico (poi fra Cristoforo) e il suo avversario che gli cammina incontro rasentando il muro: «Fate luogo, voi la diritta è mia».
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«Co’ vostri pari, è sempre mia.» Un acuto lettore ebbe subito a notare che l’espressione «la diritta è mia» sta bene in bocca a Lodovico che ha il lato destro verso il muro, ma che non si capisce come il prepotente signore, stando di fronte a Lodovico e pur pretendendo la stessa cosa, dica anche lui: «(La diritta) è mia.» In altri termini la parola diritta, usata in comune, non si accorda con la posizione dei due litiganti.
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Ma il D’Ovidio, a cui i manzoniani si rapportano, riflettutoci un poco, parlò così.
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Certamente, a considerare la cosa con rigore matematico, la diritta che l’avversario di Lodovico pretendeva non era diritta, ma era proprio, quanto a lui, la sinistra.
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«Ma egli è che qui si tratta di parole colleriche, passionate, figurate. (il prepotente) non fa che ritorcere rabbiosamente la frase e non istà a guardare il valore matematico della sua espressione».
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È un caso insomma di ecolalia psicologica, in cui il vocabolo diritta, la seconda volta, non ha un significato da vocabolario ma un senso tutto momentaneo.
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E a rincalzo di tale osservazione, lo studioso citava un analogo esempio di ripigliamento nelle parole di un vescovo d’origine campagnola, che volendo inculcare nel rozzo uditorio l’obbligo dell’astensione dal lavoro la domenica, uscì colà: «Anche di domenica voi non pensate al ciuco, al bove, alla vacca; e non vi volete persuadere che il primo ciuco è Dio, il primo bove è Gesù Cristo!» Che è un piccolo capolavoro di lingua ingenua, trascinata dall’analogia; dove i vocaboli bassi ciuco e bove, così empiamente applicati, si redimono nel tono di una rustica laude al Signore.
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Leo Pestelli

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